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Superuomo faber

Auto elettriche e shuttle per lo spazio: poco web e molta industria per Elon Musk, un padrone dell’universo sulle tracce di Steve Jobs. Vuole riuscire a spostare persone e cose da San Francisco a Los Angeles in mezz’ora con un tubo alimentato a pannelli solari.

31 Ottobre 2014 alle 16:50

Superuomo faber

Elon Musk è nato 43 anni fa in Sudafrica. Ha abbandonato gli studi di Fisica a Stanford perché l’ambiente non era abbastanza stimolante. Ha fondato fra l’altro con Peter Thiel PayPal

Di solito quando uno tenta di mandare in pensione il motore a scoppio, conquistare Marte, spostare persone e mezzi da San Francisco a Los Angeles in mezz’ora con un tubo alimentato a pannelli solari che sembra una gigantesca canna di fucile – i proiettili siamo noi – smontare il circuito dei pagamenti online, distruggere le vecchie piattaforme commerciali, competere con il complesso industriale dello stato nei settori più delicati e vuole fare tutte queste cose contemporaneamente, non una alla volta come fanno le persone normali, significa come minimo che è un tipo ambizioso, più probabilmente un megalomane, un padrone dell’universo in potenza. Intorno alle ambizioni di Elon Musk difficilmente si può coltivare qualche dubbio, non si diventa l’amministratore delegato più pagato del mondo per un tremendo colpo di fortuna. Musk, poi, a differenza di altri miliardari di nuova generazione ha scommesso tutto su un settore che richiede enormi investimenti in termini di tempo, competenze, specializzazione, soprattutto se decidi di dedicarti a tempo pieno a due aziende. E per tempo pieno s’intende che ciascuna delle creature più esigenti – Tesla e SpaceX – gode dell’attenzione full time del suo creatore. Non che la guida di posti come Facebook richieda minori conoscenze, ma uno shuttle per andare in orbita e una macchina elettrica non si costruiscono nottetempo nel dormitorio di un college, nemmeno se quel college si chiama Harvard. L’imprenditore di origine sudafricana è, appunto, un moltiplicatore di capitali, ma ama soprattutto definirsi un inventore, un tizio che plasma cose, homo faber che crea non dal nulla – anche la sua ambizione ha un limite – ma gioca con la materia informe: i suoi prodotti crescono nel crogiuolo della fatica e del sudore, della pressione psicologica sui dipendenti e collaboratori, il successo cresce sulla pietra angolare di una cultura del lavoro esagerata ed esageratamente selettiva.

 

Anche alla moglie Justine chiedeva la stessa sottomessa dedizione al lavoro che chiede a se stesso e ai suoi dipendenti. Quando lei le diceva: “Sono tua moglie, non un tuo dipendente”, lui si faceva serio: “Se fossi un mio dipendente ti avrei già licenziato”. Hanno divorziato dopo otto anni.

 

Il mondo di Musk non è un campus googliano dove ragazzi sorridenti vanno in bicicletta dal ristorante vegano alla sala dei videogiochi arcade e creano il futuro quasi incidentalmente. A Tesla e SpaceX il termine lavoro ha un significato più arcaico, tradizionale, non c’è sullo sfondo l’atmosfera fintamente spensierata della Silicon Valley. Ne consegue che Musk non ha il tempo, la pazienza, la volontà e l’inclinazione antropologica per occuparsi della narrazione pubblica di se stesso e delle sue gesta. Rilascia interviste, certo, parla alle conferenze, promuove, twitta, sfrutta a fondo la sua immagine, ma a un certo punto sono i prodotti che parlano per lui. Non c’è la tendenza sacerdotale di uno Steve Jobs, che passava ore e ore a levigare i discorsi, a provarne l’esecuzione, ad esercitarsi con un metodo Stanislavskij che faceva trasmutare il geniale uomo di tecnologia in una specie di messia della predicazione con il maglioncino a girocollo. E come tale, Jobs doveva trasmettere al mondo la Buona Novella sotto forma di slogan e formule liturgiche, genere “stay hungry, stay foolish” e altre banalità da dolcetto della fortuna che con la giusta struttura narrativa, la giusta personalità, il giusto impianto mitologico, la giusta spruzzata di incenso sul palco diventano luminose visioni che ciascuno degli astanti può custodire e far fruttare nel segreto del proprio cuore. Jobs non faceva tutto questo esclusivamente per vanità, era parte integrante del suo mestiere di mercante di sogni e trendsetter, l’iPhone e gli altri gingilli designed in California dovevano essere accompagnati da una struttura testuale adeguata per poter trascendere la loro natura di oggetti tecnologici belli ma limitati e sciogliersi magicamente nella rarefazione del mito. Così anche oggi che Jobs non c’è più, chi compra Apple compra un mondo, una performance, un’idea di universo, un pezzo di paradiso da mettere in tasca (non staremo qui a rimarcare ancora una volta i rimandi divini e diabolici contenuti in quella mela morsicata).

