Il giudice Anthony Kennedy (foto AP)

Il matrimonio gay trionfa ancora in America con l'attivismo mascherato di Kennedy

La Corte suprema ha preso la monumentale decisione di non decidere intorno ai ricorsi di cinque stati americani contro il riconoscimento del matrimonio gay, aprendo immediatamente la via delle nozze a Utah, Virginia, Oklahoma, Indiana e Wisconsin e indirettemente ad altri sei stati in cui la legge era stata congelata in attesa di un pronunciamento definitivo.

New York. La Corte suprema ha preso la monumentale decisione di non decidere intorno ai ricorsi di cinque stati americani contro il riconoscimento del matrimonio gay, aprendo immediatamente la via delle nozze a Utah, Virginia, Oklahoma, Indiana e Wisconsin e indirettemente ad altri sei stati in cui la legge era stata congelata in attesa di un pronunciamento definitivo. Ora il matrimonio gay è legale in trenta stati americani. Lunedì è stata una giornata di giubilo per la comunità gay come se ne sono viste ormai tante da quando, lo scorso anno, la Corte ha sostanzialmente rimosso i sigilli che limitavano il matrimonio all’unione fra un uomo e una donna. In casi simili i giudici solitamente rendono pubbliche le motivazioni del diniego, ma questa volta la decisione è arrivata senza commenti, semplice rifiuto procedurale letto dai conservatori come gesto pilatesco per lavarsi le mani da una controversia troppo delicata per essere affrontata, in qualunque senso. E a volte scansarsi è anche più efficace che intervenire attivamente.

 

Nella non-decisione c’è un elemento tattico facilmente decrittabile. I quattro giudici liberal hanno il vento dell’opinione comune che soffia nelle loro vele, non avevano necessariamente bisogno di ottenere una vittoria schiacciante attraverso una forzatura giudiziaria che avrebbe istantaneamente legalizzato il matrimonio gay in tutti gli stati. Anzi, l’approccio gradualista  – già mostrato nelle sentenze dello scorso anno, che hanno aperto la strada verso la legalizzazione – si è mostrato più efficace dell’attivismo, perché sottolinea la legittimità del processo e rimanda ai tribunali locali e federali decisioni che sono percepite  come appannaggio dell’autorità statale. I liberal sanno che la ricezione giuridica dello spostamento culturale è soltanto questione di tempo, tanto vale non esporsi al rischio, presente e futuro, di essere scambiati per una lobby togata che s’agita indebitamente per realizzare la sua agenda politica. Nella logica dei quattro giudici conservatori, rifiutare di prendere in esame i ricorsi equivale ad accettare il male minore. Se a sinistra dicono “è solo questione di tempo”, a destra dicono “c’è ancora un po’ di tempo”, e ogni provvedimento che non certifica in modo definitivo e a livello nazionale la legalità del matrimonio omosessuale offre qualche spazio di manovra. O, meglio, offre l’illusione che un qualche spazio di manovra ancora esista. In mezzo c’è Anthony Kennedy, conservatore moderatissimo e “swing vote” che negli anni si è distinto come il più agguerrito difensore della causa gay. Quella di lunedì è stata innanzituto una vittoria di Kennedy, giudice che ha costruito la sua posizione sul tema attorno a due pilastri: la dignità umana e la preminenza dei singoli stati quando si tratta di questioni etiche e sociali.

 

[**Video_box_2**]E’ stato Kennedy a difendere la causa gay presso la Corte presentandola innanzitutto come una necessità per preservare la dignità umana, affermazione che arriva anche un passo prima della dimensione dell’uguaglianza. “I tempi possono renderci invisibili certe verità, e le generazioni successive possono osservare che le leggi un tempo ritenute necessarie e giuste servono soltanto per opprimere”, ha scritto negli anni Novanta, quando la battaglia per le relazioni omosessuali ha iniziato a trasferirsi presso la massima corte. Kennedy ha votato contro il Defense of Marriage Act – la legge approvata sotto Clinton che ammetteva soltanto il matrimonio fra uomo e donna di fronte alla legge federale – perché “ha l’effetto di denigrare e danneggiare coloro che, attraverso la legge matrimoniale, cercano protezione della loro dignità”. In questa prospettiva, impedire l’accesso al matrimonio agli omosessuali equivale a impedire l’accesso al voto alle donne o agli afroamericani, questione non solo di diseguaglianza ma anche di elementare riconoscimento del valore di una persona di fronte alla legge e alla società, danno in sé, non soltanto se paragonato ai cittadini di serie A. La decisione di non decidere è stata il trionfo della logica kennediana, talmente chiara e distinta che qualunque iniziativa avrebbe dato l’impressione di una forzatura, di un’azione indebita o eccessiva. Il giudice può dire che la Corte non sta attivamente influenzando l’organizzazione della società, sta semplicemente assecondando l’ineluttabile corrente della storia. A volte l’azione più efficace è stare fermi, e Kennedy lo sa bene.

Di più su questi argomenti: