Il deputato del Pd Giampaolo Galli

Via l'art. 18, adelante!

Nunzia Penelope

Galli, oggi Pd e ieri ai vertici di Confindustria, su ritrosie della sinistra e colpe delle imprese.

Roma. Giampaolo Galli le esigenze delle imprese le conosce benissimo. Prima di essere eletto alla Camera per il Partito democratico nel febbraio 2013, è stato infatti per molti anni in Confindustria, sia come capo economista, sia come direttore generale. La battaglia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori l’ha combattuta dall’inizio. Nel 2001 era al fianco di Antonio D’Amato nello scontro frontale con la Cgil di Sergio Cofferati.

 

Dieci anni dopo, nel 2011, ha vissuto assieme a Emma Marcegaglia il secondo e non riuscito tentativo di abolire la reintegra, avviato dalla riforma Fornero. Oggi, da politico, assiste al terzo tentativo, messo in campo dal suo segretario e presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e spera fortemente che sia la volta buona. “L’abrogazione della reintegra nei licenziamenti – dice al Foglio – è la cosa più efficace che nell’immediato possiamo fare per dare un segnale di rinnovamento ai mercati internazionali”. E a chi sostiene che sarebbe più utile una buona riforma della giustizia, o della burocrazia, replica: “Riforme essenziali, certo, ma richiedono tempi lunghi. La riforma del lavoro invece è immediata, basta un decreto, e il segnale arriva subito dove deve arrivare”.

 

Eppure, a differenza di Antonio D’Amato, la Confindustria di oggi non sembra scaldarsi più di tanto per questa vittoria  oggi finalmente a portata di mano. “D’Amato – ricorda Galli – era fortemente convinto che quella sull’art. 18 fosse una battaglia essenziale, ma non tutti condividevano questa opinione, anche nella stessa Confindustria. Probabilmente anche oggi ci sono opinioni differenti. Però una cosa è certa: se allora fossimo riusciti a eliminare l’articolo 18, oggi non avremmo un’area di lavoro precario così vasta. Le imprese, cui è stata negata la flessibilità in uscita, hanno dovuto costruirsela in entrata. Oggi quei precari creati dal permanere della reintegra, grazie alla  sua abolizione avranno per la prima volta la possibilità di accedere alla cittadella intoccabile dei garantiti”. E tuttavia proprio Galli invita alla cautela, alla vigilia della direzione del Pd di lunedì convocata per trovare una “sintesi”.

 

Il rischio da evitare, dice, non è quello di far arrabbiare i sindacati (che oltretutto, rispetto ai tempi di Cofferati e del Circo Massimo, hanno perso parecchio appeal), ma, piuttosto, di non avere alla fine un riscontro positivo dalle imprese. Come accadde, appunto, con la riforma Fornero del 2012: “Apparentemente andò incontro alle esigenze dei produttori migliorando la formulazione dell’articolo 18, ma peggiorò tutto il resto. Emma Marcegaglia (allora presidente di Confindustria, ndr) e io fummo violentemente accusati dai nostri associati di aver sacrificato la  flessibilità in entrata in cambio di un contentino sui licenziamenti”. Probabilmente è per questo che oggi  le imprese  restano alla finestra ad attendere il testo della riforma.

 

La preoccupazione rispetto ai contenuti della delega è forte: “Le parti sociali hanno buona memoria – dice Galli – e immagino che la stessa Confindustria oggi voglia capire in che direzione si sta andando. Se si realizzasse l’ipotesi di cui si parla, cioè  abolire la reintegra ma anche tutte le forme contrattuali flessibili, lasciando in campo solo le due tipologie base, a tempo indeterminato e a tempo determinato, per le imprese sarebbe un danno, e aumenterebbero disoccupazione e lavoro nero”.

 

[**Video_box_2**]Le cose, dunque, vanno fatte con attenzione e gradualmente: “Credo occorra prima sperimentare il nuovo sistema con l’indennizzo al posto della reintegra, e solo quando vedremo che effettivamente funziona, intervenire a modificare le varie forme di flessibilità in entrata, utili alle imprese e alle persone”. E non solo: “Occorre calibrare con attenzione l’entità degli indennizzi che sostituiranno i licenziamenti, evitando che rappresentino un costo tale  da vanificare la possibilità di licenziare. Ma anche considerare i costi che deriveranno dalla revisione e dall’ampliamento degli ammortizzatori sociali, evitando che aumentino il costo del lavoro. Tanto più per le piccole imprese che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non l’hanno mai avuto e quindi non trarranno alcun vantaggio dalla sua abolizione”.

 

Conclude il deputato del Pd Galli: “Sono le imprese che creano occupazione,  e se le imprese dovessero dare un giudizio negativo sulla riforma, è difficile che quella riforma possa poi creare lavoro. Per il governo sarebbe un problema serio. Il declino di Mario Monti iniziò proprio con la riforma del lavoro sbagliata, e con l’intervista di Emma Marcegaglia al Financial Times che la giudicava in due parole: ‘Very bad’. Ma sono certo che Renzi ne è consapevole e saprà evitare questo rischio”.

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