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Lex medievale

Giordano Masini

Le acrobazie bipartisan del legislatore italiano per aggirare Europa e buon senso sugli Ogm.

Roma. La querelle nazionale sugli Organismi geneticamente modificati (Ogm) appare come un continuo rimpiattino tra ministri e legislatori italiani, amministratori regionali, tribunali nazionali ed europei. Una pezza dopo l’altra, i governi italiani di ogni colore hanno provato a circumnavigare un dato di fatto: impedire, senza ragioni scientifiche, la coltivazione nel nostro paese di varietà geneticamente modificate approvate dall’Ue (e finora è stata approvata solo una varietà di mais) comporta una violazione dei princìpi del mercato comune.

 

S’inizia nel 2000, quando il governo di centrosinistra guidato da Giuliano Amato vieta la commercializzazione di alcuni prodotti derivati dal mais, ma poi il decreto viene annullato dal Tar. Nel 2001 è il ministro Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) a bloccare ogni sperimentazione pubblica. Da allora, è stato un susseguirsi di provvedimenti ad hoc. Nel 2010 ci hanno provato i ministri Luca Zaia, Stefania Prestigiacomo e Ferruccio Fazio, a emanare un decreto per bloccare le semine: annullato dal Tar del Lazio nel 2011. D’altronde la normativa comunitaria è stata ribadita dalla sentenza della Corte di giustizia europea di maggio del 2013: “La messa in coltura di Organismi geneticamente modificati quali le varietà del mais Mon 810 non può essere assoggettata a una procedura nazionale di autorizzazione”. Ovvero, se una varietà, geneticamente modificata o meno, è autorizzata a livello comunitario, i singoli stati non ci possono mettere il becco. A meno che non vengano presentate evidenze che dimostrino il rischio di danni per la salute e per l’ambiente, nel qual caso possono invocare la cosiddetta “clausola di salvaguardia” e vietare temporaneamente le semine in attesa che Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) non esprima un nuovo parere.

 

Ma se la normativa europea è chiara, l’atteggiamento italiano lo è molto meno. Perché si possano seminare colture geneticamente modificate, le regioni dovrebbero emanare le linee guida per la coesistenza tra varietà ogm, convenzionali e bio, ma non lo fanno.

 

[**Video_box_2**]Se le regioni intervenissero, dovrebbero automaticamente aprire alle semine, e quindi preferiscono lasciare gli imprenditori agricoli in questo pantano. Almeno fino alla sentenza della Corte europea che ha stabilito che un’inadempienza delle autorità pubbliche italiane non può essere pagata dagli agricoltori. E qui siamo ai nostri giorni, al decreto del luglio 2013 emanato dal governo Letta per stabilire un’altra moratoria di un anno delle semine di mais ogm. In spregio delle regole Ue. “Ci esponiamo a una violazione delle regole comunitarie”, ammise candidamente il ministro Nunzia De Girolamo all’epoca. Come se ciò non bastasse, l’attuale governo Renzi, nel decreto Competitività, ha inasprito le sanzioni per chi semina Ogm, prevedendo multe per decine di migliaia di euro. In attesa di un altro giro di giostra, l’importante è guadagnare un anno ed evitare che i friulani tornino a seminare. Nel frattempo l’Efsa ha respinto le obiezioni italiane sul mais Mon 810 (e anche quelle francesi, è notizia di questi giorni, e non è la prima volta che accade), ma comunque i campi seminati in Friuli sono stati distrutti, prima dai no global e poi dalla Forestale.

 

L’agricoltore Giorgio Fidenato ha sottolineato al Foglio questo gioco delle parti tra vandali e autorità pubbliche, con lo scopo (o quantomeno l’effetto) di terrorizzare chi vorrebbe seguire il suo esempio. Mentre il governo, come ha confermato ieri al Foglio il ministro per le Politiche agricole Maurizio Martina, coltiva la speranza che le regole europee cambino, e che un giorno si possano vietare le coltivazioni transgeniche anche per ragioni di carattere socioeconomico. In tal senso si registra un accordo politico tra i ministri dell’Ambiente dell’Ue, sostenuto anche dai paesi favorevoli agli Ogm, che vorrebbero sbloccare lo stallo che vede una sola varietà approvata a livello europeo. Ma una decisione definitiva in questa direzione non può essere data per scontata: minerebbe infatti la tenuta del mercato comune e creerebbe un precedente grazie al quale qualsiasi stato membro potrebbe accampare ragioni per vietare l’ingresso di un prodotto (di qualsiasi natura) sul proprio territorio.

 

E la mancata emanazione delle linee guida sulla coesistenza è all’origine di un altro blocco, quello della ricerca in campo aperto sulle varietà biotech: senza le linee guida regionali non possono essere firmati i protocolli ministeriali (che dovevano essere emanati entro il 2007), e la conseguenza di questo pozzo nero è che in Italia, caso unico in Europa, oltre alla coltivazione è vietata anche la ricerca. Non quella delle multinazionali, che possono farla altrove: quella pubblica.

 

 

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