Michael Abdul Zehaf-Bibeau (Fonte: Twitter)

Stato islamico globale

I lupi non molto solitari del jihad mettono in crisi la coscienza del Canada

L’attentatore di Ottawa era solo, ma le tracce portano all’altro omicidio canadese, oltre che in Siria e Libia.

New York. Non c’era un secondo attentatore nelle strade di Ottawa. Michael Abdul Zehaf-Bibeau è arrivato da solo sulla sua Toyota senza targa al monumento della Grande guerra, dove ha ucciso il soldato Nathan Cirillo, e si è infilato nei corridoi del Parlamento canadese, dove è stato abbattuto da una guardia, Kevin Vickers. L’ipotesi più grave, quella di un attacco coordinato, con gli attentatori mossi da una regia, si è sgonfiata nella notte fra mercoledì e giovedì, lasciando spazio alla trama dell’attentatore radicalizzato, del quale si sta ricostruendo il profilo. Come tutti i “lupi solitari” che vagano nei boschi del jihadismo, anche Zehaf-Bibeau non era del tutto solitario. La foto che lo ritrae con fucile e kefiah è uscita da un account Twitter riconducibile allo Stato islamico, e  Stockwell Day, ex ministro della Sicurezza nazionale, dice che ci sono “tracce digitali” che conducono non già a un forum qualunque del jihad ma allo stesso frequentato da Martin Couture-Rouleau, l’uomo che lunedì ha investito due soldati canadesi in Québec, uno dei quali è morto. Dave Bathurst, un amico dell’attentatore di Ottawa, non ha confermato il legame fra i due, ma dice che Zehaf-Bibeau conosceva  un tale di nome Hasibullah Yusufzai, un altro canadese convertito all’islam che si è unito al Califfato in Siria. Le connessioni famigliari di Zehaf-Bibeau portano invece dalle parti della Libia. Un’intervista del Washington Examiner suggerisce che il padre, un uomo d’affari québécois, si sia unito nel 2011 alla rivolta contro Gheddafi. Forse per questo il figlio 32enne diceva agli amici che voleva andare a studiare l’arabo in Libia.  

 

La madre è il vicecapo della commissione canadese per l’Immigrazione e i rifugiati. Non c’è, per il momento, un legame accertato fra i due uomini che, come ripetono i canadesi, in una settimana hanno rubato l’innocenza al paese, ma ci sono due storie quasi sovrapponibili fatte di arresti, passaporti confiscati, interrogatori con la polizia finiti nel nulla, sospette frequentazioni online, paurose falle d’intelligence e un modo almeno bizzarro di affrontare il problema dei terroristi “homegrown”. Quando hanno confiscato il passaporto a Zehaf-Bibeau per impedirgli di unirsi allo Stato islamico, lui ha semplicemente seguito le direttive jihadiste che girano in rete: colpire il nemico in casa sua. E ora che il Canada del conservatore Stephen Harper affianca con decisione gli Stati Uniti nella guerra aerea contro lo Stato islamico, il placido paese dove i parlamentari girano per strada senza scorta appare come un obiettivo ghiotto e abbordabile anche per terroristi autodidatti armati di doppietta, o anche soltanto di un’automobile.

 

[**Video_box_2**]“Non ci faremo intimidire, siamo qui, nel cuore della nostra democrazia”, ha detto ieri Harper alla riapertura del Parlamento, toccando un nervo scoperto dei canadesi in questa settimana di paura. L’editoriale del primo giornale del paese, il Globe and Mail, invita a una “reazione contro l’esagerazione, l’isteria e la disperazione”. Se un cambiamento è richiesto va programmato “in modo calmo e misurato”, tenendo conto del “pernicioso scambio fra sicurezza e libertà”. Quella che il paese ha vissuto in questi giorni, continua l’editoriale, “non è affatto una minaccia vitale al paese”, e come tale va affrontata. Insomma, quello che molte voci in Canada ripetono nelle ore drammatiche del pericolo è che qualunque misura di sicurezza si decida di prendere non può contraddire o distorcere la natura della democrazia canadese, oasi pacifica dei diritti e della convivenza. Prevenire il terrorismo è un dovere, ma se per farlo bisogna perdere l’anima è meglio rifiatare e riflettere. Il columnist Doug Saunders nota che i parlamenti di decine di paesi occidentali sono minacciati dai terroristi e “il modo in cui i paesi rispondono a queste minacce tende a essere tristemente identico: trasformando la democrazia in una fortezza. Lo spazio aperto davanti al Parlamento di Ottawa, non la fortezza, è il simbolo di una società flemmatica e orientata all’ordine che fino a qualche giorno fa non aveva nessuna intenzione di cambiare”.

 

 

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