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L’uomo è cattivo, ma la natura è peggio

C’è sempre un colpevole, nel nuovo stucchevole romanzo a puntate sulla malattia del pianeta e del clima, e quel colpevole è l’uomo. Se piove poco è colpa dell’uomo, se piove troppo idem, se il fiume esonda è colpa dell’uomo, se il lago si secca pure.

18 Novembre 2014 alle 10:01

L’uomo è cattivo, ma la natura è peggio

Pioggia e fango in Liguria (foto LaPresse)

Roma. C’è sempre un colpevole, nel nuovo stucchevole romanzo a puntate sulla malattia del pianeta e del clima, e quel colpevole è l’uomo. Se piove poco è colpa dell’uomo, se piove troppo idem, se il fiume esonda è colpa dell’uomo, se il lago si secca pure. Quando non è responsabilità del sindaco, della provincia, della regione, dello stato, dei meteorologi o della Protezione civile, è comunque colpa delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo. L’idea di fondo è che la natura di per sé sarebbe buona, ma la nostra cattiva gestione la rende crudele. Mancanza di memoria storica e paraculismo producono mostri. “La natura non è buona né giusta né bella”, dice Chicco Testa nel suo ultimo libro scritto con Patrizia Feletig, “Contro (la) natura” (Marsilio).

 

L’ex presidente di Legambiente ed Enel parla al Foglio di “ridicola e continua ricerca del capro espiatorio: ogni giorno ne salta fuori uno nuovo”. Concentrandosi sul caso specifico di questi giorni, Testa ricorda che “i fiumi hanno sempre esondato”, e che l’uomo nel tempo è riuscito a contenerne i danni con opere idrauliche frutto dell’ingegno. “Ho vissuto a lungo a Milano – racconta – e ogni tanto il Seveso e il Lambro esondavano”. Roba normale, insomma. “La cosa assurda è non avere ancora trovato una soluzione in tutti questi anni”. Quello però “è il campo delle burocrazie, delle normative e dei vincoli in un paese nel quale realizzare un’opera ingegneristica è un’impresa eroica”. Siamo il paese in cui l’atteggiamento prevalente in qualsiasi situazione è mettere le mani avanti: “Tutti hanno paura di diventare il capro espiatorio dell’opinione pubblica o essere oggetto di inchieste e processi da parte della magistratura o della Corte dei conti”. Gli stessi amministratori sono come in trappola: “Se non si dà l’allarme preventivo, si avrà sulla coscienza qualunque morto”, anche accidentale. “Se invece si dà l’allarme si paralizzano le attività economiche” e si viene accusati di avere bloccato la città. Il problema, dice Testa, “è che abbiamo espulso il rischio individuale dalla concezione della vita. Un tempo quando nevicava e le strade erano impraticabili non si dava la colpa al sindaco, era nella responsabilità individuale del singolo accettare o meno il rischio”. Oggi invece si vive paralizzati dal principio di precauzione, per cui tutto ci spaventa, e quasi non facciamo un passo se non ci garantiscono che non ci succederà niente. “Si aggiunga a tutto ciò il recente incattivimento della società italiana – prosegue Testa – per cui negli ultimi anni è cresciuto lo spirito di fazione, il tutti contro tutti come modalità di rapporto quotidiano. Il combinato disposto di questi due aspetti produce una miscela spaventosa”. Altro che comunità di vocazione o di destino.

 

“La specie umana è una specie di successo – spiega ancora Testa – anzi è quella che nell’ultimo milione di anni ha avuto più successo. Ha operato trasformazioni che l’hanno insediata sempre più saldamente nel pianeta”. Negli ecosistemi però ci sono sempre state le catastrofi, e pensare che la colpa sia sempre nostra non serve a evitarle. “Stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti? I dati ci dicono di no, le nostre condizioni continuano a migliorare”. Nel suo libro Chicco Testa racconta di come il nostro paesaggio abituale non sia più la natura, ma un mondo “largamente artificializzato che abbiamo costruito e che nasce dal connubio tra spinte naturali e ingegno umano”. New York e Venezia esistono perché l’uomo si è fatto largo tra vegetazione inospitale cacciando dal loro habitat specie animali e volatili con quella che oggi verrebbe definita speculazione edilizia (e con modalità analoghe sono nate e cresciute parecchie città in tutto il mondo). Non è un fantomatico ritorno alla natura che impedirà ai fiumi di esondare, né permetterà a noi di vivere meglio. C’è un capitolo provocatorio, nel libro di Testa, ma inconfutabile: paradossalmente si vive meglio là dove c’è l’inquinamento che non dove l’aria è pura, dice, “l’aspettativa di vita è maggiore in una città industrializzata dell’occidente che in una campagna africana o nella steppa russa”.

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