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L’omosessualità ha incendiato il Sinodo dei vescovi, ecco perché

La miccia dell’omosessualità ha acceso il Sinodo dei vescovi, poi concluso da un documento che è un significativo nulla di fatto. Cumulata con il progetto di legittimare il divorzio nella chiesa, è risultata indigeribile a molti, troppi per non tenerne conto.

19 Ottobre 2014 alle 12:27

L’omosessualità ha incendiato il Sinodo dei vescovi, ecco perché

Papa Francesco durante una sessione del sinodo dei vescovi (foto LaPresse)

La miccia dell’omosessualità ha acceso il Sinodo dei vescovi, poi concluso da un documento che è un significativo nulla di fatto. Cumulata con il progetto di legittimare il divorzio nella chiesa, è risultata indigeribile a molti, troppi per non tenerne conto. Avevano affidato a un intelligente Gianni Vattimo della chiesa, il segretario speciale dell’assemblea monsignor Bruno Forte, teologia debole e filosofia debole, nel senso del pensiero debole, l’incarico di stendere un documento di media via, e lui ci ha messo del suo, com’è anche naturale, almeno in parte: la chiesa sarà anche maestra di umanità, oltre che madre, ma deve imparare da tutti, anche dai gay, perbacco. Così l’ondata inarrestabile del progresso misericordioso e antidogmatico è rifluita in un mezzo scandalo. Il cardinale vescovo di Monaco, con quel bel nome (Marx) ebraico-profetico-ideologico, è corso ai ripari e ha detto che non si possono escludere dalla vita evangelica, da una spinta di redenzione, i divorziati che si risposano e gli uomini che amano gli uomini o le donne che amano le donne. Lo credo. Dalla possibilità di una redenzione non si escludono nemmeno i serial killer, l’inferno è da oltre mezzo secolo dichiarato teologicamente vuoto, figuriamoci chi s’ama senza riguardo alla differenza sessuale, e si presta aiuto e consolazione nelle tristezze e nelle gioie della vita.

 

Cerchiamo di non avvilire questo meraviglioso Vaticano III nell’ovvietà più banale. Andiamo al sodo. L’omosessualità è una pratica del desiderio. E’ sempre esistita. Una sua componente, perfino biologica (siamo un po’ maschi tutti, e un poco femmine), è parte dell’identità stessa e della differenza sessuale, che non ha nulla di assoluto. L’omosessualità è una variante di vita desiderante, di sentimento e di piacere, conosciuta (e molto bene) ai greci, cioè al cuore della cultura e sapienza antica che si mescolò nel segno del logos al cristianesimo; non ignota alla chiesa stessa, ai conventi che difesero l’Europa dalla barbarie, promossero e conservarono la cultura, ma subirono le tentazioni spesso gioiose del monosessualismo, in stato di peccato ma in un orizzonte che non ha mai escluso perdono, salvezza eccetera. L’omosessualità è anche fulcro di pregiudizi, e nel tempo è stata oggetto di atrocità e discriminazioni, perfino Auschwitz era piena di omosessuali: d’altra parte lo stesso mirabile e contraddittorio Papa Francesco, che ce l’ha su con i legalisti e vuole apertura e perdono, quando deve battersi contro la “lebbra” curiale (espressione sua, che non condividerei mai) evoca la lobby gay. Non è nessuno per giudicare, ma con eccezioni che parlano.

 

[**Video_box_2**]La questione non è e non è mai stata, e questo vale per la chiesa e anche per le legislazioni laiche sulle nozze omosessuali e sulle adozioni, quella di accettare gli esseri umani per quello che sono, in tutta la meravigliosa varietà del sentimento e del desiderio. Figuriamoci. Questo è appena decente e giusto. La faccenda è altra e consiste nella seguente domanda: l’omosessualità, che è stata paideia ovvero educazione pedagogica nel Simposio platonico, e tante altre bellissime cose, deve diventare cultura e legge etica, deve istituzionalizzarsi come linguaggio che nega la differenza di genere, deve invadere il mondo ecclesiastico e della fede così come ha travolto il mondo secolare postilluminista, che ha abbracciato la gay culture nelle forme anche goffe e sovranamente ridicole che sappiamo? Il mondo è sicuramente migliore da quando la mentalità moderna ha eliminato dalla nostra vita la mostrificazione del diverso sessuale, vorrei vedere. E anche la chiesa cattolica deve liberalizzare il suo linguaggio da toni arcigni, farsi accompagnatrice e accogliente dell’umano che è in tutti al di là delle preferenze sessuali o erotiche, ovvio e dovuto. Ma cambiare la legge e aggredire il matrimonio fra uomo e donna diluendolo nell’indistinzione sessuale, modificare la dottrina catechistica che parla di un “disordine intrinseco” della pratica omosessuale, e allude al peccato, che poi è il core business della cura d’anime e della pastorale, oltre che della dottrina, è cosa saggia? E’ cosa saggia raggiungere il mondo secolare in questa stramba pretesa che sentimentalismo e umanitarismo debbano diventare il centro di una nuova paideia, di un’educazione dell’umanità capace di prescindere, nella dilagante ideologia dell’indifferenza del gender, dall’identità sessuale di maschio e femmina come storia e teoria e mito delle nostre comuni radici umane? Va bene. Mettiamo da un canto il san Paolo apocalittico contro i sodomiti, e se è per questo anche il nostro amato Camillo Langone, d’accordo. Se il mondo si è messo sulla strada di un nuovo eden, capisco sia difficile aggrapparsi alla radice giudaico-cristiana della condanna assoluta, infernale, del peccato di sodomia, intesa come dannazione ed esclusione biblica. Accetto, di buon grado, e penso che le persone di mentalità aperta debbano battersi perché la messa di lato di questa ferrigna cultura non diventi un’odiosa negazione di valore e di senso a vecchie e solide idee, che però la pastorale della chiesa non può più abbracciare in quanto tali (e anche la teologia dovrebbe dirlo che qui c’è un problema, un ostacolo di un certo peso da rimuovere; monsignor Bruno Forte, si occupi criticamente di san Paolo, non solo di Roland Barthes!). Ma di qui a farsi discenti della cultura gay, cioè del travestimento ideologico e sentimentale di un vecchio e godurioso vizio contro natura, il passo è un po’ lungo, no?

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