Susanna Camusso e Maurizio Landini (foto LaPresse)

Perché la rottamazione farebbe bene al sindacato

Luciano Capone

Parla Maurelli, segretario generale della Uiltemp, la costola di Uil che si occupa dei lavoratori precari e atipici. Scioperi a go-go, strapotere di travet e pensionati. Idee per rinnovarsi, nell'interesse dei lavatoratori, da un'outsider che punta in alto.

La fotografia migliore del sindacato italiano è la composizione dei suoi iscritti. Se prendiamo i dati del 2013 delle tre sigle più importanti, Cgil-Cisl-Uil, si vede che la stragrande maggioranza è composta da pensionati, una percentuale vicina al 50 per cento, mentre i precari superano di poco l’1 per cento. Quasi 5 milioni e 300mila pensionati a fronte di 180mila precari, una foto che somiglia molto più a un’istantanea polaroid che a un selfie. C’è però chi dall’interno sta tentando una sorta di rottamazione, o quantomeno un tentativo di rinnovare il sindacato per dare rappresentanza alle nuove forme di lavoro: “Non è stato Renzi a metterci da parte, ci siamo messi da parte da soli. Il sindacato non conosce i precari, non sa chi sono, come lavorano, quali sono le loro esigenze. E se non li rappresentiamo, perché il governo dovrebbe parlare con noi?”. Lei è Magda Maurelli, segretario generale della Uiltemp, la costola del sindacato guidato da Luigi Angeletti che si occupa dei lavoratori precari e atipici. Nella guerra dei mondi della sinistra, nello scontro tra governo e sindacati e in piena apertura della “stagione degli scioperi” è una dei pochi sindacalisti a mettere sul banco degli imputati la propria categoria: “Il sindacato ormai è un apparato burocratico governato dalle stesse persone da più di venti anni, che ha in mente il vecchio modello aziendale e la difesa di dipendenti pubblici e pensionati”. E queste incrostazioni di potere impediscono la modernizzazione del sindacato: “Nella Uil abbiamo segretari generali ultrasettantenni in carica da 35 anni – dice Maurelli –. C’è un apparato elefantiaco da garantire che blocca l’innovazione, si fanno una miriade di convegni su vecchi libri sul sindacato, senza mai interessarsi ai cambiamenti dell’epoca del digitale”.

 

Una descrizione che fa rientrare a pieno titolo i sindacalisti nell’immagine renziana dei “professionisti della tartina”, un mondo contro cui la Maurelli ha deciso di lanciare uno scontro frontale candidandosi alla segreteria generale della Uil per il dopo Angeletti. In realtà la sua candidatura è morta in partenza, il vincitore annunciato del XVI Congresso nazionale che si terrà a Roma dal 19 al 21 novembre è Carmelo Barbagallo, pensionato di 67 anni, da molti anni ai vertici della Uil: “Barbagallo non può essere il futuro – dice la sindacalista - mi sono candidata contro questo sistema di potere e ho già pagato con la reazione dell’apparato: mi hanno sfiduciata con l’accusa di puntare troppo sui social network, quando la maggior parte delle domande dei giovani viene proprio dai social”.

 

[**Video_box_2**]Maurelli non ha speranze, quattro giorni fa, il giorno dell’investitura ufficiale di Barbagallo le è stato addirittura impedito di partecipare al Consiglio Confederale, è stata tenuta fuori dalla sede dell’Inps, dove, ironia della sorte, si è tenuto il parlamentino della Uil. La sua candidatura ha però il merito di far irrompere nel rituale dibattito sindacale tematiche che sarebbero rimaste anch’esse fuori dalla porta: “Il sindacato è una monarchia elettiva, il re che va via sceglie il suo successore, che a sua volta deve garantire una corte fatta da vecchi e influenti segretari generali”. Ciò che manca è una discussione sulle nuove sfide che il sindacato deve affrontare: “Non si possono fare lunghi congressi senza sapere che esiste il coworking, che siamo nell’era digitale, che per le persone è cambiato il rapporto tra talenti e tutele”. Il rischio, se il sindacato non si adegua ai cambiamenti epocali portati dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica, è che anche i suoi strumenti di lotta e di difesa dei diritti dei lavoratori diventino obsoleti: “Possiamo continuare a fare scioperi – dice Maurelli – ma bisogna capire da che parte va il mondo. Amazon è un colosso che fa miliardi e con pochi dipendenti, sta robotizzando i depositi e consegnerà i pacchi con i droni. Ciò non significa che non ci sarà più lavoro, ma che si sta trasformando. Dobbiamo aggiornare le nostre competenze per aiutare i lavoratori a riposizionarsi, altrimenti tra qualche anno ci ritroveremo a fare scioperi davanti agli uffici postali perché non c’è più chi porta i pacchi”.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali