Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Dove girano i quattrini

Infildrado con gli español. Cosa pensano le imprese straniere di Renzi & Co.

Claudio Cerasa

Paure, sogni, illusioni, soldi, investimenti non sempre confermati. Cena a porte chiuse con i big spagnoli in Italia.

Roma. “Disculpe, una pregunta: pero lo que cuenta Civati?”. E’ martedì pomeriggio: siamo a Roma, a via del Gianicolo 3, in una sala riservata dell’Hotel Gran Melià, e un gruppo molto importante di imprenditori spagnoli con grossi interessi nel nostro paese (Seat, Gas Natural, Energetic Source, Everis, Acciona, Bbva, Logista) si riunisce in un incontro a porte chiuse organizzato dalla Camera di commercio spagnola e dallo studio di relazioni istituzionali Utopia. Lo fa per farsi forza, per orientarsi insieme nella nuova e non sempre semplice èra renziana e trarre un bilancio oggettivo dei primi nove mesi del governo Leopolda. Con giudizi, opinioni, fatti reali, difficoltà, scetticismi, entusiasmi. E, soprattutto, valutazioni sull’impatto delle riforme. Al cronista sono state gentilmente aperte per due ore le porte dell’incontro e tra conversazioni curiose, domande sconfortate, riflessioni sagge e richieste creative (“Estoy desesperado, tiene un’e-mail de Taddei?”) ne è venuto fuori un ritratto per quanto possibile fedele di quella che in qualche modo è oggi la percezione del renzismo al di fuori dai confini italiani.

 

Sono le diciotto e trenta. Il cronista apre il taccuino e comincia ad appuntare. Imprenditore numero uno, entusiasta, innamorato, ma scopriremo in minoranza: “Renzi mi piasie, yo lo voterei, ha cambiato i rapporti con i sindacati, sta spiezzando le catene con i vecchi portatori d’interesse, ha individuato molti poteri di veto, li sta sfidando. Il tempo stringe, es cierto, ma diamogli tempo, peggio di come si stava prima non si potrà stare”. Imprenditore numero due, tiendente al depresso: “Es una cazada che Renzi puede cambiare da solo tutta la politica italiana. E’ el sistema que no funciona y Renzi es un burattino che si circunda di persone no all’altura della situacione. E fino a che se acconteterà di recibir elimosinas dall’Europa l’Italia sarà destinata a non cambiare marcia”. Imprenditore numero tre, berlusconiano non pentito e renziano sinceramente convertito: “Yo non ci credo che Renzi possa andare a votare il próximo anno senza aver incassato un solo risultato economico e sono sicuro che non riusciranno a emergere delle alternative importanti che possano mettere a rischio la sua leadership. Renzi me piase tanto ma sono preoccupato perché tutte le riforme che ha messo in campo tardano ad arrivare alla conclusione e l’effetto annuncio ha questa conseguenza di cui bisogna tenere conto: quando annunci la reforma sembra essere fatta ma quando scopri che quella reforma che sembrava fatta non è stata ancora approvata la tua azienda perde la pazienza e decide di investire in un altro paese”. Imprenditore numero quattro, deluso, disorientato: “La mia società lavora in tre paesi, Francia, Spagna e Italia, e finora ha sempre investito in parte uguale ovunque. Il próximo anno però abbiamo deciso di cambiare: abbiamo capito che gli unici posti dove ha un senso mettere del denaro sono quelli in cui vi è una prospetiva di crescita e per questo metà degli investimenti che abbiamo fatto in Italia quest’anno li faremo in Spagna dove la crescita se estima che sarà entorno al dos por ciento”. Imprenditore numero cinque, renziano da paura. “A me questo governo piace per una ragione mas semplice. In Italia è complicato prendere decisión e l’unico modo per farlo è mettere la macchina del governo in mano a poche persone che sappiano decidere. A me non importa che siano tutti fiorentini, amici di Renzi, vigili urbani. Mi importa che vadano veloce, e ora la velocità mi piace assai”. La discussione va avanti, le chiacchiere si fanno fitte, il giudizio è complessivo è di fiducia e buona predisposizione ma qualcosa inizia a scricchiolare.

 

[**Video_box_2**]Imprenditore numero sei, disorientato, incazzato. “Vengo da Reggio Emilia e pensavo di conoscere una persona che a Palazzo Chigi contava qualcosa ma mi sono reso conto che al governo non conta nessuno che non sia di Firenze e trovo surreale che per poter discutere di qualcosa con il governo sia necessario conoscere qualcuno di Firenze. Per noi è complicato. Parliamo con i ministri e quelli ci dicono ‘dobbiamo chiedere a Matteo’. E se poi non chiedono a Matteo, per noi sono problemi: sono soldi che volano via. E’ tutto lento, non funziona, non va”. Imprenditore numero sette, disperato. “Conosco Renzi da tempo e da quando lo conosco ho capito che c’è un punto fragile e non claro della sua linea: non sa cos’è la politica industriale. Mi va bene, benissimo, che ci sia il taglio dell’Irap ma non mi venisse a dire che la politica industriale o la politica sul lavoro è abolire l’articolo 18: lo scorso anno ho licenziato 15 persone per ragioni economiche nella mia azienda. La politica industriale e del lavoro non la si fa con gli slogan, i simboli o le piccole detassazioni ma la si fa con misure radicali. E le misure radicali, ahimè, faccio fatica a vederle”. Imprenditore numero otto, ossessionato dalla sinistra, ma poco informato sui numeri del Parlamento: “A me Renzi piace ma non vedo futuro perché la sinistra lo farà cadere, e perché in Italia funziona sempre così. E poi, siamo sicuri che Civati cuenta para nada? Sicuri?”. Passa il tempo, si infittiscono i dialoghi, aumentano gli entusiasmi per il dinamismo mostrato da Renzi e per il tentativo di spazzare via le vecchie burocrazie ministeriali (“è indice della volontà di cambiare e di non rimanere impantanato nell’impasse burocratico”) ma anche le “delusión per le ocasión perdute” da Renzi in Europa: “Doveva sforarlo subito il tre per cento, l’Italia fa la voce grossa in Europa ma senza risultato. Anzi, aumenta la sua percezione di inaffidabilità, e fa il contrario della Spagna che 3 anni fa ha fatto una scelta opposta di obbedienza alla Germania e ora è considerata affidabile”.

 

L’impressione conclusiva è che “in linea di máxima” il renzismo piace (quasi tutti gli imprenditori spagnoli incontrati voterebbero Renzi) ma dopo nove mesi di annunciate rivoluzioni tre cose mancano all’appello: una politica industriale “con le pelotas” (con le palle), una “reforma della giustizia” rivoluzionaria, un taglio drastico della “fiscalidad”. Le imprese ormai, si sa, scelgono di investire in un paese guardando al suo pil futuro e soprattutto se gli annunci di chi lo guida si trasformano in fretta in riforme. Il pil del nostro paese non dà segnali incoraggianti e in questo senso la sfida di Renzi è più che semplice. La riassume un altro imprenditore: “Non dare la percezione che tra le riforme annunciate e le riforme attuate ci sia un margine così grande da far dimenticare la bontà degli annunci”. Più “claro” di così…

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.