Giorgio Squinzi (foto LaPresse)

Parla Giorgio Squinzi

Sindacato medievale, ma sull'Irap Renzi non ci faccia scherzi

Marco Valerio Lo Prete

Il n.1 di Confindustria: l’Europa è piantata, non solo l’Italia. Norme e burocrazie  frenano, ma ottimismo sulla produzione.

Roma. “All’Italia serve uno choc. Soltanto in questo modo il nostro può tornare a essere un paese pienamente moderno e civile. Dobbiamo liberarci di incrostazioni accumulate in troppe ère geologiche”. Così la vede Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, nel suo conversare generalmente poco incline a una retorica roboante o immaginifica. Il patron della Mapei non è convinto che nel maggio 2016, quando il suo mandato di presidente di Viale dell’Astronomia sarà scaduto, gli associati staranno molto meglio  rispetto a quel 2012 in cui Emma Marcegaglia gli ha passato il testimone: “Perché l’uscita dalla crisi sarà lunga”. Ma nemmeno si può dire che Squinzi sia per natura pessimista. Ieri mattina, dopo che l’Istat ha reso noto che la produzione industriale del paese è scesa a settembre del 2,9 per cento rispetto a un anno fa, ha commentato così: “Personalmente penso che il dato di ottobre sarà migliore, stiamo a vedere”. Il Centro studi di Confindustria si attende infatti un incremento della produzione industriale dello 0,4 per cento a ottobre su settembre, dopo il calo dello 0,9 su agosto. Né negazionista né pessimista, realista: “Per l’Ocse l’Italia crescerà dello 0,1 per cento. E’ un dato avvilente”.

 

Nessun gufaggio anti governativo in corso, Squinzi rivendica di parlare da imprenditore che in due anni e mezzo ha animato circa 150 assemblee in giro per il paese – “L’Italia è un paese straordinario, sa?” – e che con la sua Mapei produce in 33 paesi, ha il 70 per cento di clienti stranieri e si muove quindi sui mercati internazionali. Per questo, prima di affrontare il dossier “legge di stabilità”, ragiona sul contesto esterno. “E’ l’Europa intera che si è piantata. Gli Stati Uniti, dopo una robustissima iniezione di liquidità, hanno invece rimesso in moto il sistema. In Europa siamo stati incapaci di fare altrettanto”. Il governo Renzi è sufficientemente radicale nel suo approccio a Bruxelles? “Giudico positiva la spinta che ha tentato di esercitare. Sugli effetti poi vedremo”, si tiene prudente. Lui ritiene che “una maggiore flessibilità” si otterrebbe innanzitutto con la “neutralizzazione degli investimenti in infrastrutture e ricerca nel conteggio del deficit pubblico ai fini del Patto di stabilità”. 

 

Non si contano però i governi italiani che hanno richiesto la cosiddetta “golden rule” per ammorbidire i vincoli di Maastricht, restando con nulla in mano dopo qualche vertice europeo. Perché adesso dovrebbe cambiare qualcosa? Non a caso si registrano voci d’establishment che ragionano su scenari radicali, come la separazione dell’Unione monetaria tra un euro forte per il nord e uno più debole per il sud: “Non esiste – taglia corto Squinzi – Quella al massimo è la tesi di alcuni circoli oltranzisti tedeschi. Se salta l’euro, l’Italia attraverserebbe una recessione del 25-30 per cento, secondo nostri calcoli”.

 

Ecco che Squinzi allora inizia a parlare di quello che potremmo fare noi, prima di tutto, per riconquistare peso ai tavoli della trattativa europea. Un po’ di stabilità politica e quindi continuità di governo non guasterebbe, questa la sensazione che Squinzi – che parla fluentemente il tedesco e che ieri ha definito il presidente Napolitano “un importante fattore di stabilizzazione” – ha raccolto tra diversi partner europei. Non solo: “Facciamo fatica a far affluire i finanziamenti e a mandare avanti i lavori in cantieri come quello del tunnel del Brennero e della Tav, cantieri che invece procedono eccome dall’altra parte del confine, in Austria o Francia che sia”. Come dire che non è soltanto un problema di risorse che mancano. Il necessario choc dovrà prendere forma legislativa, oltre che culturale.

