Vladimir Putin arriva a San Pietroburgo per assistere a delle esercitazioni militari lo scorso marzo

La maratona con Putin

Anna Zafesova

Quanto regge l’economia russa? I dati, le previsioni, le rassicurazioni e il patto sociale dello zar Vladimir.

Nessuno telefona più al tenente-colonnello Vladimir Putin. Il suo telefono era rovente fino a qualche mese fa – Frau Angela chiamava addirittura più volte al giorno – e le conversazioni erano senza mezzi termini (come la volta che il presidente russo minacciò Barroso di “prendere Kiev in due settimane”). Ma ora tace. La diplomazia internazionale non ronza più intorno a Mosca proponendo exit strategy e negoziati. La comparsata al G20 di Brisbane, dove i russi contavano sulla solidarietà dei Brics, si è conclusa con la partenza anticipata “per recuperare il sonno” di un Putin offeso per essere stato liquidato dai leader mondiali con chiacchierate “in piedi” di pochi minuti. Appena un mese dopo il vertice Asem di Milano, dove tutto era ruotato intorno a Putin, in un susseguirsi di colazioni e riunioni in formati variabili, le cancellerie occidentali sembrano aver messo una croce sopra la Russia, lasciandola a se stessa. Gli scambi di accuse e insulti proseguono a distanza, a colpi di comunicati e dichiarazioni, come è appena avvenuto con Parigi che si è rifiutata di inviare alla Russia le due portaelicotteri Mistral già commissionate, e si è sentita rispondere con minacce di tribunali e sanzioni sul vino francese.

 

In questo silenzio della diplomazia, Putin ha concesso una lunga intervista all’agenzia Itar-Tass, per dire che non ha sbagliato nulla: “Noi siamo più forti perché abbiamo ragione. Quando il russo sa di avere ragione è invincibile. Se avessimo la sensazione di aver pasticciato, di aver fatto qualcosa di ingiusto, tutto sarebbe appeso a un filo”. A Milano Putin aveva infatti ripetuto ossessivamente la sua versione dei fatti – in Ucraina c’è stato un “golpe” nazionalista, il conflitto nel Donbass è interno e la Russia non vi è in alcun modo coinvolta, ecc. – insistendo che i suoi interlocutori europei dovevano accettarla. Cercare una soluzione e insistere di avere ragione sono però due attività diverse, quando non contraddittorie. Un negoziato è la ricerca di un terreno comune, non la caccia alle divergenze. E l’impressione è che gli occidentali abbiano lasciato perdere.

 

Non si sa se a consigliare questa tattica sono stati gli esperti di psicologia comportamentale, o se è frutto dell’esasperazione. Gli americani appassionati di profiling psicologico si sono sbizzarriti a etichettare Putin come un bullo, formatosi negli scontri tra teppistelli di quartiere nella Leningrado delle komunalke proletarie. Se l’assioma putiniano, condiviso dai suoi concittadini, è “bisogna essere forti per farsi ascoltare ed essere forti significa non cedere mai”, sta ottenendo il risultato opposto. Ha alzato la posta per farsi pregare e desiderare, come dimostrazione di potere, ma non viene più corteggiato, come una fanciulla con troppe pretese. Secondo il “putinologo” Stanislav Belkovsky, il presidente accetterebbe di ascoltare come pari soltanto Clinton, Blair e Papa Francesco, altrimenti è pronto a “morire insieme al paese”. Ma intanto la Russia che pretendeva di essere un player alla pari con gli Stati Uniti ed esigeva di spartirsi il mondo in una nuova Yalta, si ritrova a vantare come alleati la Le Pen e i leghisti. Il diffuso antiamericanismo dell’élite europea – alla quale lo speaker della Duma Serghey Naryshkin propone di “cacciare gli Stati Uniti dalla Nato” – è sottocutaneo. Parigi, Berlino e Roma in privato potrebbero anche simpatizzare con alcune esternazioni di Putin, ma sono troppo pragmatiche e schizzinose, e l’esponente dell’Spd Matthias Platzeck che propone di riconoscere l’annessione della Crimea per poco non provoca una crisi del governo Merkel.

 

L’occidente ha dato per acquisito che non si tratta di una crisi passeggera, ma di una nuova Guerra fredda, e si sta preparando a una maratona. Dove probabilmente molte cancellerie contano che Putin avrà il fiato corto. A Milano aveva profetizzato che il petrolio a 80 dollari il barile sarebbe stato “una catastrofe per l’economia mondiale”, mentre esponenti del governo russo giuravano che non si sarebbe scesi sotto i 90 dollari. Un mese dopo, si parla di 60 dollari mentre il bilancio russo per stare in piedi richiede un prezzo di 93-96 dollari, senza contare la Crimea che pesa sempre di più sui conti. Il rublo ha perso il 30 per cento rispetto al dollaro dall’inizio dell’anno, l’inflazione è schizzata al 9 per cento (e su alcune categorie di alimentari è a due cifre), la fuga di capitali potrebbe arrivare a 130 miliardi di dollari alla fine del 2014, e il ministro dello Sviluppo economico, Alexey Uliukaev, ammette che “le sanzioni si fanno sentire”. Il ministro del Tesoro, Anton Siluanov, stima le perdite russe nel 2014 in 140 miliardi di dollari, 40 per le sanzioni e 100 per il petrolio. La Camera dei conti avverte che le controsanzioni sugli alimentari occidentali creano una voragine che importazioni alternative e produttori nazionali non riusciranno a colmare. E la parola “recessione” appare in tutti i rapporti delle istituzioni economiche internazionali. Secondo alcuni economisti, ogni 10 dollari in meno del prezzo del barile equivalgono a un punto di pil russo, e mentre la svalutazione contribuisce a tenere in piedi – a livello di numeri – il bilancio, e a compensare i minori introiti petroliferi, i russi, nazionalisti solo quando non si parla del loro portafogli, ritirano dalle banche miliardi di rubli da convertire in dollari ed euro e infilare sotto il materasso.

 

La tv russa continua a bombardare il pubblico con reportage dalle banlieue parigine invase da musulmani, e con storie di crisi economica europea, propaganda copiata dai modelli sovietici che ha convinto anche parte dell’élite che il Vecchio continente è alla deriva. Molti esponenti governativi a Mosca in privato gongolavano per l’imminente bancarotta degli europei indebitati, e si aspettavano un domino di governi caduti per le rivolte in piazza degli agricoltori ansiosi di esportare in una Russia ricca e florida. I russi, come spesso capita ai neo arricchiti, hanno però confuso i contanti in tasca con il patrimonio accumulato da generazioni, e il dinamismo di un paese giovane e affamato da 70 anni di comunismo con la volontà di potenza. La crisi economica – che le sanzioni hanno solo accelerato – sta mostrando la fragilità di un’economia arretrata e tutto sommato povera. Anche la facciata di sfarzo consumista che incantava gli investitori comincia a cedere: Alain Ducasse il 31 dicembre chiude il suo miX in piazza Sant’Isacco a Pietroburgo, affondato dall’embargo russo sul fois gras e il camembert, e dal rublo debole. E’ il trentesimo ristorante a fallire nella seconda capitale dall’inizio dell’anno. “Perfino i prodotti locali sono rincarati del 20-25 per cento, la gente non va più a mangiare fuori”, ha raccontato uno dei ristoratori a Business Petersburg. Sulla Tverskaya, la via principale di Mosca, per un terzo le boutique sono sfitte o stanno cercando nuovi locali, strozzate da affitti ancora tarati sul boom dei consumi. Il turismo occidentale in Russia è dimezzato, e considerando che vengono conteggiati come turisti anche i viaggiatori d’affari è un segnale inquietante. Si dimezza anche il flusso di russi all’estero: del 12 per cento che viaggia abitualmente, quasi la metà farà il Natale a casa. In Italia il calo delle prenotazioni è della metà, in Austria del 67 per cento, e se qualcuno rinuncia anche per paura di un clima ostile ai russi, il motivo principale è la svalutazione del rublo, che ha reso inabbordabili i biglietti aerei e gli alberghi. Nella Mosca da bere il refrain “compreremo la vecchia Europa con i nostri petrolrubli” è stato sostituito con il mantra, nelle conversazioni tra amici e sui social network, “abbiamo visto di peggio, siamo abituati a vivere male”. Giornaliste griffate ricordano con orgoglio la loro giovinezza sovietica di code per il salame e vestiti cuciti in casa, i top manager con case in Costa Azzurra dicono che “i nostri nonni hanno vinto la guerra anche se facevano la fame”, in poche settimane il paradigma del consumismo trionfante è stato sostituito da quello, di vecchissimo conio sovietico, della sofferenza come destino.

 

Piangono anche i ricchi, quel 10 per cento che incamera l’85 per cento del reddito nazionale. Ma poi c’è l’altra Russia, quella che considera ricche le famiglie con due auto, due appartamenti e 10 mila dollari sul conto in banca, quella che batte il record del parco auto più anziano del mondo, quella che, secondo la sociologa del Levada Center Marina Krasilnikova, possiede ancora fondamentalmente un immaginario da poveri. Quella che non pensa di avere un futuro, mentre il presente offre già drastici tagli all’istruzione e alla Sanità, che hanno spinto i medici moscoviti a scendere in piazza. Le aziende farmaceutiche straniere hanno chiesto al governo russo di aumentare il prezzo minimo dei farmaci salvavita, per non dover fermare una produzione che a causa del rublo in picchiata è ormai in perdita. I redditi reali – aumentati in 15 anni di putinismo da 2,9 mila dollari a 19,5 mila l’anno – hanno smesso di crescere, e la vicepremier Olga Golodets ammette che il numero dei poveri aumenterà: solo quest’anno 300 mila persone sono andate ad aggiungersi ai quasi 16 milioni (uno su 9) censiti formalmente come indigenti. Secondo l’Istituto di sociologia sono molti di più, e a impoverirli vertiginosamente è l’aumento delle tariffe per luce, acqua, gas, riscaldamento, manutenzione condominiale, in mano ai monopoli semistatali che spillano al 40 per cento dei russi un quarto dei loro guadagni mensili. Metà dei russi spende per il cibo e i bisogni primari il 60 per cento del reddito (in Europa il 20). In comune con i loro connazionali più ricchi hanno una sola cosa: hanno imparato solo a consumare, ma non a risparmiare e investire.

