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L’uomo che morì due volte

Dan Segre sbarcò a Tel Aviv con una valigia foderata di seta, pulì i recinti del kibbutz e si fece paracadutare nei Sudeti. Un fondatore di Israele e un grande amico del Foglio. Gli avevamo chiesto di essere alla veglia per Israele. Ci rispose: “Non credo abbiate bisogno di uno scheletro che non cammina”. Si sbagliava.

30 Settembre 2014 alle 06:30

L’uomo che morì due volte

Vittorio Dan Segre (a destra) con la divisa da ufficiale britannico in una foto scattata davanti alla sinagoga di Torino nell’aprile del 1945, all’indomani della liberazione

Vittorio Dan Segre è morto due volte. La prima dopo la Seconda guerra mondiale. Il giovane ebreo, venuto al mondo come Vittorio Emilio Giuseppe, era stato costretto dalle leggi razziali a rifugiarsi all’estero. Andò in Palestina, dove già da tempo gli ebrei e gli arabi erano in lotta. Quando nacque lo stato d’Israele, Segre prese la cittadinanza, cambiando il suo nome italiano con quello antico di famiglia. Così divenne Dan Avni. Ma in Italia c’era una ragazza, Rosetta, che Vittorio aveva amato prima di essere costretto a fuggire. La giovane lo raggiunse e si sposarono a Haifa. I coniugi, dopo qualche anno, tornarono in Italia e Rosetta fece trascrivere il matrimonio presso lo stato civile di Torino per regolarizzare di fronte alla legge italiana la sua posizione. Il certificato rilasciato dalle autorità israeliane portava il nome di Dan Avni. Poco dopo il padre di Dan, che aveva conservato il nome di Segre, morì lasciando al figlio alcune proprietà a Govone, vicino ad Alba. Fu allora che iniziarono i guai.

 

[**Video_box_2**]Per venire in possesso dei beni ereditati, Dan Avni doveva dimostrare di essere Vittorio Segre. Tornò in Israele e alle autorità chiese di ridiventare ufficialmente Vittorio Segre. Il Consolato generale italiano a Gerusalemme prese atto del mutamento e trasmise al comune di Govone anche il certificato di matrimonio celebrato sotto una chuppah a Haifa. Al comune di Rivoli, dove era nato Vittorio Segre non ci fu nulla da modificare, venne aggiunto soltanto che si era sposato. Le cose furono diverse per la moglie: a Torino risultava che si era sposata con Dan Avni; se ora si fosse scritto che si era sposata “anche” con Vittorio Segre, la donna sarebbe stata automaticamente denunciata per bigamia. Segre dimostrò con documenti e certificati che Dan Avni e Vittorio Segre erano la stessa persona, citò testimonianze di consoli e autorità. Ma la legge non prevede un “mutamento di stato”. L’unica strada che rimaneva era quella di presentare un falso certificato di morte a nome di Dan Avni e “risposare” la vedova Avni con il suo vero nome, Vittorio Segre. Era fatta tutta così la vita dell’“ebreo fortunato”, scomparso sabato a novantadue anni.

 

L’ultima volta che ci siamo sentiti questa estate era stato per chiedergli se aveva voglia in qualche modo di intervenire alla veglia del Foglio a favore di Israele e dei cristiani perseguitati. Dan ci rispose così: “Non credo abbiate bisogno di uno scheletro che non cammina”. Eccome se avevamo bisogno di Vittorio Dan Segre. Ha tenuto compagnia al Foglio in tante e importanti battaglie. Come quando aderì, fiero e preoccupato, alla manifestazione che il nostro giornale organizzò sotto l’ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran a Roma.

 

Il giorno della proclamazione dello stato d’Israele Dan Segre si trovava su una torre di avvistamento, piantata nel fitto di un aranceto. Il suo cavallo, legato a un albero, brucava l’erba. Era di guardia, con una pistola e due bombe a mano. Stava lì, nel silenzio e nella contemplazione di un sole arancione che stava tramontando, quando vide sbucare un aereo egiziano. Scendeva nel sole, con il sole, e andava a bombardare Tel Aviv per fare strage di ebrei.