 

La infastidisce l’accusa al governo di aver scritto la legge di stabilità sotto dettatura degli industriali e in spregio di altri gruppi sociali? “Non la reputo un’accusa per l’esecutivo, innanzitutto – dice Squinzi – Le 150 mila imprese di Confindustria vogliono prima di tutto che il paese ritrovi un sentiero di crescita. I miei associati sono stufi di chiudere linee produttive e stabilimenti. Non mi sembra strano che il governo possa condividere questa aspirazione”. Se poi si passa a discutere le singole misure adottate nella legge di stabilità, Squinzi riconosce una certa distanza tra le slide che furono presentate da Palazzo Chigi e le norme effettivamente scritte nella Finanziaria che oggi inizia a essere discussa in Parlamento. “Il discorso più innovativo resta l’eliminazione della componente lavoro dall’Irap che chiedevamo da moltissimo tempo. Nello stesso senso va la decontribuzione per i primi tre anni sui nuovi assunti. Questi due punti, adesso, non dovranno essere stemperati in Parlamento. Né lo sgravio futuro dell’Irap potrà essere pagato cancellando il piccolo taglio dell’aliquota di inizio anno. Meglio non fare sorprese”. Qualche modifica, su quest’ultimo punto, potrebbe dunque essere necessaria rispetto al testo governativo. “Nel senso dello choc necessario – dice Squinzi – va anche il Jobs act. Sono tutte misure che ci avvicinerebbero a una competitività normale, utili dunque per rientrare nel novero di quei paesi che già oggi stanno  rescendo”.

 

[**Video_box_2**]Non solo fisco e lavoro. Lo choc, per essere tale, dovrebbe investire anche la “Pubblica amministrazione che troppo spesso si trasforma in piombo sotto le ali del paese”. I produttori (e i lavoratori) sono frenati da storie come quelle che Squinzi racconta sulla sua Mapei: “Mi ci sono voluti sette anni semplicemente per ampliare ciascuno dei miei due stabilimenti principali in Italia, uno poco fuori Milano e uno a Latina. Il tempo però non è un lusso per noi imprenditori. Consideri che una grande società americana mi contattò nel 2005 per chiedermi maggiori quantità di polimero solido rispetto a quanto ne producessi allora. Le serviva per entrare nel mercato cinese dei chewing-gum. Io sono riuscito ad andare in produzione soltanto nel 2011. Nel frattempo sono stato rimpiazzato per qualche anno da concorrenti tedeschi che non hanno dovuto affrontare problemi del genere. Questo succede tutti i giorni, da anni, a migliaia di imprenditori”. Ecco la burocrazia che si trasforma in “piombo sotto le ali del paese”. Mettiamo pure in conto alcune “incomprensioni” a livello comunicativo tra il pacato Squinzi e l’esuberante Renzi. Il premier però contesta alla radice il metodo della concertazione con le parti sociali. Confindustria dovrà reagire: “Io non sono mai stato ‘concertatore’ – dice Squinzi – Mi siedo e ascolto gli altri, poi decido nell’interesse degli imprenditori che rappresento. La mia Confindustria nel 2012 firmò l’accordo sui salari di produttività senza attendere la Cgil. Poi abbiamo concluso un’importante intesa sulla rappresentanza aziendale cui ha aderito pure la Cgil”. Il presidente di Confindustria conclude: “Non siamo un partito politico. Abbiamo raggiunto tali accordi perché gli imprenditori ce lo chiedevano. Tutto diventerà più difficile con un sindacato che negli ultimi tempi si sta spostando, a proposito di lavoro e fisco, su posizioni anti storiche. Da Risorgimento, forse da Medioevo”.

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