 

Molti pezzi grossi della Silicon Valley hanno creato una loro versione di quest’arte a metà fra l’antica narrazione orale, il teatro e il culto della personalità. C’è chi lo fa in modo magniloquente, radunando una volta a settimana tutti i dipendenti per una celebrazione liturgica del genere preso di mira da Dave Eggers nel suo romanzo, iperbolico ma efficace, “The Circle”. E’ il caso di Google, ad esempio. Altri lo fanno con un profilo leggermente più basso e senza la cadenza settimanale, tenendo un registro appena più colloquiale ma non meno coinvolgente. L’obiettivo è far sentire l’audience – che siano i dipendenti o il mondo intero non cambia molto – parte di qualcosa di grande che cambierà il mondo, anzi lo sta già cambiando. Finora Musk non ha mai officiato questo tipo di liturgie. L’oratoria non è l’arte in cui eccelle, quando parla in pubblico lo fa a braccio, con poca brillantezza e senza un’oncia di teatralità, penalizzato dai residui di un accento sudafricano non proprio eufonico. Non è un animale da palcoscenico, Musk, non trascina le folle né accende i sogni nei cuori dei clienti, i quali rimangono, appunto, soltanto clienti, non diventano fedeli di una chiesa tecnologica, se non per il legame con il prodotto o con la temeraria grandezza della missione. E’ l’oggetto, non il suo autore, il centro di gravità dell’universo di Musk. E la cosa è di per sé singolare. Non è semplice guadagnare riconoscibilità globale producendo poche migliaia di macchine elettriche di lusso all’anno e lanciando razzi nello spazio. Musk è al primo posto nella classifica di Vanity Fair del “New Establishment”, il blocco di potere che ha rimpiazzato i vecchi padroni dell’universo, e non molto di questa popolarità si deve alle sue capacità comunicative.

 

Qualcosa, però, è cambiato durante la presentazione della nuova Tesla D, versione potenziata e sofisticata del modello S. Musk ha annunciato la presentazione della D in un oscuro tweet con una saracinesca chiusa e la data dell’evento di lancio. Poi ha convocato la stampa e aperto l’accesso a migliaia di clienti in un aeroporto di Los Angeles, gigantesca location di tipo industriale con padiglioni colorati, una galleria luminosa per provare l’auto e un bar rigorosamente open grande più o meno quanto una pista d’atterraggio. Lui si è presentato sul palco con un’improbabile giacca di pelle e pantaloni di velluto che ha usato per proporre un intraducibile doppio senso a sfondo sessuale, conclusione di un intervento di rango meno che popolare iniziato in rete. Anche questa volta Musk non si era preparato un discorso, non ha sfoderato frasi a effetto, ha detto che la macchina è “nuts”, “bananas”, si è inceppato, si è ripetuto, si è perso in frasi troppo lunghe e tortuose, insomma non è stato un momento alto nella storia della comunicazione aziendale, ma l’insieme ha funzionato terribilmente bene. Basta guardare un video della performance per rendersi conto della disproporzione abissale fra l’abilità retorica del padrone di casa e la risposta del pubblico invasato. Il pubblico aveva quell’aria estatica da sermone domenicale in una megachurch, e Musk era il loro reverendo in camicia gingham.

 

