Nato come festa cristiana, il Giorno del ringraziamento, una delle ricorrenze più sentite negli Stati Uniti, ha perso progressivamente i suoi contenuti religiosi (illustrazione di Norman Rockwell)

Il Dio tascabile

Altro che dottrina, negli Stati Uniti la chiesa l’hanno già fatta i fedeli: non si può vivere secondo la dura legge del Vangelo, adeguatevi voi vescovi, noi peccatori stiamo bene così.

Frank Bruni parla e scrive di cose di chiesa con quel misto di livore e fascinazione proprio del fedele tradito, della pecorella che un po’ s’è smarrita e un po’ non vuole farsi ritrovare. Un outsider del gregge. E’ incattivito come certi giocatori di talento con gli allenatori del passato che non li hanno capiti e valorizzati, ma quando sul New York Times tira di spadone su qualche faccenda di dottrina traluce un raggio di simpatia per la fede dei semplici, in diretta opposizione alla grigia ottusità della gerarchia. Bruni ha scritto degli abusi del clero prima che montasse la campagna giornalistica globale intentata alla chiesa cattolica dal suo giornale; ha denunciato la chiesa omofoba che relega quelli come lui nella soffitta degli “oggettivamente disordinati”, lo ha fatto con la battagliera pervicacia dell’attivista arcobaleno velata dalla patina di nostalgia dell’ex. L’altro giorno ha riscaldato in un corsivo sul Nyt la zuppa sciapa della chiesa ipocrita ossessionata dal sesso, dal gender, dall’accoppiamento sotto le lenzuola, dai matrimoni che sono soltanto fra uomo e donna, faccende su cui rombano tuoni che riverberano nell’aula romana del Sinodo sulla famiglia, mentre sulle altre storture interne, che pure non mancano, la chiesa colpevolmente tace.

 

“Moralismo selettivo” lo chiama l’opinionista. Si sentono spesso preti inveire contro la pena di morte dopo l’ultima esecuzione in Texas? E’ più facile trovare membri della chiesa in una manifestazione a favore del matrimonio tradizionale o a Occupy Wall Street? Eppure la giustizia sociale è un’esigenza presente nella dottrina. Ai gay, dice Bruni, non viene concesso neppure quel minimo sindacale di tolleranza che viene accordato agli atei, che pure abbondano nelle strutture della chiesa e specialmente della chiesa americana figlia del capitalismo e della sua etica protestante, che gestisce le sue operazioni come un business. L’insegnante omosessuale della scuola cattolica viene allontanato con la sua lettera scarlatta – 17 casi soltanto nell’ultimo anno, ricorda Bruni – ma “non sento nessuno che chiede il licenziamento del manager agnostico della parrocchia”, aggiunge padre James Martin, S.I., della rivista dei gesuiti America, per l’occasione sparring partner tonsurato del laico Bruni. Un’altra cattolica interpellata, la professoressa di Teologia Lisa Sowle Cahill, retoricamente si domanda se un vescovo negherebbe la comunione a un fedele che sostiene la pena di morte, e via di questo passo. La conclusione, affidata a Martin, è che se la chiesa applicasse la stessa misura che applica ai gay agli imprenditori che non corrispondono ai loro dipendenti un salario dignitoso, a quelli che non danno nulla alle opere di carità, a chi tifa nel segreto per il matrimonio gay, a chi non si confessa e si mette in fila per la comunione o a chi non crede davvero alla transustanziazione, “le istituzioni cattoliche si svuoterebbero e nessuno potrebbe ricevere la comunione”.

 

Bruni è il primo columnist del New York Times apertamente omosessuale, un’icona della gay culture che si è battuta strenuamente su ogni fronte dell’agenda liberal, dalla politica domestica – il suo primo mandato di un certo peso è stato seguire la campagna elettorale di George W. Bush per il governo del Texas – fino al Vaticano, di cui si è occupato per un paio d’anni in veste di capo dell’ufficio di corrispondenza di Roma. Ha il piglio e il seguito dell’attivista, Bruni, che si è inserito in quell’ondata di opinion-maker che a un certo punto degli anni Novanta ha portato la questione gay al rango delle battaglie universali per i diritti umani. Con la chiesa ha apertamente guerreggiato e in questi tempi di istanze da Concilio Vaticano III o giù di lì il suo raggio di azione si sta allargando dall’attivisimo all’advocacy.

