Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Quel che di lui non piace, e perché

Giuliano Ferrara

Gli danno di Thatcher (complimento), lo detestano per tanti motivi banali e loffi. Che ce la possa fare, è da vedere, intanto noi godiamo quando i falsi gentiluomini scoppiano di bile. Media e sentinelle.

Se la dovrebbero raccontare com’è, gli oppositori interni. Renzi non è comunista, e questo dà fastidio. Dà fastidio la presa del potere per via elettorale, che salta e liquida apparato e appartenenza in favore della rappresentanza. Non piacciono personalismo della leadership, ritmo di fatti e annunci, spoils system totale e a base prevalentemente generazionale, di piccolo gruppo, la famosa squadra. E’ vista con orrore la cultura politica e programmatica di riferimento: i corpi intermedi spogliati del privilegio corporativo, progetti di riformismo che scompongono inesorabilmente il blocco storico di riferimento del partito e della stessa sinistra. Non va bene l’alleanza con Berlusconi, perché la si vede, è parte logica del maggioritario, non è nascosta sotto una coltre ideologica, non è bicameralista, tatticista, esposta alle varianti decise di volta in volta nello spirito manovriero. Irrita la qualità nervosa e attivistica della comunicazione in rete, per lo meno in quelle forme e con quei tempi. Fa disperare la copertura politica di Napolitano, ascendente di riguardo, vecchio presidente di cultura migliorista e di scuola comunista, ma decisamente vincolato al profilo istituzionale della presidenza della Repubblica e comprensibilmente voglioso di un lascito di successo, significativo, al secondo mandato. Un’ora per la Cgil è uno scandalo. Il mancato tributo ai congressi e ai seminari dello studio Ambrosetti è un altro scandalo. L’uso libero e indemoniato della televisione sollecita il cattivo ricordo del grande cambiamento introdotto dal Cav. nella politica italiana, e poi tutto sta nel saperla usare. Infine troppi voti, poche consultazioni degli ottimati, Grillo spiazzato e suonato, quel boy scout ha rischiato di farsi intrappolare in qualche logica da caminetto, ma ha scartato subito, punta sul tabù dei tabù, il lavoro, e mette i soldi direttamente in busta paga. Se tagliasse anche la sanità, dove come testimonia Stella i bilanci regionali si fanno in perdita per avere risorse, e di grasso ce n’è per una mezza dozzina di finanziarie, e abbattesse le tasse sull’impresa, bè, non resta niente dei bei giorni di un tempo. Chiamalo se vuoi thatcherismo, oppure scegli vie meno prevedibili e modeste per definire il tuo nemico, ma è la sepoltura dopo la rottamazione, è la fine dei sogni che si autoperpetuano e si nutrono delle bugie della storia.

 

Se la dovrebbero raccontare com’è i Claudio Magris e i Gustavo Zagrebelsky. L’uno con un minimo di grazia clericale e scritturale, l’altro con la clava acida dell’azionismo in ritardo sui secoli e con un’attitudine superciliosa ormai comica, entrambi questionano il rapporto di Renzi con la democrazia e con lo stato liberale, addirittura. Balle. Quando i loro pupilli sono in maggioranza, difendono i diritti della maggioranza parlamentare contro i populismi. Quando sono in minoranza, difendono i pesi e contrappesi contro la dittatura della maggioranza. Sono insinceri e balordi nell’argomentare. Sempre contro le cose nuove e che minacciano di funzionare. Sempre allarmati per le sorti della democrazia, e alleati in questo con una piccola genia di prepotenti che prendono ordini dai soloni di procura, dai magistrati oziosi ma politicamente attivisti. Renzi può non piacere, e questo non va bene, va benissimo, testimonia della festosa irriverenza potenziale di questo incantevole paese: ma la babyarchia senza tessere di partito, con le sue passioni superficiali, con le sue pizze al taglio consumate in fretta, con la sua incuranza dei salons e dei dibattiti, sembra fatta apposta per sollevare il morale di noi teppisti, noi che già disperavamo di poter vivere senza i pensum della Spinelli e la furia sgrammaticata di Curzio, i nuovi tziprioti.

 

[**Video_box_2**]A proposito di teppismo. Anche le sentinelle in piedi, anche la Manif pour tous possono non piacere. Ma è spregevole che vengano messe, queste dimostrazioni non violente di differenza e di libertà, sullo stesso piano dell’intolleranza ovarola e bomba-carta del bastardume antagonista cosiddetto. L’informazione fa schifo. Fa proprio schifo. L’editore tabloid de La7 e altra demenza sull’amaca fanno a gara di rutti, involgariscono schermi e lingua appresso a Gribbels, per mesi, per anni cercano il carro del vincitore populista puro, del comico da baraccone, per saltarci sopra, quante nuotate, quanti comizi, quanti vaffanculo, quanti voti, ora parce sepulto, sono in ritirata, la loro ultima trincea è la dannazione del boy scout, uno che non si lascia leccare come un gelato al limone, che non chiama, non ha tempo per loro. A Renzi dei giornali e della tv frega niente, è fiorentino, conosce il primato della politica, sa che le cose vanno o non vanno lungo altre linee di persuasione e di efficienza, non è un business fallito quel che c’è da temere. Ma noi siamo vecchi e bolsi, alcuni di noi, e scriviamo su carta e ci vergogniamo per loro. Che non la piantano lì di fare i portavoce della questura, poi della procura, poi della frustrazione politica e sociale, dell’invidiosa sonnolenza degli apparati e delle burocrazie. Che ce la faccia o no è altro argomento, per pensamenti appena seri e da fare nel luogo giusto, qui a noi basta che i suoi stupidi nemici scoppino di bile. Non sentite quella bell’aria da fuochi d’artificio?

 

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.