Il cardinale di Anversa Johan Bonny

A Lovanio tira aria di Concilio. Proprio come cinquant'anni fa

Luca Gilli

A molti è noto il ruolo dell’episcopato belga durante il concilio Vaticano II: il cardinale Suenens di Malines-Bruxelles ne fu uno dei moderatori e passò alla storia come il portabandiera delle posizioni più progressiste.

A molti è noto il ruolo dell’episcopato belga durante il concilio Vaticano II: il cardinale Suenens di Malines-Bruxelles ne fu uno dei moderatori e passò alla storia come il portabandiera delle posizioni più progressiste. Dietro figure come Suenens si muovevano teologi che ne ispiravano le idee più avanzate. Tra loro il domenicano Edward Schillebeeckx, all’epoca professore a Nimega, ma formatosi a Lovanio, che oggi è di nuovo in fermento. Nei giorni scorsi la persona più corteggiata non è stata il cancelliere ex officio dell’università, il vescovo “ratzingeriano” di Bruxelles mons. André Léonard, ma il ben più agguerrito mons. Johan Bonny di Anversa. Il presule fiammingo ha pubblicato un documento esplosivo, dal titolo low profile “Attese di un vescovo diocesano” (1 settembre), in cui chiede di rivedere la dottrina cattolica sulla comunione ai divorziati risposati.

 

A Lovanio si vocifera che sarà mons. Bonny a prendere l’eredità del conservatore Léonard. Dato che quest’ultimo non ha nemmeno ricevuto la berretta cardinalizia da papa Francesco (fatto decisamente inedito per un primate del Belgio), non è affatto insolito che siano in molti a pensare che il suo successore avrà un orientamento teologico radicalmente opposto rispetto alla linea blandamente ratzingeriana che mons. Léonard si era sforzato (senza molto successo) di introdurre a Bruxelles. Quel che è certo è che la facoltà di teologia di Lovanio simpatizza assai con le proposte più «aperte » e ne è in larga parte l’ispiratrice. Bonny inizia la sua analisi partendo da un sondaggio che l’università di Lovanio ha condotto tra religiosi, persone impegnate in parrocchia e cristiani praticanti riguardo a quanto costoro attendono da Roma. Il settimanale Tertio, nel pubblicarne i risultati, ha scritto che l’80 percento dei contattati è a favore del secondo matrimonio per i divorziati, il 75 percento non ha problemi con l’omosessualità, il 72 percento non vede nulla di male nella convivenza prematrimoniale. Invece di tuonare contro la deriva relativista dei cristiani occidentali, come fa il suo confratello di Bruxelles, Bonny si sforza di capire e sostiene che il primato della coscienza nel giudicare l’eticità di un atto non può essere mai sottovalutato. “L’Europa del Sud tollera molto più del Nord Europa l’idea che ci sia uno scollamento tra la legge e la pratica” scrive il vescovo Bonny, con una ironia del tutto involontaria. “Per di più, nell’Europa del Sud, mi pare, queste devianze dalla norma ideale non hanno bisogno di essere regolate ; si preferisce trovare una soluzione a livello locale. Il Nord Europa non riesce a comportarsi così. Anche ciò che è meno positivo deve essere incanalato in sentieri legali e, perciò, deve essere regolamentato”. Ma qual è la categoria teologica che giustifica questa « regolamentazione » della pratica di dare la comunione ai divorziati risposati? Secondo Bonny, i documenti ecclesiastici sono stati finora troppo urtantiper la sensibilità di alcuni, perché si basano sull’idea di legge naturale, che classifica certi atti come intrinsecamente buoni o intrinsecamente cattivi, “indipendentemente dal contesto, dall’esperienza di vita o dalla nostra storia personale”. La chiave del ragionamento di Bonny è tutta qui: noi, cristiani del 2014, siamo parte della storia e della tradizione ecclesiastica come lo furono i profeti, Cristo, i padri della chiesa e tutti i papi prima di noi. Abbiamo quindi pieno titolo per ridefinire le categorie morali con le quali orientare la prassi pastorale.

 

[**Video_box_2**] Tale « ridefinizione » non può che abbandonare la legge naturale, perché il ‘contesto’ è cambiato. Un lettore lovaniense non può che notare, dietro questa terminologia, la ‘teologia’ di Lieven Boeve, fino alla scorsa estate decano della facoltà di teologia di Lovanio ed oggi nominato dai vescovi fiamminghi a capo dell’associazione cattolica delle scuole superiori. Nelle sue pubblicazioni Boeve si interroga su due fatti: la societa in cui viviamo è completamente secolarizzata e il pensiero che ispira l’uomo di oggi è post-metafisico. Boeve ignora che la fine della metafisica è un dogma proprio della filosofia continentale, che ben pochi filosofi analitici condividerebbero. La soluzione proposta da Boeve a questo problema è la ricontestualizzazione: la fede diventa feconda solo se si confronta con il contesto nel quale i cristiani si trovano a vivere. Boeve, però, sembra non chiedersi che accade alla fede se essa deve ricontestualizzarsi in un contesto che la nega. E nemmeno il vescovo di Anversa pare porsi questa domanda.

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