Matteo Renzi con Josè Manuel Barroso (foto Ap)

“Der weiche Euro”

Nell'autunno freddo del pil, i dubbi sul litigio Ue-Renzi

Marco Valerio Lo Prete

La recessione, le ammissioni di Taddei su Bruxelles, i due euro tra Fassina e Welt.

Roma. La crescita dei 18 paesi dell’Eurozona, nel terzo trimestre dell’anno in corso, è stata appena percettibile: più 0,2 per cento rispetto al secondo trimestre. Comunque abbastanza per fare meglio delle attese dei previsori, grazie all’effetto trascinamento delle due economie più grandi, Germania (più 0,1) e Francia (più 0,3). E mentre la Grecia – dove la disoccupazione resta al 26 per cento – registra il terzo trimestre consecutivo di crescita, l’Italia rimane in recessione. Il meno 0,1 per cento del pil di questo trimestre, per il nostro paese, si somma al meno 0,2 dello scorso e allo zero del primo trimestre. Magra consolazione: “Anche se l’insufficienza della domanda interna continua a pesare sull’economia, il dato negativo è in linea con la stima di una contrazione dello 0,3 per cento nella media del 2014”, dice Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma. Naturale dunque che in queste ore riemerga il dibattito sul tasso di “radicalità” del governo renziano. Non tanto sulle riforme domestiche, visto che legge di stabilità e Jobs Act sono almeno incardinati in Parlamento, quanto sul rapporto con Bruxelles. Secondo De Nardis, per esempio, gli investimenti continuano a calare in ragione di “alti tassi reali d’interesse”: “Se la politica monetaria rimane inefficace nel rialzare la dinamica dei prezzi, c’è il rischio che la debolezza degli investimenti, pubblici e privati, sia un motivo conduttore anche del 2015”.

 

Secondo altri, però, nemmeno tirare per la giacchetta la Banca centrale europea – ammesso che Mario Draghi riesca a superare le opposizioni interne all’Eurotower – sarebbe sufficiente. Carlo De Benedetti da simpatizzante renziano ha denunciato un difetto di radicalità nel braccio di ferro tra Rottamatore e Bruxelles. CDB ha sostenuto per esempio che l’Italia dovrebbe sforare (e di molto) l’attuale tetto del 3 per cento sul rapporto deficit/pil, così da potersi permettere un robusto taglio delle tasse. Una tesi simile a quella espressa, sul Corriere della Sera, da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Nel Pd non mancano altri modi ancora d’interpretare “la radicalità” necessaria in Europa. Ieri Stefano Fassina, intervenendo sul Corriere per rispondere alle critiche di Antonio Polito, si chiedeva retoricamente: “E’ populista scrivere che l’unica strada possibile per evitare il naufragio è il superamento cooperativo dell’euro?”. Come dire che, poiché Bruxelles appare incorreggibile nella sua ortodossia vincolistica, abbandonare l’euro è un’opzione più che legittima. Alla quale adesso non chiudono a priori nemmeno Cesare Damiano e l’ex segretario Pier Luigi Bersani. Fassina ha precisato di non aver mai parlato di “uscita dall’euro”, ma di aver fatto riferimento a una separazione consensuale: “E’ il riconoscimento di una discussione in corso, anche in Germania”.

 

[**Video_box_2**]Paradigma Meltzer - Discussione di cui il Foglio ha dato ampiamente conto due settimane fa, sulla scorta di autorevoli indiscrezioni del mondo finanziario italiano, raccogliendo per esempio la voce di Allan Meltzer, decano dei liberisti americani, molto ascoltato in Germania e fautore di uno “sdoppiamento” temporaneo dell’euro. Ieri il quotidiano tedesco Die Welt raccontava che le tesi di Meltzer in queste ore sono state discusse “in un incontro a porte chiuse a Francoforte”. L’economista americano ha ribadito che la creazione di “un euro debole” (“die weiche Euro”) per i paesi mediterranei, inclusi Francia e Italia, consentirebbe una svalutazione competitiva e renderebbe più sostenibili nel breve termine le riforme, comunque necessarie per una futura riunificazione dei due euro.

 

Il governo finora aveva sempre rivendicato di aver “cambiato verso” all’Europa, come sarebbe dimostrato anche dalla scelta di insistere su una manovra in deficit (seppure sotto il 3 per cento). Tuttavia due giorni fa, parlando a “Omnibus” su La7, il consigliere economico di Palazzo Chigi Filippo Taddei era decisamente più cauto: “La correzione dei conti sulla quale ci siamo accordati (con Bruxelles, ndr) è una correzione eccessiva per la situazione dell’economia italiana e per quello che è il nostro sforzo di cambiamento”, ha ammesso. Da qui “la vera delusione e il vero disappunto” del governo “verso l’Europa”. Il dubbio, insomma, è che almeno per ora i più radicali siano stati i soliti (sbeffeggiati) burocrati di Bruxelles.