 

[**Video_box_2**]Il ministro Uliukaev tranquillizza: per chi guadagna e spende in rubli “non cambierà niente”. Ma la Russia che vive essenzialmente di esportazione di idrocarburi per importare (come prodotto finito o componenti) quasi tutto il resto si scopre drammaticamente dipendente dal dollaro. Le prime a cadere sono state le agenzie turistiche, un settore fallito quest’estate. Gli importatori sono in crisi, non potendo rimediare alla riduzione dei profitti con l’aumento dei prezzi in rubli. Volkswagen, Toyota, Renault e Mitsubishi riducono o chiudono la produzione locale, dopo che la vendita di auto è scesa del 18 per cento nel 2014. Si rischia una catena di insolvenze sui mutui, e numerose banche vacillano. Ma anche per i russi che girano in metropolitana non ci sono buone notizie: il comune di Mosca ha sospeso i lavori per un nuovo tratto, commissionato ai cinesi che, nonostante i proclami di amicizia, vogliono essere pagati in valuta forte.

 

Il Cremlino risponde che le sanzioni offrono una grande opportunità di rilancio, e promette investimenti autarchici, ma intanto la produzione agricola a ottobre è scesa del 12 per cento rispetto allo stesso mese del 2013, le importazioni sono calate del 10 per cento e le esportazioni del 13. Tutti gli altri indici sono in picchiata salvo il commercio al dettaglio, che però registra essenzialmente il panico da svalutazione che spinge la gente a non rinviare gli acquisti. E il barile a buon mercato toglie prospettive di ripresa, anche perché l’aumento dell’estrazione – già tendente allo zero – viene bloccato ancora prima che dalle sanzioni occidentali sulle tecnologie di trivellazione che la Russia non ha, da un prezzo che non rende più appetibile investire in giacimenti remoti e ostici.

 

Calcoli che rendono razionale l’idea dell’assedio silenzioso di Putin, lasciandolo cuocere a fuoco lento come un brasato. Nessun entusiasmo dura in eterno, appannato dalle necessità quotidiane, e il Levada center rileva che il numero dei russi che provano orgoglio per l’annessione della Crimea è sceso dal 37 al 18 per cento e la sensazione di un trionfo della giustizia è ora condivisa solo da uno su 10 (invece del 30 per cento). La fetta di quelli che non sono disposti a nessun sacrificio personale per la Crimea è aumentata dal 19 al 28 per cento, mentre il sostegno a una guerra contro l’Ucraina è sceso dal 74 per cento di marzo al 41.

 

Quando lo sgonfiamento dell’esaltazione diventerà scontento? La risposta è cruciale per politici, investitori e strateghi di tutto il mondo. In una democrazia il feedback avrebbe richiesto pochi mesi, ma un autoritarismo funziona con regole diverse. Secondo Alexandr Auzan, decano di economia all’Università di Mosca, Putin offre ai russi un nuovo patto sociale: da “più ordine in cambio di più regole” dei primi anni, dal “benessere in cambio di lealtà politica” del caso Khodorkovsky, dal “paternalismo e spesa pubblica in cambio della stabilità del regime” delle ultime elezioni, al “meno benessere in cambio dell’autostima da grande potenza”. Un paradigma sovietico, abbracciato anche dalla nuova borghesia: “Le hanno negato la modernizzazione, e hanno sublimato la mancanza di accelerazione del tempo con l’estensione dello spazio”. Non siamo i migliori, ma siamo più grandi. Una consolazione che si può abbandonare solo per una prospettiva migliore, per ora non offerta da nessuno.

 

La seconda domanda, dopo “quando?”, è “come?”. Soprattutto se il calcolo dell’occidente è che – avendo escluso la soluzione militare, una grande consolazione per Mosca che invece non solo non la aborrisce, ma l’ha praticata – bisogna far fare all’economia il suo corso e lasciare che Putin sia costretto a venire a più miti consigli, o dallo scontento popolare o – più probabilmente – dalla sua élite di oligarchi, tecnocrati e burocrati. Con un ostacolo impossibile: non contemplando l’impianto politico russo un avvicendamento elettorale democratico, e apparendo un golpe di palazzo poco praticabile, l’unico metodo che porti a questo risultato prima di vent’anni è far ammettere all’uomo che insiste ad avere ragione di aver avuto torto.

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