Matteo Renzi (foto LaPresse)

Renzi e la guerra dei mondi

Claudio Cerasa

Il partito modello Airbnb. L’elettore modello Uber. Gli sfidanti modello Commodore 64. Dalla Leopolda alla Cgil (fino a Grillo). Indagine sul vero scontro di civiltà dell’èra Renzi. La fine dei corpi intermedi testimonata dalla fotografia del 25 ottobre: con il sindacato da una parte e la Leopolda dall’altra.

Ci si può girare attorno quanto si vuole. E si può passare ancora molto tempo a discutere sulla sua camicia. A interrogarsi sui suoi selfie. A ragionare sulla comunicazione. A valutare le sue riforme. A studiare i suoi tweet. Ad ascoltare i suoi discorsi. A leggere tra le righe delle sue interviste. A tenere la contabilità delle promesse fatte. E persino a valutare i duetti con la D’Urso. Ma forse – a un anno dall’ultima Leopolda e a pochi giorni dalla prossima Leopolda – il modo migliore per spiegare quale è stato l’impatto reale e culturale dell’ascesa di Matteo Renzi ai vertici della politica italiana non è quello di avventurarsi in complicate analisi politologiche ma è quello di inserire il profilo del presidente del Consiglio in un contesto più grande. In una grande guerra tra mondi. Una guerra in cui il tassello Renzi è un pezzo importante della storia ma, appunto, è solo un pezzo: una piccola stella di una nuova galassia che viaggia a una velocità diversa rispetto al passato e che può piacere o non piacere ma che comunque esiste, si muove, si riproduce, tende a esercitare una sua egemonia e comincia a prendere forma, a prescindere dai protagonisti che provano a rappresentarla, e a metterla in scena.

 

Il ragionamento che qui ci interessa non ha nulla a che vedere con la storia pigra e noiosa del partito della nazione, e del Pd come una nuova Dc. Piuttosto ha a che vedere con un filo sottile con cui si stanno ritrovando a fare i conti tutte le società moderne e che è emerso alla luce del sole e in modo trasparente giusto alcuni giorni fa. Quando una delle riviste più importanti del mondo, Fortune, ha pubblicato una classifica speciale sui quarantenni più influenti del mondo. E quando i giornali italiani hanno dato conto di questa storia solo per segnalare, nella classifica, la presenza del presidente del Consiglio alla posizione numero tre. Dato certamente significativo ma non meno significativo del fatto che Renzi fosse in quella classifica accanto ad alcuni nomi che meglio di ogni rilevazione demoscopica ci aiutano a capire cosa sia la moderna guerra dei mondi. Nomi come quello di Jan Koum, fondatore di WhatsApp (posizione numero otto). Nomi come quello di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook (posizione numero due). Nomi come quello di Travis Kalanick, amministratore delegato di Uber (posizione numero uno). Nomi come quello di Brian Chesky, inventore di Airbnb (posizione numero uno a pari merito con Travis). Nomi che apparentemente potrebbero sembrare solo quelli di cinque quarantenni di talento che hanno avuto la capacità di imboccare una strada in cui far valere il proprio talento ma nomi che in realtà presentano una profonda correlazione culturale e semantica e che fotografano bene il contesto storico in cui Renzi ha costruito il suo percorso e il suo consenso. Un contesto in cui l’inventore di WhatsApp, così come quello di Uber così come quello di Airbnb hanno intercettato una precisa domanda di cambiamento formulata da una nuova generazione di consumatori stufa dei vecchi monopoli, delle vecchie inefficienze e dei vecchi corpi intermedi, e desiderosa di trovare un nuovo strumento utile a soddisfare le proprie esigenze. Il discorso vale per la messaggistica istantanea, per l’affitto delle case, per la condivisione delle amicizie, per il trasporto urbano, e, ovviamente, vale anche per la politica. E quando si parla di nuova generazione non si parla però, come fa qualcuno, di un banale scontro tra giovani e vecchi, tra anziani e non anziani, tra rottamatori e rottamati, ma si parla di un problema più sottile che Renzi, al di là di quello che si può pensare del segretario del Pd, ha intercettato in modo formidabile. Non è Renzi che, attraverso la sua offerta politica, ha creato una nuova domanda ma è Renzi che, attraverso le sue antenne, è riuscito a mettere in campo, e in scena, un’offerta politica finalizzata a soddisfare una domanda che esisteva da tempo. E se nel mondo delle grandi aziende la domanda può banalmente essere etichettata sotto la categoria “mercato”, nel mondo della politica, soprattutto in questa politica, la questione è più complessa, e da un certo punto di vista si può dire che Renzi ha contribuito a creare non un nuovo elettorato ma un nuovo perimetro – e verrebbe da dire un nuovo tipo di cittadinanza. Una cittadinanza formata da persone che hanno capito che Renzi ha successo (in tv, ascolti notevoli; nei sondaggi, numeri notevoli; alle elezioni, finora numeri notevoli) perché non è un marziano che vuole stravolgere la politica ma molto semplicemente perché – in un paese in cui l’età media dell’elettorato è grosso modo l’età del governo Renzi (42 anni), in un paese in cui gli under 40 hanno grosso modo molte delle caratteristiche che ha Renzi (persino il livello d’inglese) e in un paese in cui l’amore per i corpi intermedi e le corporazioni è grosso modo simile a quello mostrato da Renzi (chiedete a Camusso, chiede all’Anm) – in un paese come questo, insomma, Renzi è il più italiano e il più contemporaneo dei leader esistenti in circolazione.