 

Sulla nave che lo portava per la prima volta in Palestina nel 1939, una signora ammonì così Segre: “Si rammenti bene che le carezze in Palestina si fanno con la carta vetrata”. Non c’è definizione migliore per raccontare Dan Segre. Dan si porta con sé molti segreti. Come quella volta in cui Primo Levi gli disse di essersi pentito di aver firmato l’appello antisraeliano di Repubblica. Dan era l’incarnazione vivente della “chutzpah”, l’intraducibile parola ebraica che significa un misto di freddezza di nervi e di una sfrontatezza oltraggiosa. Come quel bambino che uccide i genitori e poi chiede clemenza al giudice perché è orfano. Fu un uomo di paradossi, un grande israeliano e un grande intellettuale della Diaspora (dove è sepolto), uno che si mosse con disinvoltura fra gli aranceti dei kibbutz e i salotti parigini, le corti dei re africani e le migliori università del mondo, come il Mit di Boston e l’Università di Stanford, fino alle pagine dei quotidiani italiani (lasciò il Corriere della Sera per seguire Indro Montanelli nell’avventura del Giornale, in anni in cui, disse Segre, “la borghesia della ‘Milano bene’ flirtava con il terrorismo”).

 

La sua ultima uscita pubblica è stata su Moked, il portale dell’ebraismo italiano: “Accettabile, anche se discutibile, la partecipazione pubblica e cartacea al ‘grande dolore’, alla inconsolabile perdita del defunto o della defunta (di personaggi femminili da compiangere pubblicamente e a pagamento sembra che ve ne siano meno) trasformata in moda quella di defunti che spesso non si è mai conosciuti (o poco apprezzati). E’ un modo di farsi notare, un processo pubblicitario – anche se inconscio – dettato da un’industria mortuaria che un tempo si accontentava del funerale e dell’annuncio affisso sulla porta di casa o della chiesa. Ma perché sentiamo questo grande bisogno di cancellare la morte?”.

 

Segre partecipò alla creazione di Israele impegnandosi nella carriera diplomatica negli anni in cui Israele era ancora un paese tutto da fare. Una volta ci disse di aver preso parte alla guerra d’indipendenza del 1948 “per porre fine alla caccia gratuita all’ebreo”. Era così diverso da quel miope candore illusorio che ha sempre animato l’ebraismo italiano e i suoi intellettuali cortigiani. Dan era un cinico di classe senza schemi ideologici. Arrivò su una spiaggia di Tel Aviv vestito come un aristocratico piemontese, con indosso una giacca blu marino e pantaloni di flanella grigi, una camicia con polsini e colletto di lino bianco. La sua valigia aveva bordi in pelle foderati di seta. Il paese dove sbarca quel ragazzo non è “la terra dove scorrono il latte e il miele”, ma è povero e diviso, pieno d’afa, mosche, sabbia e vento. Ci sono le tracce del disastroso governo ottomano, la miseria araba, l’altezzosa, efficiente e giusta amministrazione inglese, e l’ostinazione indomita dei coloni ebrei. E’ il “Passaggio in India” di Forster in salsa ebraica.

 

Dan Segre si forma al kibbutz Givat Brenner fondato dal grande Enzo Sereni, che a differenza del fratello Emilio, che scelse il comunismo e ripudiò la comunità israelitica, si fece colono e contadino, guerrigliero e ambasciatore per poi morire a Dachau, dopo essersi paracadutato oltre la linea gotica. Entrambi nutrivano una profonda insofferenza per il compiaciuto appagamento che domina tra la borghesia ebraica italiana. Come Dan Segre.

 

Con un versamento di mille sterline in una banca britannica, Dan aveva ottenuto un visto d’immigrazione come “capitalista”. Capitalista in un kibbutz. Lo misero a ripulire i recinti dei polli in cambio di due ore di ebraico. Il kibbutz si trovava in prima linea, percorso da trincee, interrotte da osservatori anti aerei, da postazioni di mitragliatrici. Una colonia in cui pochi ebrei hanno fermato l’invasione araba. Un asinello portava ogni giorno quattro latte d’acqua. Dan lavorava negli agrumeti e nei filari di cipressi; nelle stalle modello, nei dormitori, nella casa dei bambini, nella fabbrica delle marmellate, nelle officine per gli attrezzi agricoli.

 

Fu decisivo il rapporto di Dan Segre con gli inglesi, che ammirava perché rappresentavano la legge, che detestava perché avevano bloccato l’immigrazione ebraica e che invidiava perché stavano combattendo una guerra feroce e testarda contro il satana di Berlino. Dan non aveva ancora vent’anni, aveva paura, ma aveva anche paura di avere paura. Così nel 1941 diede sostanza ai suoi sogni di gloria arruolandosi nell’esercito clandestino ebraico di Ben-Gurion, e poco dopo, a copertura, nell’esercito britannico. Fu allora che conobbe Berenika, nutrita di Freud e di Marx, stuprata dai nazisti in Germania e che in Israele avrebbe praticato il sesso con la disinvoltura asettica di un’infermiera: offriva il suo corpo ai bisognosi come se stesse somministrando un farmaco.

