Diritto e lavoro in fumo

Con Tirreno Power continua la saga della giustizia anti-industria

Alberto Brambilla

Si squaglia il teorema della procura, che ora azzanna: chi vuole riaprire la centrale di Vado si rende complice.

Chi fosse interessato a capire fino a che punto può essere calpestata la certezza del diritto nel paese dei veti ambientalisti e delle inchieste giudiziarie à la Ilva, l’acciaieria imbrigliata dalla magistratura di Taranto e commissariata dal governo da oltre un anno, è invitato a osservare la vicenda della Tirreno Power di Vado Ligure (la quarta T dopo Termini, Taranto e Terni nel linguaggio del premier).

 

Antefatto: la più importante centrale termoelettrica della Liguria è ferma per metà dall’11 marzo scorso. Da quando la procura di Savona ha ordinato il sequestro delle due unità a carbone che genera(va)no due terzi dell’energia elettrica distribuita. L’accusa è di “disastro ambientale” e omicidio colposo per alcuni dirigenti e la società Tirreno Power, il settimo operatore della generazione elettrica in Italia di proprietà della transalpina Gaz de France e di Energia Italiana, un consorzio di utility composto da Hera, Iren e Sorgenia; ultimamente si sta discutendo un riassetto proprietario che vede in prima fila le banche che hanno rilevato Sorgenia dopo il disimpegno della famiglia De Benedetti.

 

Nella visione della procura, la centrale è come un assassino con la pistola carica: i fumi solforosi prodotti dalla combustione del carbone sarebbero direttamente responsabili dei decessi (400 circa) e dell’aumento delle patologie cardio-respiratorie registrate nell’area attorno alla centrale (oltre 2.000 ricoveri). Una strage di adulti e bambini durata dal 2005 al 2012 che andava fermata immantinente per i magistrati e i comitati ambientalisti locali, autori degli esposti che hanno motivato l’inchiesta. Tuttavia le indagini sollevano dubbi seri. Nel provvedimento di sequestro firmato dal giudice per le indagini preliminari, Fiorenza Giorgi, si concede che le emissioni non hanno violato i limiti di legge (“inconfigurabilità del reato di getto pericoloso di cose”). Attraverso consulenze di parte ambientalista – che la difesa potrà vedere e quindi confutare solo alla chiusura delle indagini – si intende poi dimostrare la correlazione tra l’inquinamento e l’aumento delle patologie attraverso rilievi sulla vegetazione autoctona che confermano il processo di “desertificazione lichenica” in atto: i muschi e i licheni muoiono sulle rocce e sugli alberi nell’area, ergo i livelli di inquinanti nell’aria sono così elevati che gli uomini cadono come foglie d’autunno per la stessa ragione.

 

Trascuriamo il fatto che i rilievi congiunti dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpal) e dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro, risalenti al 2008, affermano che l’incremento di malattie circolatorie e respiratorie è “più correlato agli stili di vita che ai fattori ambientali” e che la crescita della mortalità è influenzata da un “sempre più rilevante flusso di popolazioni anziane” verso i lidi rivieraschi; la provincia di Savona è la più vecchia d’Italia con un terzo di residenti over 65, secondo l’annuario regionale Eurostat 2014. Badiamo al sodo: la centrale di Vado inquina mortalmente o no? Si direbbe di no. Altrimenti non si spiegherebbe come mai, nei mesi successivi allo spegnimento delle unità a carbone, l’inquinamento (polveri sottili e anidride solforosa) in alcuni giorni sia addirittura aumentato anziché diminuire costantemente, stando ai rilievi Arpal di maggio. Il presidente della regione Liguria, Claudio Burlando (Pd), l’ha fatto notare al ministero dello Sviluppo in un tavolo di crisi tenutosi a luglio, alla presenza del ministro Federica Guidi: “La centrale è chiusa da un po’ e non c’è una significativa differenza nei parametri ambientali. Pensiamo che l’esperienza empirica un po’ conti”. Si prende atto che “dai dati di qualità dell’aria (…) non si rilevano significative variazioni” anche nella delibera regionale del 30 settembre con la quale si adotta il parere dei tecnici dell’ente e si dà ufficialmente avvio all’iter legislativo che dovrà portare al rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), documento di indirizzo in cui si prescrivono le tecnologie che l’azienda dovrà adottare.

 

Sulla carta si stratta delle “migliori tecnologie disponibili” per abbattere le emissioni delle unità a carbone costruite nel 1971 e considerate obsolete. E’ una conditio sine qua non da soddisfare affinché i giudici autorizzino il dissequestro degli impianti. Ma è in questa fase iniziale dell’iter legislativo, centrata sulla dialettica tra azienda, enti locali interessati e governo – con l’obiettivo di consentire a Tirreno di tornare operativa – che la procura è intervuta in medias res, con un’azione destabilizzante che fa discutere.