 

Il cittadino dell’èra Renzi, dunque, non è necessariamente renziano ma riconosce che esiste uno spazio che nessuno ha mai occupato e che oggi Renzi ha portato alla luce. E da questo punto di vista, oggi, la battaglia di Renzi è tra chi accetta che il mondo sia diventato così (con le macchine che si prenotano senza intermediari, le case che si trovano senza agenzie, i messaggi che si spediscono senza usare le vecchie reti, le amicizie che si costruiscono anche senza vedersi in faccia) e chi invece non accetta che sia così. Ed è una battaglia semplificata dal fatto che le persone che provano a costruire un’alternativa lo fanno senza rendersi conto che il più delle volte le loro argomentazioni non sono quelle di chi cerca di fare una buona opposizione ma sono quelle di chi sta simpaticamente provando a spiegare che il Commodore 64 funziona meglio di un MacBook Pro, che il fax ha un impatto superiore all’email e che il latino è una lingua destinata ad avere più successo dell’inglese. E quando proponi un contenitore antico per spiegare un contenuto anche moderno la possibilità che ciò che tu dica venga percepito come se fosse un reperto preistorico ovviamente è molto alta.

 

“Le egemonie – sostiene il filosofo ceco Vaclav Belohradsky, di cui abbiamo già accennato su questo giornale – si svuotano quando cessano di essere attuali e solitamente diventa portatore di un’egemonia alternativa quel gruppo che riesce a rappresentare l’attualità, a convincere gli elettori di saper governare la minacciosa differenza tra il passato e il futuro che costringe la maggioranza dei cittadini a ridefinire i loro progetti di vita”.

 

[**Video_box_2**]La storia della Leopolda, da questo punto di vista, può essere considerata la storia di un tentativo di declinare una nuova egemonia politica. Ed è la storia del tentativo di riprodurre in laboratorio questa nuova categoria di cittadino che si considera moderno non perché sa usare Twitter o perché sa smanettare su Facebook ma perché ha capito prima di molti leader politici che le nuove coordinate della politica devono, dovevano, necessariamente tenere conto di alcune questioni di buon senso. Che il sindacato dei lavoratori non può essere più considerato come il sindacato che si muove nell’esclusivo interesse dei lavoratori ma che spesso deve essere considerato come il sindacato che si muove nell’interesse quasi esclusivo degli iscritti al sindacato dei lavoratori (Leopolda 2011). Che le responsabilità della non crescita dell’Italia non possono essere necessariamente attribuite alla cattiveria e alla sciatteria dell’Europa che non funziona come dovrebbe ma devono essere attribuite alla sciatteria e all’indolenza di quelle forze politiche che durante i loro anni di governo non sono riuscite a dare all’Italia le riforme che servivano (Leopolda 2012). Che la magistratura non può più essere osservata e maneggiata come una grande clava da utilizzare per bastonare i propri nemici politici ma che deve essere osservata e considerata come una forza a difesa della legalità, e non della moralità (Leopolda 2013). E così via. Il renzismo, se così lo si può chiamare, prescinde dunque dal contenitore politico perché – nel bene e nel male – è un contenitore molto più grande: in cui trova posto anche il Pd ma non di certo solo il Pd. Non può dunque sorprendere se Renzi, durante i mesi trascorsi a Palazzo Chigi, abbia scelto di puntare sulla classe dirigente cresciuta e transitata alla Leopolda per tentare di costruire una nuova classe dirigente capace di portare nelle istituzioni lo spirito di questa nuova cittadinanza. E così non può stupire se in questi mesi Luca Lotti, il braccio destro di Renzi, sia anche il segretario generale della fondazione Big Bang, che da anni finanzia anche la Leopolda. Non può stupire che il vero numero tre del governo, Maria Elena Boschi, sia, anche lei, segretaria generale della fondazione nonché madrina della Leopolda 2013. Non può stupire, ancora, che Alberto Bianchi, presidente della fondazione, sia stato mandato da Renzi nel cda di Enel. E non può stupire che, per continuare, tutte le persone mandate negli ultimi mesi da Renzi a occupare posizioni importanti nelle istituzioni vengano dalla stazione fiorentina (Antonio Campo Dall’Orto è finito nel cda di Poste; Fabrizio Landi nel cda di Finmeccanica; Elisabetta Fabbri è nel cda di Poste; Diva Moriani è nel cda di Eni; Luigi Zingales è nel cda di Eni; Roberto Reggi è a capo del Demanio; Marco Seracini è nel collegio dei sindaci di Eni; Federico Lovadina è nel cda delle Ferrovie).

 

In tutto questo ragionamento la forma partito c’entra e non c’entra, ha una sua importanza ma solo fino a un certo punto, perché la nuova cittadinanza non può che essere estranea ai contenitori della vecchia cittadinanza e non c’è dubbio che il partito a Renzi serve anche nella misura in cui riesce a dare alla sua leadership alcuni elementi che da solo non sarebbe in grado di conquistare. Tutto questo è vero così come è vero però che la forza del segretario del Pd è – si sa – il suo essere percepito come un politico potenzialmente lontano dalle vecchie bandiere di partito. E’ anche per questo che la Leopolda rappresenta l’essenza della cultura renziana (e un giorno Cuperlo capirà che non è la Leopolda a essere un partito parallelo ma è il Pd a essere una corrente della Leopolda). Ed è anche per questo che ai renziani, negli ultimi anni, Renzi ha chiesto di contribuire di tasca propria per tenere in vita la propria fondazione (8.800 euro versati da Boschi, 9.600 euro versati da Lotti, 4.800 euro versati da Scalfarotto, 6.600 euro versati da Nardella, 10.400 euro versati da Anzaldi, 4.000 euro versati da Realacci, 4.800 euro versati da Gutgeld, 4.000 euro versati da Bonafè, 1.600 euro versati da Faraone, 10.400 euro versati da Ermini, 12 mila euro versati da Carbone, 12 mila euro versati da Bonifazi, 9.600 euro versati da Parrini, 4 mila euro versati da Gelli, e così via).

 

Da questo punto di vista, per Renzi, per la sua storia, il suo governo, il suo modo di intendere il partito, il suo tentativo di portare avanti in modo spietato la politica della lotta ai corpi intermedi (concetto ripetuto ieri a lungo durante la direzione del Pd, “Viviamo un tempo nel quale anche gli strumenti mediatici e tecnologici ci impongono la disintermediazione, e non possiamo non notare che i corpi intermedi hanno quei vizi che noi rimproveriamo alla politica”), il suo essere al centro di una guerra tra mondi che esiste a prescindere dall’esistenza del presidente del Consiglio, non ci poteva essere occasione migliore, quest’anno, che organizzare la Leopolda (25 ottobre) nello stesso giorno in cui si ritroveranno in piazza i manifestanti della Cgil. Con un messaggio che più chiaro non si può: da una parte il Commodore 64 con i comandi in latino, dall’altra il MacBook Pro con i comandi vocali.

