Margareth Tatcher

Londra felix

Perché ritorna il “made in Britain”? Citofonare Margaret Thatcher

Redazione

C’è un mercato del lavoro flessibile dietro il risveglio manifatturiero del Regno Unito (che cresce più di tutti). All’Europa continentale interessa solo proteggere i posti di lavoro. Addio competitività e lavoratori!

(Per gentile concessione di Mf/Milano Finanza, pubblichiamo un editoriale apparso ieri sul Wall Street Journal. Traduzione di Marco Valerio Lo Prete)

 

Il Regno Unito è oggi il centro manifatturiero più competitivo dell’Europa occidentale, secondo uno studio pubblicato questa settimana da Boston Consulting Group sulle maggiori economie esportatrici del pianeta. E all’economia inglese non mancano le pezze d’appoggio per dimostrarlo. La manifattura del settore automobilistico, alla canna del gas soltanto dieci anni fa, sta attraversando una fase di rinascimento davvero straordinaria, con miliardi di dollari in investimenti che vi stanno affluendo al momento. 

 

La società di management consulting autrice del rapporto attribuisce il ritorno in auge della manifattura inglese soprattutto al mercato del lavoro relativamente flessibile, un’eredità degli anni di governo di Margaret Thatcher (primo ministro dal 1979 al 1990, scomparsa nell’aprile dello scorso anno, ndr). Rispetto agli stati vicini, il Regno Unito offre agli investitori del settore manifatturiero la possibilità di adeguare in maniera più semplice il numero di posti di lavoro e i relativi salari alle mutevoli condizioni economiche.

 

I tagli alle aliquote delle tasse sulle imprese, che comporteranno entro la fine del prossimo anno un’ulteriore riduzione dell’aliquota più alta al 20 per cento, hanno poi contribuito anch’essi a pompare i profitti e hanno incoraggiato investimenti che miglioreranno la produttività.

 

La produzione totale del settore manifatturiero, ben inteso, è ancora lontana dal livello raggiunto una generazione fa, considerato che l’economia inglese continua la sua transizione di lungo termine verso il settore dei servizi. Perciò la manifattura potrebbe non raggiungere mai più i picchi di un tempo.

 

Tuttavia un’implicazione di questo studio di Boston Consulting Group è la seguente: il modo migliore per i leader politici di aiutare i lavoratori ad attraversare questa fase di transizione delle nostre economie occidentali è quella di non mettersi in mezzo.

 

I paesi dell’Europa continentale che invece hanno affastellato troppi livelli di protezione del lavoro per i dipendenti del settore industriale hanno finito per spingere quei lavoratori fuori dal mercato, facendo crescere i costi del lavoro in maniera più veloce di quanto non aumentasse la produttività. La giornata lavorativa francese di sette ore, così come i generosi vincoli per le ferie pagate e le restrizioni al lavoro notturno di quel paese, hanno contribuito per esempio a una crescita della produzione per addetto inferiore del 14 per cento rispetto a quella realizzata negli Stati Uniti tra il 2004 e il 2014. Il risultato, alla fine dei conti, è meno manifattura e meno posti di lavoro di quanti invece ce ne sarebbero potuti essere altrimenti, perfino a fronte di una forte concorrenza straniera.

 

Nonostante i passi in avanti nel settore manifatturiero, la debole crescita della produttività nel resto dell’economia inglese rimane un problema e un enigma. Un’ipotesi è che le riforme degli anni 80 che hanno riguardato i sindacati che influenzavano direttamente tante imprese manifatturiere non siano state associate a misure più propriamente attinenti al settore dei servizi. Mentre questo dibattito proseguirà nel Regno Unito, gli altri leader europei possono intanto prendere nota del numero crescente di etichette “Made in Britain” e chiedersi perché oggi il Regno Unito sia l’economia del mondo industrializzato con la crescita più vigorosa.

 

(Per gentile concessione di Mf/Milano Finanza, pubblichiamo un editoriale apparso ieri sul Wall Street Journal. Traduzione di Marco Valerio Lo Prete)