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L'imprescindibile Jobs Act

Redazione

La disoccupazione italiana è aumentata. Ma anche l’occupazione e i contratti a tempo indeterminato. E’ il paradosso dei dati diffusi ieri mattina, a distanza di pochi minuti, dal governo e dall’Istat. E l'opposizione e i sindacati se la prendono con il provvedimento di Renzi.

La disoccupazione italiana è aumentata. Ma anche l’occupazione e i contratti a tempo indeterminato. E’ il paradosso dei dati diffusi ieri mattina, a distanza di pochi minuti, dal governo e dall’Istat. Un garbuglio che ha prodotto una grande baruffa da parte di opposizioni e sindacati; nel mirino sempre lui, il Jobs Act dalla prossima settimana in dicussione alla Camera, contro il quale si arma lo sciopero di Cgil e Uil del 12 dicembre.

 

Iniziamo dai numeri: secondo il ministero del Welfare, nel terzo trimestre 2014 ci sono stati 400 mila nuovi contratti a tempo indeterminato. Posti fissi che segnano un aumento tendenziale del 7,1 per cento su base annua: un piccolo record. Posti concentrati nell’industria, nell’agricoltura e nella scuola: settori ciclici, legati all’andamento dell’economia. Un dato che si aggiunge agli 80 mila rapporti a termine avviati nel trimestre aprile-giugno grazie al decreto del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Ma a ruota ecco l’Istat: a ottobre meno 55 mila occupati e un tasso di disoccupazione che sale al record del 13,2 per cento, e del 43,3 quella giovanile. Su base annua, dice l’Istituto di statistica, i disoccupati sono cresciuti di 286 mila unità. Contemporaneamente sono però aumentati anche gli occupati, di 122 mila. Quasi tutti stranieri, per l’Istat. E’ sempre l’Istat a rilevarlo: migliora dello 0,5 per cento il tasso di occupazione con il contributo migliore del centro Italia (più 2,1), un lieve aumento del nord, un rallentamento della caduta al sud. E dunque? Non è la prima volta che governo e Istituto (che fa testo ai fini europei) leggono diversamente la realtà. Sono recenti le polemiche sottotraccia con il ministero dell’Economia sulle variazioni stimate del pil. Il lavoro però è materia rovente, causa appunto il Jobs Act, gli scioperi “sociali”, l’intenzione di Susanna Camusso di impugnare la legge di fronte alla Corte di giustizia europea. Come stanno le cose? Il ministero del Welfare, in base alle ultime disposizioni di legge, registra tutti i nuovi contratti e pubblica le somme. Egualmente comunica i rapporti cessati: 2,415 milioni nel 2014, in stragrande maggioranza pensionamenti, e con trend in diminuzione per i licenziamenti (9 per cento del totale). Si tratta con evidenza di dati “solidi”, provenienti dalle aziende e dalle amministrazioni. A ogni numero corrisponde un nome. Anche l’Istat dice la verità, ovviamente, ma esamina il fenomeno nel complesso, su base appunto statistica. Tuttavia su un punto le cose sembrano coincidere: anche per l’Istat il numero degli occupati aumenta, circostanza confermata dalla diminuzione degli “inattivi” (che cioè non hanno trovato né perso un lavoro): di 32 mila unità a ottobre e di 365 mila in dodici mesi. Inevitabile però che la grandinata di cifre abbia scatenato gli antirenziani, con un fronte che va da Fratelli d’Italia alla Cgil, passando per Renato Brunetta. Peccato che il Jobs Act, bersaglio di tutti gli strali, non sia ancora stato approvato, e dunque appare difficile parlare di “disastro Renzi” (Brunetta). La tesi di Palazzo Chigi, da Graziano Delrio al consigliere economico Filippo Taddei, è che “con noi aumentano i posti”. Quella più sobria di Renzi: “C’è ancora molto da fare”. In realtà un dato è difficile da smentire: il mercato del lavoro così com’è non è più difendibile. Serve una riforma: anche radicale, di tipo spagnolo. Gli aumenti per contratti a termine sono dovuti alle facilitazioni e alle flessibilità fiscali e contributive del decreto Poletti. Egualmente, in presenza di primi segnali di ripresa (come quelli previsti dal centro studi di Confindustria per fine anno-inizio 2015), la disponibilità delle aziende a offrire contratti “buoni” e stabili esiste. Dunque non è vero che gli imprenditori sono assetati di licenziamenti: se assumono con le rigidità attuali perché mai dovrebbero servirsi del Jobs act come arma di distruzione sociale? E ancora: se davvero vogliono mano libera perché non hanno atteso che la legge entrasse in vigore? Spiegarlo alla Camusso & Co.

 

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