Certo, il prodotto è da urlo. Il modello D ha due motori, uno davanti e uno dietro, che bilanciano le quattro ruote motrici per avere sempre grip perfetto e consumi ridotti al minimo; accelera da 0 a 100 in 3,2 secondi, ha più autonomia di una S, è zeppa di sensori per la guida sicura, parcheggia automaticamente, quando arrivi a casa apre il garage e ci entra da sola. Presto – “e questo gli ingegneri lo sentono per la prima volta ora”, ha detto, mentre tutti gli ingegneri ordinavano un altro drink – troverà un modo perché la macchina si attacchi autonomamente alla presa di corrente, una specie di “serpente meccanico” che evita al padrone di dover attaccare la spina. A cosa serve la macchina che si parcheggia da sé se poi bisogna comunque aspettare per fare il pieno? La D ha superato il modello precedente sotto tutti i punti di vista: consumi, prestazioni, sicurezza, accessori, funzionalità. Non è una cosa che succede automaticamente nel settore automotive. Musk ha presentato tutto questo mentre un braccio meccanico agitava la struttura della vettura sul palco, per mostrare in tempo reale la nuova creatura senza dover ricorrere ai disegni. Alla fine della performance i presenti si sono messi diligentemente in fila per provare l’auto nella pista allestita per l’occasione. Anche un osservatore navigatissimo come Ashlee Vance, cronista tech di Bloomberg Businessweek, è rimasto colpito dalla metamorfosi: “Ho sentito più o meno i discorsi di tutti i grandi ceo del settore tecnologico degli ultimi vent’anni, e la cosa più simile a questa scena l’ho vista a un evento di Jobs. Musk ha sviluppato una base di ammiratori leale e innamorata”.

 

[**Video_box_2**]Vance sta scrivendo una biografia di Musk in cui descriverà il suo passaggio da ingegnere e imprenditore a santone per nerd ricchi. Aveva la supremazia tecnologica, l’astuzia finanziaria, aveva il vento dei sussidi statali per le energie rinnovabili a suo favore, aveva le conoscenze, le strutture e la voglia di cambiare il mondo, ma gli mancavano i fedeli, il popolo militante che s’emoziona non soltanto per i prodotti che sforna ma per la visione del mondo che quei prodotti incapsulano. In principio era Musk, geniale 43enne cresciuto in Sudafrica educato al business nelle scuole dell’Ivy League e che ha orgogliosamente abbandonato gli studi di Fisica a Stanford perché l’ambiente non era abbastanza stimolante; ora c’è il muskismo. C’è una nicchia ancora insulare ma influente che compra macchine Tesla con la stessa foga religiosa con cui gli adepti di Apple comprano l’ultimo iPhone. Non le acquista per bisogno né per collezionismo o desiderio di affermazione sociale, le compra perché non potrebbe fare altrimenti, secondo un processo mentale non perfettamente razionalizzabile eppure reale. Musk punta tutto su questi “thought leaders” che guidano il mondo verso il futuro. Ci sarà tempo per fare prodotti popolari, per dir così (la prima macchina con prezzo di listino sotto i 40 mila dollari arriverà dopo il 2017) adesso occorre creare l’impalcatura del culto in tutta la sua maestà. Partire da progetti minori, abbordabili, per poi alzare il tiro è una ricetta che può portare a buoni risultati, ma non alla formazione di un consenso di tipo religioso. Annunciare di voler andare in pensione su Marte, invece, è un modo sicuro per fomentare la base dei suoi ammiratori. Un altro è esibire opinioni controintuitive su come sarà il futuro. Tutti immaginano con entusiasmo da primordi della fantascienza le macchine volanti, Musk dice invece che produrrebbero uno scenario fastidiosissimo, con l’orizzonte disturbato da sciami di mezzi e terribili rischi che una vettura cada in testa ai passanti. Nel futuro di Musk ci sono tunnel a basso impatto ambientale dove i mezzi possono sfrecciare in sicurezza senza deturpare la superficie del pianeta. Qualcosa di analogo fa il suo antico alleato e poi feroce avversario Peter Thiel, con il quale ha fondato PayPal, che da posizioni libertarie promuove le virtù del monopolio.

 

Per generare un attaccamento profondo occorre sempre stupire, stimolare logiche che rovesciano le certezze acquisite. Musk propone una filosofia futurizzante ma a misura d’uomo, sa che i suoi fedeli – a differenza degli aderenti ad altri culti tecno-gnostici e transumanistici – non sognano di poter downloadare l’anima in un supporto più resistente di quello biologico di cui sono dotati ora. Così, nelle apparizioni pubbliche mette in guardia l’uditorio dai suoi stessi desideri di onnipotenza. “L’intelligenza artificiale sta crescendo a una velocità tale che nemmeno gli ingegneri della Silicon Valley se ne rendono conto”. Di recente ha castigato gli estremismi ideologici della robotizzazione: “Se la funzione dei robot è qualcosa di simile all’eliminazione dello spam dalla casella email, i robot determineranno che il modo migliore per liberarsi dello spam è far fuori gli umani”. Almeno a parole, il muskismo si articola come un culto antropocentrico basato sull’alleanza fra l’uomo e la macchina, non sulla sottomissione dell’uno all’altra.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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