 

Il giorno successivo all’approvazione della delibera della regione Liguria per incardinare l’autorizzazione ambientale, la sera di mercoledì 1° ottobre, il procuratore titolare dell’inchiesta, Francantonio Granero, ha convocato “d’urgenza” l’estensore e firmatario della delibera stessa, il direttore del dipartimento Ambiente, Gabriella Minervini, come “persona informata dei fatti”. Le “fonti della procura” si sono preoccupate di confidarlo ai giornalisti locali. L’indomani, il 2 ottobre, Minervini, dirigente con trentasei anni di carriera alle spalle, è stata interrogata dal procuratore e dal suo aggiunto. La tempistica fa discutere. E’ lo stesso giorno in cui a Roma si è tenuta la riunione del gruppo istruttore che avrebbe poi discusso la delibera regionale che, peraltro, è stata adottata anche dalla provincia e dai comuni su cui insiste la centrale, Vado Ligure e Quiliano.

 

Il pubblico ministero ha chiesto delucidazioni a Minervini riguardo al parere istruttorio adottato dalla regione – un atto pubblico di facile accesso che non è obbligatorio trasmettere ai giudici – dove si propone di abbassare i limiti di emissione della Tirreno e vengono recepite “le ultime direttive europee” in fatto di norme ambientali, come ha detto Minervini in uno sfogo coi suoi collaboratori dopo l’interrogatorio. Tuttavia il procuratore Granero avrebbe giudicato troppo “morbido” il parere della regione che così, di fatto, consentirebbe “la prosecuzione delle condotte illecite legate all’ipotesi di disastro ambientale e di danno alla salute su cui si lavora”, riportava il Secolo XIX. Chi scrive quei documenti, chi avalla il programma di risanamento della centrale secondo criteri diversi da quelli che vorrebbero i giudici, magari con l’aggravante di tenere conto delle indicazioni dell’azienda, rischia insomma di essere additato come complice di reato. Ed è così – “complici del danno” – che il presidente della regione Burlando e i suoi dirigenti sono stati etichettati dal deputato del Movimento 5 stelle, il savonese Matteo Mantero.

 

[**Video_box_2**]Non è dunque difficile immaginare, dopo il richiamo di Granero, il clima non proprio sereno in cui si è svolta la riunione romana del gruppo istruttore – composto da tecnici e da rappresentanti dei comuni interessati, provincia e regione – che ha discusso nel merito la delibera, così com’è stata approvata dagli enti locali. All’incontro erano assenti tre convocati su otto (la Minervini era in procura). I contenuti della lunga discussione sono stati secretati e resteranno sigillati sino alla ratifica. Per quanto si apprende, è stato preparato un documento che tiene conto in parte della delibera regionale e in parte delle proposte dello stesso gruppo istruttore; il testo dovrà essere vagliato nella conferenza dei servizi. Dal punto di vista formale, l’intervento della procura è stato “ininfluente”, dice chi ha seguito la discussione, perché le posizioni espresse erano già approvate in sede locale. Tuttavia il documento avrebbe potuto essere licenziato così com’è stato proposto dagli enti locali e stringere i tempi degli interventi richiesti. Invece l’interessamento dei giudici può avere motivato qualche cautela in più che aggiunge incertezza alla prospettiva di riapertura della centrale.

 

L’azienda è stata poco credibile negli anni passati quando prometteva di adeguare gli impianti alle tecnologie più avanzate. Ora è disposta a farlo ma non sembra esserci un minimo di certezza delle regole. E’ ormai conclamato e scritto in un documento ufficiale che il fermo della centrale non ha prodotto “significative variazioni” ambientali: significa certificare che la Tirreno non inquinava (e ammazzava) come vorrebbero dimostrare i giudici, e che il sequestro è stato un provvedimento coercitivo rivelatosi superfluo. Superfluo ma dannoso per l’economia locale. Significherebbe ammettere pure, implicitamente, che i mancati ricavi per 200 mila euro al giorno a danno della Tirreno sono il risultato (accidentale) di un teorema giudiziario. Lo stesso teorema che, a ricasco, ha costretto alla letargia lo scalo portuale di Vado dove non arriva più carbone, ha motivato sia la mobilità per 315 operai diretti della Tirreno sia l’aumento delle richieste di cassa integrazione per molte delle cento e più aziende dell’indotto che da decenni danno di che vivere e a 600 famiglie in una provincia, quella savonese, con il più basso potere d’acquisto d’Italia (dice una recente ricerca di Bocconi, Berkeley University e European University). Dopo mesi d’incertezza sul loro futuro, i lavoratori della Tirreno hanno preso a pretesto le vicissitudini di questi giorni per diffondere sul web una finta prima pagina di Repubblica dal tono ironico. Titolo: “La procura indaga sulla Befana. Si sospettano responsabilità nella vicenda Tirreno Power”. Satira che fa capire come il presupposto sul quale la procura ha costruito, e sta articolando, una crociata anti industrialista mostri tutta la sua debolezza agli occhi dei lavoratori.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.