 

L’epilogo della sua column contiene un ingrediente più salato del resto della zuppa. Il campo del ragionamento si allarga dai gay a tutti gli emarginati del gregge, a chi sta sulla soglia e vorrebbe entrare, a chi non riesce ad abbracciare fino in fondo tutta la dottrina ma ugualmente vorrebbe poter sprofondare il capo nel caldo abbraccio della chiesa. Se questi sono da escludere, chi sarà incluso? La maglia del giudizio è così fitta che nessuno può passare indenne. Poiché nel pensiero di Bruni e in quello di alcuni suoi interlocutori abituali c’è il livore ma c’è anche la fascinazione, ne risulta che la chiesa semper reformanda deve infine riformarsi per accomodare le esigenze dei fedeli in cerca di misericordia, parola grande ma con forte tendenza a degradarsi nel passepartout con cui il cattolicesimo progressista tendenza Walter Kasper vuole aprire le stanze sfitte della dottrina per far circolare un po’ d’aria, e rimetterle sul mercato.

 

Ma – obiezione ovvia – chi non s’adegua all’insegnamento non potrebbe felicemente cercare un giaciglio religioso a propria immagine nella vasta Amazon della fede? No, dice Bruni, e il motivo è semplice: la chiesa è già piena di fedeli che stanno da questa parte del famoso abisso fra dottrina e prassi, e il cattolicesimo americano è percepito come l’avamposto di un cambiamento di costumi che deve essere certificato con svolte pastorali e pure dottrinarie. Thomas Reese, S.I., altro influente esponente del cattolicesimo progressista americano, vedendo l’andazzo sinodale dove ogni frase si apre con “non ci saranno cambiamenti dottrinali”, sul National Catholic Reporter – rivista d’area progressista – invoca disperatamente la coscienza storica di Bernard Lonergan, il gran gesuita canadese che tentò di costruire un ponte solido fra cristianesimo e modernità, per ricordare che la modifica della dottrina è parte dell’ermeneutica cattolica, e meglio sarebbe dare un’occhiata alle condizioni reali piuttosto che a un irricevibile dover essere. La struttura stessa della chiesa americana abbonda di fedeli di confine, periferici. Il chierichetto gay, il catechista ateo, il professore di religione divorziato, l’organista disperato, il cattolico “in good standing” che però nel suo intimo non capisce perché negare il matrimonio agli omosessuali, ché in fondo love is love. Ormai gli uomini si scambiano gli anelli di fidanzamento in diretta tv nel salotto di Ellen DeGeneres. Oltre la metà dei cattolici americani è a favore del matrimonio gay e il 28 per cento dei matrimoni cattolici finisce con un divorzio (10 per cento in meno rispetto ai protestanti), mentre circa il 50 per cento degli annullamenti ordinati dalla Sacra Rota riguardano coppie degli Stati Uniti.

 

[**Video_box_2**]E’ di questa fragile pasta umana che è fatta la chiesa visibile. Se la condizione per partecipare al banchetto è aderire al tipo di vita che la dottrina sancisce, stiamo freschi. Un certo catto-progressismo americano ha risolto de facto il vecchio dilemma di T. S. Eliot: “E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?”. La chiesa ha abbandonato l’umanità, è oggi la loro risposta, quando le ha chiesto sacrifici impensabili, fuori dalla sua portata, e per questo l’onere della riforma spetta alla chiesa, non al fedele impotente. Se l’insegnante impone agli studenti di disegnare un cerchio quadrato e questi lo guardano come si guarda uno sciroccato, sono gli alunni che meritano un’insufficienza o l’insegnante che va licenziato? Dietro a ogni richiesta di adeguamento della dottrina all’inflazione del secolo occhieggia questo assunto implicito: non si può vivere così. Non si può raggiungere l’ideale di vita che Gesù propone tramite la dottrina della chiesa. Sarebbe bello, peccato che sia impossibile. E’ una vita desiderabile quella fatta di rapporti esclusivi, indissolubili e aperti alla vita, lo sa anche un’eroina della dissipazione come Elizabeth Wurtzel, che negli anni Novanta s’imbottiva di Prozac per colmare l’insopprimibile “bisogno di essere amata”, un paio d’anni fa deprecava quell’inarticolata giustapposizione di “one night stand” che era la sua vita di 44enne, troppo simile a quella che faceva a 24 anni, e qualche settimana fa ha annunciato sul New York Times che sposerà l’uomo giusto dopo 374 tentativi falliti. Subito però mette le mani avanti: un amore che dura tutta la vita è bello, ma chissà poi se può durare davvero, le statistiche – espressioni numeriche della prassi – dicono di no. Una professione di scetticismo, di disperazione della possibilità vela all’origine qualunque ipotesi che si muove nell’ambito del “per sempre”, fuori dall’oceano dell’amore liquido su cui gli uomini vagano incerti come su una zattera, immagine potente escogitata da un grande acquafortista del vivere postmoderno, Zygmunt Bauman.

 

“Gone Girl”, romanzo di Gillian Flynn incoronato da un recente blockbuster, porta all’esasperazione l’idea della promessa impossibile da mantenere. L’autrice non ci gira intorno: “Il matrimonio è una specie di lungo inganno, perché metti in luce la parte migliore di te durante il corteggiamento, e allo stesso tempo la persona che sposi dovrebbe amarti con tutti i tuoi difetti. Ma lo sposo non vede i difetti finché non si va in profondità nel matrimonio e ti lasci andare un attimo”. Il vestito che cadeva così bene sul manichino in vetrina, sulla carne flaccida della vita vera tira da tutte le parti. Anche gli apostoli, quando il Maestro discuteva con i farisei, avevano annusato d’istinto l’aria di fregatura: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla moglie, non conviene sposarsi”. Era un altro modo per dire che la promessa di indissolubilità è irrealizzabile. Non si può vivere così, dice l’uomo d’oggi, non soltanto a proposito del matrimonio, della comunione ai divorziati e di altre specialità oggetto di discussioni sinodali, ma di qualunque cosa non accomodi le esigenze che si affacciano sulla superficie degli eventi. Non soltanto non è possibile che il matrimonio duri per sempre, ma non è possibile vivere con il desiderio frustrato di un figlio nell’epoca della sua producibilità tecnica – è lì, a un utero di distanza, così vicino che lo arrogano come un diritto, come resistere? – non si può vivere reprimendo il bisogno di definire la propria identità sessuale a prescindere da qualunque evidenza biologica, non si può vivere senza essere riammessi al sacramento dopo un errore. L’asticella è troppo alta anche per il più atletico dei saltatori.

 

Su questa idea s’innesta l’esigenza di una riforma, per incontrarsi a metà strada fra il Vangelo e la vita, nell’area di intersezione fra le promesse impossibili e le possibilità concrete. Per non sbagliare chiameranno misericordia questo percorso accorciato. Il partito del “non si può vivere così” ha molte correnti, ma la premessa comune è quella che il teologo Antonio López, decano dell’Istituto Giovanni Paolo II di Washington, chiama una “antropologia teomorfica”, ovvero la “pretesa dell’uomo di essere la propria origine”, una forma di impazzimento moderno dell’imago Dei in cui l’impronta divina contemporaneamente si vela e si svela. Nel trionfo dell’autodeterminazione e della self-ownership, termine tornato di gran moda in questa epoca libertaria, come la chiama Mark Lilla, non è l’idea di Dio la prima a svanire dall’orizzonte. Lo strepitoso racconto fatto da Allison Davis per il New York Magazine di una giornata fra il pubblico del tour carismatico di Oprah (titolo: Oprah’s the Life You Want) spiega meglio di molta sociologia delle religioni che il sentimento religioso in America è vivo e pugnace.

