Non esiste una foto che ritrae Silvio Berlusconi e Matteo Renzi insieme. Qui sono in un fotomontaggio

La giostra del Nazareno

Più si guardano in giro più il Cav. e Renzi temono una separazione

Salvatore Merlo

Tutti giù per terra, se si ferma la giostra del Nazareno. Un patto che deve reggere anche sul percorso minato. Economia, palazzo, Grillo e altri mediocri. Tutto si tiene.

L’intendenza fa baruffa, i protagonisti si pizzicano, il più giovane dice che “il patto del Nazareno scricchiola”, ma più si guardano intorno, più Matteo Renzi e Silvio Berlusconi temono una separazione. Così, a Montecitorio, Denis Verdini allarga le braccia, le parole, non udibili, gli si affastellano sulle labbra in un mormorio sordo e incessante, mentre il suo interlocutore, Lorenzo Guerini, non emette un fiato, ma guarda Verdini dritto negli occhi, dal basso verso l’alto, e fa seriosi cenni d’assenso: “Sì”, “sì”, “sì”. E insomma, illuminati da una luce livida di temporale, l’ambasciatore di Berlusconi e quello di Renzi non possono perdere tempo, vogliono risolvere, sbrogliare, entrambi sanno che più si aspetta, e più si ramificano le cose da chiarire, da precisare, da smentire, da controbattere, mentre la faccenda risulta d’una semplicità crudele e disarmante all’unisono, per tutti gli attori sul proscenio. Il colloquio non è infatti un capriccio, i due uomini rappresentano la ragion di stato dei rispettivi leader. Verdini e Guerini sono gli ambasciatori di un patto che non può essere rifiutato, che non può e non deve naufragare. “Al patto del Nazareno non c’è alternativa”, sibila infatti Daniela Santanchè. “Non c’è alternativa”, dunque, perché l’alternativa impensabile sono quelle elezioni anticipate che non vuole il Pd, ma non vuole nemmeno Forza Italia.

 

Se cadesse il patto, Renzi dovrebbe rivolgersi a Grillo, bussare cioè alla porta di quei deputati e senatori a cinquestelle con i quali il presidente del Consiglio è riuscito faticosamente, tra frizzi e lazzi, bavagli e mani sporche d’inchiostro, a eleggere ieri un giudice costituzionale, Silvana Sciarra, e un membro del Csm, Alessio Zaccaria. O peggio, dovrebbe trasformarsi in Enrico Letta, stringersi cioè a coorte attorno ad Angelino Alfano. Figurarsi. E allora Maria Rosaria Rossi, la morbida senatrice, la super assistente del Cavaliere, lei che intorno alla vita politica del capo ha quella divinazione straordinaria, quasi profetica, tipica solo degli attendenti, sorride, smussa, accorcia, perché anche Forza Italia teme il crollo: “Siamo in una pausa di riflessione, ma non diamo tutto per perso sulla riforma elettorale”. E difatti le ultime ore, dopo l’incontro tra il Cavaliere e il ragazzino, tra Berlusconi e Renzi, sono tutta una giostra di telefonate, di colloqui diretti, o con le rispettive diplomazie, trilli di telefono simili a nitriti d’apocalisse: “Non facciamo bischerate”. Dice allora Berlusconi, stretto com’è tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, soggetto com’è a trascoloramenti di fronte ai mugugni della sua Forza Italia, circondato dai rivoltosi che hanno impedito ieri l’elezione del suo candidato alla corte costituzionale, assediato com’è dalle facce gravi di Raffaele Fitto e di Renato Brunetta, dai volti segnati da un’afflizione interiore, dagli integralisti della malinconia antinazarena: “Non credo ci siano problemi insolubili. Ma spero che nessuno insista su delle forzature”. Berlusconi dunque vuole trattare, sa che la politica è l’arte della convenienza e della rappresentazione. Così in realtà è pronto a fingere d’aver ottenuto qualcosa dal presidente del Consiglio per placare i malumori dei suoi cavalli imbizzarriti, per ristabilire la quiete e tirare avanti. Mentre Renzi, spiccio e bullesco com’è di natura, è pronto a fingere concessioni, perché in realtà l’idea di dover parlare con Di Maio e con Crimi, come l’immagine di Alfano elevato a perno fondamentale della sua maggioranza, adesso assumono per lui le parvenze dell’incubo, di una mostruosa deformazione del futuro. Così Berlusconi ieri ha deplorato gli scogli e i bassi fondali che insidiano la navigazione governativa. E anche lui, come gli uomini di Renzi, ha evocato orizzonti procellosi, correnti avverse, collisioni a sorpresa, ha agitato insomma lo spettro dell’instabilità: “Viviamo un momento difficile per via della crisi”, ha detto. Dunque: “Pur nel rispetto della diversità di ruoli e di cultura politica, ciascuno metta al primo posto l’interesse nazionale”… E la convenienza politica. E se la politica è, appunto, l’arte della convenienza, perché mai Renzi dovrebbe rinunciare alla sua arma bianca, al patto del Nazareno, alla cornice dentro cui ha fatto lo spadaccino, al dispositivo flessibile e spietato che gli ha consentito di ridurre alla palude la minoranza del Pd, d’ignorare il tramestio dei Fassina e dei Civati, d’infischiarsene del sindacato, di fare spallucce di fronte a Landini e Camusso, e tutto con un dispendio minimo di energie?

