Una donna cammina guardando un ragazzo sospettato di aver contratto il virus ebola a Monrovia, in Liberia (Foto AP)

Ebola, boots on the ground

Giulia Pompili

Altro che Iraq, Obama invia 3 mila soldati per combattere il virus in Africa che entro Natale potrebbe causare 250 mila morti. In Italia invece nessun rischio finora ma si resta in allerta, dice al Foglio il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute.

La diffusione è inarrestabile. I casi raddoppiano ogni tre settimane e potrebbero arrivare a 250 mila entro Natale. Alla fine anche il presidente americano, Barack Obama, ha risposto all’appello dell’Organizzazione mondiale della sanità, che chiedeva aiuto ai paesi sviluppati per una risposta coordinata all’emergenza data dalla diffusione del virus ebola. Washington ha annunciato ieri che invierà tremila soldati in Africa occidentale. Gli americani aiuteranno a costruire 17 centri di trattamento altamente specializzati in Liberia, con almeno 1,700 posti letto, e prepareranno cinquecento operatori sanitari a settimana. Il quartier generale dell’emergenza sarà a Monrovia, nella capitale liberiana, il centro più colpito dalla febbre emorragica che finora ha ucciso almeno 2,400 persone tra Liberia, Sierra Leone, Guinea e paesi limitrofi. Il Pentagono ha stanziato, per ora, 500 milioni di dollari del suo fondo d’emergenza. Gli sforzi americani arrivano un mese dopo il più leggero contingente inviato dalla Cina, che per la prima volta ha offerto aiuto a un paese straniero per un’emergenza sanitaria. Ma l’aiuto di Obama , secondo alcuni osservatori, sarebbe arrivato un po’ troppo in ritardo, come riportato su The Hill da Justin Sink e Elise Viebeck. Secondo  J. Stephen Morrison, vicepresidente del Center for Strategic and International Studies, “la mobilitazione sta arrivando tardi, mentre la diffusione esponenziale del virus sta vincendo su tutti. Il collasso della sicurezza e della circolazione dei voli, la chiusura delle frontiere, la regressione dell’economia, la paura della gente. Tutte queste cose creano un contesto spaventoso”.  E anche la gara di solidarietà economica, è arrivata in ritardo. Secondo il Wall Street Journal, solo quando la diffusione del virus è stata dichiarata ufficialmente fuori controllo le organizzazioni benefiche hanno iniziato a raccogliere soldi (la Banca mondiale ha messo 105 milioni di dollari, il governo americano 35,3 milioni, quello inglese 10,2 milioni, Bill Gates 50 milioni di dollari). Solo che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ci vorrebbe almeno un miliardo di dollari per fermare l’epidemia.

 

“La dichiarazione che ha fatto l’Oms, definendo l'epidemia di ebola in corso nei paesi dell'Africa occidentale ‘emergenza di salute pubblica di rilievo internazionale’, significa che si tratta di un'epidemia che soddisfa due criteri, previsti dal Regolamento sanitario internazionale”, spiega al Foglio il direttore generale della Prevenzione del  ministero della Salute, Giuseppe Ruocco, “essa potenzialmente può espandersi a paesi al momento non interessati e richiede una risposta internazionale coordinata”. Le probabilità che la malattia si espanda in Europa o in altre aree con sistemi sanitari solidi  sono assai basse, ma “non si può escludere del tutto l'importazione di singoli casi, con eventualmente qualche caso secondario”, dice ancora Ruocco. “La malattia da virus ebola non è una patologia che si trasmette per via aerea da uomo a uomo, ma solo per contatti diretti e stretti con liquidi corporei o oggetti recentemente venuti a contatto con il paziente con manifestazioni cliniche in atto. Quindi essa può essere controllata a fronte del rispetto di semplici regole igieniche; va anche considerato che durante l'incubazione il paziente non è infettante”. E infatti i protocolli sanitari, anche qui in Italia, ultimamente sono stati perfezionati. Non appena si manifesti una febbre alta e prolungata, il paziente viene trasferito nei reparti di malattie infettive e nei casi più gravi all’ospedale romano Lazzaro Spallanzani, centro di eccellenza per la ricerca delle malattie infettive e che vanta anche la collaborazione con l’area medica dell’Aeronautica militare. Ai protocolli già vigenti sulle febbri emorragiche “si stanno aggiungendo, dallo scorso aprile, controlli serrati. Sono forniti con frequenza molto ravvicinata degli aggiornamenti, quasi quotidianamente, attraverso il sito ministeriale e con l'invio di lettere circolari alle strutture del Servizio sanitario nazionale e agli altri enti in qualche modo interessati alla gestione della malattia”, per esempio chi accoglie gli immigrati che arrivano con i barconi dal Mediterraneo, Marina militare e aeronautica.

 

[**Video_box_2**]Ma perché le epidemie di virus come l'ebola vengono trattate come questioni di sicurezza nazionale? Secondo Ruocco “a certe condizioni e con una numerosità di casi significativa, le epidemie possono danneggiare anche il meccanismo produttivo di un paese e la sua economia, e creare condizioni per manifestazioni di malcontento o ribellione alle regole imposte dalle autorità, come sta accadendo in qualche caso in Africa centrale. Inoltre, alcune epidemie potrebbero derivare da rilasci di tipo bioterroristico di agenti patogeni (ma non è questo il caso)”. Anche se, come sappiamo, nel 1993 la setta giapponese Aum Shinrikyo guidata da Shoko Asahara cercò di isolare il virus ebola per scopi terroristici. Secondo alcuni scienziati americani, ci vorrà ancora molto tempo per fermare la diffusione del virus ebola. In un lungo articolo di qualche giorno fa sul New York Times, Michael T. Osterholm, direttore del Centro di malattie infettive dell’Università del Minnesota, spiegava che i timori, adesso, sono sostanzialmente due: che il virus in qualche modo riesca ad arrivare in una grande metropoli, oppure che muti la sua natura, e inizi a diffondersi anche per via aerea. Anche gli ottimismi derivati dalla guarigione dei due cittadini americani che hanno sperimentato lo ZMapp, un farmaco mai usato sull’uomo, si sono subito attenuati: “ L'introduzione di nuovi farmaci passa sempre per una fase sperimentale, nella quale ne viene valutata la sicurezza e poi l'efficacia, e che coinvolge piccoli numeri di pazienti”, dice al Foglio Ruocco. “In questa occasione sono stati utilizzati , su singoli casi, farmaci mai sperimentati prima – con quello che viene definito l'uso ‘compassionevole’ in assenza di terapie di sicura efficacia e di un grave rischio per la vita – ma immediatamente dopo le Autorità sanitarie americane e l’Organizzazione mondiale della sanità hanno convocato comitati di esperti per affrontare anche il versante etico della questione. In ogni caso, al momento, non sono disponibili cure o vaccini specifici, se non di mero supporto, che possano essere somministrati a larghi numeri di pazienti”. In nessun paese.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.