 

[**Video_box_2**]Intimismo protestante, spiritualismo, animismo africano, self-help, sogno americano, gnosticismo, transumanesimo, voodoo, tutto è mixato nel grande frullatore dello spirito americano, e tutto è valido nella misura in cui non esce dai confini controllabili del “self”, l’io-creatore che – paradossalmente – oscilla fra onnipotenza e impotenza. Strano Prometeo quello che ruba il fuoco agli dèi e poi dell’agognata fiaccola non sa bene che farne. Quel che il partito del “non si può vivere così” oblitera è l’idea dell’uomo-creatura, relazione essenziale, capace di donarsi oltre i limiti del suo “self” in quanto a sua volta donato. Nell’ultimo numero di Communio, monografia dedicata alla famiglia in occasione del sinodo, López scrive: “L’insegnamento della chiesa sull’indissolubilità del matrimonio rimarrà inintelligibile finché la persona umana sarà concepita come libertà astratta, cioè come agente senza relazioni che crede e agisce come se fosse lui la sua stessa origine”. Non si può vivere così, gridano Bruni e i riformatori interni ed esterni; non si può vivere così, dicono gli alfieri della misericordia a costo zero. Al realismo della chiesa cattolica non sfugge il rischio umano della disperazione di fronte a un compito tanto arduo, e nel catechismo sul matrimonio si legge: “Questa inequivocabile insistenza sull’indissolubilità del vincolo matrimoniale ha potuto lasciare perplessi e apparire come un’esigenza irrealizzabile. Tuttavia Gesù non ha caricato gli sposi di un fardello impossibile da portare e troppo gravoso, più pesante della Legge di Mosè”. Per colmare il gap fra Vangelo e vita, fra dottrina e prassi, per portare il fardello gravoso e scambiare la tessera dal partito del “non si può vivere così” per quella del “si può vivere così” c’è l’incarnazione: “Venendo a ristabilire l’ordine iniziale della creazione sconvolto dal peccato, Egli stesso dona la forza e la grazia per vivere il matrimonio nella nuova dimensione del regno di Dio. Seguendo Cristo, rinnegando se stessi, prendendo su di sé la propria croce, gli sposi potranno ‘capire’ il senso originale del matrimonio e viverlo con l’aiuto di Cristo. Questa grazia del Matrimonio cristiano è un frutto della croce di Cristo, sorgente di ogni vita cristiana”.

 

Sullo Spectator la scrittrice inglese Louise Mensch, cattolica e divorziata, ha scritto una testimonianza controcorrente e inconcepibile per l’uomo “teomorfo”, una testimonianza in cui il desiderio di riaccostarsi al sacramento non si trasforma in un diritto, non rimpiazza la verità dell’eucarestia, non muta in lamento e pretesa e allo stesso tempo non getta un giudizio definitivo di condanna sul peccatore. Il dramma umano è intatto, il fardello non è magicamente svanito, ma la croce offre un appiglio solido. Mensch scaccia duramente i novatori che vogliono ridurla a cavia di una nuova chiesa obliquamente misericordiosa: “Quello che il cardinale Kasper pare voglia fare è indurre un’intera generazione settimanalmente in tentazione di peccato mortale. In che modo questo è misericordioso? In che modo ci aiuta?”. Mensch dice, in sostanza, che si può vivere così. Nel partito del “non si può vivere così” c’è il livore e la fascinazione verso la vita cristiana, c’è tutta la potenza dell’uomo che a un tempo è dio a se stesso ed è schiacciato dagli umanissimi limiti che tenta invano di cancellare. L’unico modo per abbandonare il partito non è riformarne la struttura, ma incontrare qualcuno del partito opposto.

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