 

[**Video_box_2**]Dunque il Cavaliere vuole salvare le apparenze e mettere a riparo il patto con Renzi, mettere in salvo quello che per Brunetta è una confluenza di orrori, un osceno ingorgo, un repellente imbuto dove confluiscono roteando, tutte insieme, le verità che lui e Fitto e Capezzone e Minzolini preferiscono non vedere: cioè che il sabotaggio del patto del Nazareno non ferma Renzi, non blocca il suo sconfinamento nel recinto elettorale dei moderati, né tanto meno è una diga contro l’avanzata rumorosa di Salvini a destra. E difatti Berlusconi sempre più spesso osserva i suoi uomini agitati, ascolta i mugugni della corte, li guarda uno per uno, poi, rimasto solo con Gianni Letta, o nei suoi colloqui con Fedele Confalonieri, mormora: “Ma loro quale alternativa mi sottopongono?”. Nessuna. Rifiutare la propria epoca è altrettanto impossibile quanto rifiutare la propria nascita e la propria morte. E dunque Verdini e Guerini parlano a lungo, a Montecitorio, dal vivo e al telefono, devono sciogliere nell’olio d’oliva un attrito sulle reciproche convenienze politiche, quasi una questione di metodo più che di merito, perché Berlusconi non può accettare un’imposizione di plateale prepotenza sulla riforma elettorale, mentre Renzi, il politico la cui vita è una corsa, non può tergiversare, ma nemmeno può rompere brutalmente con il Cavaliere per consegnarsi al disordine scombiccherato dei Cinque stelle, al Movimento che non lascia passare giorno senza mettere su una nuova piroetta, una capriola temeraria, un funambolico esercizio, pur mantenendo la più totale immobilità. Ma nemmeno Renzi può affidarsi definitivamente alla digestione lenta di Angelino Alfano, che tuttavia incontrerà lunedì. Il presidente ragazzino conosce bene il suo ministro dell’Interno, la sua paludata tecnica del dire e del non dire, del temporeggiare e dell’annacquare, la sua eterna deriva tra l’indiretto e l’allusivo, un gioco di specchi utile a rendere ogni parola ancora meglio revocabile, ritrattabile, smentibile, a suscitare altri ingarbugliamenti, più fiere sospettosità, confusione, vaste nubi di gas. Insomma un incubo, tra Grillo e Alfano, tentando di raccogliere qualche voto di Vendola (proprio quando Gennaro Migliore lascia Sel), una scheggia montiana (quando anche Andrea Romano entra nel Pd), tutto uno scomposto e improbabile avvitamento verso le elezioni anticipate a legge elettorale invariata. Un disastro. Così, dicono ad Arcore, “Berlusconi e Renzi sono legati a doppio filo. In questa legislatura l’uno è la sopravvivenza dell’altro”. Chissà.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.