 

[**Video_box_2**]Il compito di Dan Segre nel neonato stato ebraico fu quello di creare la scuola di paracadutisti che non esisteva. Il governo accettò il progetto che gli sottomise Segre per formare una unità con cinque ufficiali e due soldati. Ma un ex commando inglese che era stato in azione contro Rommel e uno studente di Filosofia che sarebbe diventato assistente di Karl Popper, Yosef Agassi, furono spediti in Cecoslovacchia perché in Israele non c’erano i paracadute e se ci fossero stati non ci sarebbe stato spazio per lanciarsi senza cadere nelle linee nemiche. Volavano su un grosso Liberator acquistato tra i residui di guerra americani e che era già servito a bombardare il Cairo. Precipitarono e Dan si risvegliò in ospedale.  La sua vita era un aneddoto dietro l’altro. Come quando regalò a David Ben-Gurion una copia delle opere di Giambattista Vico. Come quando si occupò della prima visita di Moshe Dayan a Parigi. Come quando accompagnò a Nazareth, alla fine degli anni Cinquanta, un sultano algerino discendente diretto – almeno così era scritto sul suo biglietto da visita – del califfo Abu Bakr.

 

Dan era capace di grande coraggio intellettuale e ne dimostrò negli anni di amicizia con il Foglio. Elogiò Papa Ratzinger mentre tutte le classi dirigenti occidentali gli davano addosso, sulla pedofilia, sulle mostrine della Wehrmacht, sulla san Pio X, su Ratisbona, sui diritti naturali. “E io, ebreo, vi dico: è un gran Papa”, scrisse Dan Segre. O come quando, durante la Seconda Intifada, smontò il mito nero della battaglia di Jenin, che avrebbe nutrito dieci anni di blood libel contro gli ebrei in occidente. O come quando scrisse che Israele non doveva accettare lezioni di morale da “paesi che hanno creato Coventry e Dresda”.

 

Nato in Piemonte da una famiglia ebraica “emancipata”, fedele ai Savoia e simpatizzante della causa fascista, Dan da ragazzo non era mai stato sionista, né potevo esserlo, dato che il padre osteggiava quel movimento che, a suo parere, intaccava la lealtà nazionale degli ebrei italiani. Dan non doveva ancora compiuto cinque anni quando quello stesso padre per poco non gli sparò una rivoltellata in testa: puliva la sua pistola d’ordinanza, una Smith & Wesson calibro 7,35, e il colpo partì, non si seppe come. Dan si salvò per miracolo.

 

L’ebraismo, in famiglia, era ridotto a vaghe vestigia, una preghiera nelle solennità, la consuetudine alimentare, e poco altro. La madre, bellissima ed esangue, era stata educata in un convento di suore, in perenne esitazione fra le due fedi. Vittorio trova più comodo essere ebreo che cristiano, così almeno avrebbe evitato “la seccatura della messa domenicale”. Anche Vittorio era infantilmente romantico. Gli piaceva sciare e cavalcare, e avrebbe ereditato dal padre il gusto per l’azione, dalla madre la fragilità contemplativa.

 

Fu amico dei giganti della cultura ebraica novecentesca, da Manès Sperber a Isaiah Berlin fino al talmudista Adin Steinsaltz. Una vita sempre legata a Gerusalemme, dove a Dan piaceva ancora rifugiarsi, e da dove telefonava orgoglioso col prefisso +72. Un rifugio accanto alla tomba di sua madre, una ebrea sepolta da cristiana su un colle di Ein Karem, il paese di san Giovanni Battista, in un orto curato dalle suore di Sion.

 

Per lui, lo stato d’Israele incarnava qualcosa di molto simile a Venezia, quando nel 1571 l’ignavia dell’Europa e l’alleanza fra la Francia e il sultano aprirono con la sua caduta alla marcia degli ottomani su Vienna. Ma avvertiva Segre, “Israele non farà la fine di Bragadin, spellato vivo dai turchi, le orecchie e il naso tagliati via”. Era fatto così questo grande ebreo “che voleva essere eroe”, dal titolo del libro che Bollati Boringhieri ha mandato in stampa poco prima che Dan morisse. Per la seconda volta.

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