 

“Il tratto caratteristico delle egemonie politiche – scrive ancora Vaclav Belohradsky in “L’Europa alla prova del consenso”, Donzelli editore – è il fatto che esse si reggono sulle parole che non vengono percepite come politiche: sulle parole come bene, bellezza, verità, giustizia, igiene, la cura del corpo, le feste ecc. Se vogliamo sfidare un’egemonia politica, dobbiamo politicizzare anzitutto queste parole cosiddette neutrali; e questo vuol dire mostrare ad esempio che il nostro rapporto con il proprio corpo non è mai impolitico, ma imposto da una lunga egemonia politica. L’egemonia moderna è incarnata nei punti di vista, nelle norme morali, nei modi di socializzazione, nei codici di comunicazione ecc. che instaurano e controllano il confine tra quello che deve essere considerato come non politico, sovrapolitico, normale, morale, naturale, oggettivo, bello ecc. e quello che invece deve essere considerato come politico”.

 

L’essere contemporaneo di Renzi è facilitato dal fatto che attorno al presidente del Consiglio nessuno sembra avere una voglia particolare di vestire i panni del possibile rottamatore del rottamatore e in fondo in questi mesi Renzi è stato abile a mescolare gli ingredienti del suo minestrone: sfruttando la crisi di identità di Grillo per rubacchiare voti (e senatori) al Movimento 5 stelle; sfruttando la crisi di identità del centro per rubacchiare voti (e parlamentari) ai figli dell’èra Monti; sfruttando la crisi di identità della sinistra radicale per rubacchiare voti (e parlamentari) agli amici di Nichi Vendola; sfruttando la crisi di identità del centrodestra per rubacchiare voti, parlamentari e idee ai nuovi e vecchi partiti di centrodestra (e in fondo, dall’inizio di questa legislatura, il Pd è l’unico partito presente in Parlamento ad avere oggi la stessa conformazione che aveva prima delle elezioni). Dietro a tutto questo c’è però un problema che i leader che hanno preceduto Renzi non hanno avuto quando sono stati loro i più contemporanei tra i leader in circolazione. Fino a Enrico Letta, pensateci, quasi tutti i presidenti del Consiglio sono stati l’espressione di un pezzo di storia italiana del Novecento – “Ogni egemonia storicamente efficace è stata sostenuta da un blocco storico, vale a dire da un sistema di alleanze sociali, unite da una cultura comune e da un’ideologia condivisa” (“Egemonia e pluralismo”, Luciano Pellicani). Matteo Renzi oggi è invece figlio di un consenso meno strutturato (vedi la crisi degli iscritti al Pd) e di un elettorato che osserva il segretario del Partito democratico con lo stesso spirito con cui un azionista osserverebbe il capo di un’azienda sulla quale ha appena scelto di investire. Molto entusiasmo iniziale. Molta fiducia. Molte speranze. Molte aspettative. Necessità costante di essere coccolato attraverso una continua rassicurazione sugli obiettivi futuri.

 

L’elettorato di Renzi ragiona grosso modo seguendo questa direttrice. I voti sfuggono. Ci vuole un nulla per farli andare via. Gli elettori vanno coccolati. Rassicurati. Incoraggiati. Aiutati anche dal punto di vista psicologico (la propensione al risparmio degli italiani, secondo i dati Prometeia, ha recuperato livelli precedenti alla crisi: gli italiani hanno in media in tasca gli stessi soldi che avevano prima della crisi ma non si fidano ancora a tirarli fuori dalle banche). Perché il problema è semplice. Ci vuole un attimo per perderli. Per far crollare le proprie azioni. Renzi questo lo sa. Ieri lo ha ripetuto. Ed è per questo, come raccontano gli amici di Renzi della Leopolda, che “Matteo continuerà a stare al governo solo fino a quando avrà la garanzia che le sue azioni continueranno a salire”. Fino a che insomma converrà. E fino a quando Renzi avrà la certezza che nel romanzo della moderna guerra dei mondi non ci saranno altri protagonisti in grado di sottrarre a Matteo il ruolo chiave: quello di protagonista unico. Oggi Renzi lo è. Ma da qui alla prossima Leopolda di tempo ce n’è. E chissà che nei prossimi mesi per non perdere il ruolo da protagonista Renzi non chieda ai suoi azionisti uno sforzo in più: sostenerlo non solo con le parole ma magari anche con i voti. Chissà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.