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Speriamo che non sia femmina

Un rapporto Onu sugli aborti selettivi delle bambine in India, dove lo squilibrio numerico tra maschi e femmine sotto i sei anni di età assume in India sempre più le proporzioni di un’emergenza, che chiede misure urgenti per essere affrontata.

20 Agosto 2014 alle 06:30

Speriamo che non sia femmina

Una donna indiana con la sua bambina (Foto Ap)

Roma. Lo squilibrio numerico (sex ratio) tra maschi e femmine sotto i sei anni di età assume in India sempre più le proporzioni di un’emergenza, che chiede misure urgenti per essere affrontata. A dirlo, e a segnalare ancora una volta la responsabilità degli aborti selettivi delle bambine in quello che è diventato usuale definire “gendercide”, è un rapporto presentato a fine luglio a Nuova Delhi da Un Women, la commissione delle Nazioni Unite per le donne, insieme con il Fondo per la popolazione (Unfpa). Il rapporto – intitolato “Sex Ratios and Gender Biased Sex Selection: History, Debates and Future Directions” – raccoglie in una settantina di pagine le cifre di un disastro demografico e umano di proporzioni immense, che per ora nessuna politica di deterrenza culturale e di sorveglianza è riuscito a contrastare con efficacia, e che non sembra più di tanto influenzato dagli aumentati livelli di istruzione e di benessere nel paese. In India, oggi potenza economica mondiale di prima grandezza, si è passati da 976 femmine ogni mille maschi nel 1961 a 940 femmine ogni mille maschi nel 2011 (dati dell’ultimo censimento generale disponibile).

 

Questi sono i numeri, già drammatici, della media nazionale, ma in alcune regioni la sex ratio mostra distanze ancora più profonde. E mentre il rapporto indica che gli aborti basati sulla selezione del sesso stanno (molto lentamente) diminuendo in regioni storicamente problematiche, in particolare nel nord del paese, in altre regioni finora meno toccate il fenomeno è in crescita. Nello stato del Punjab (nord-ovest), dove la sex ratio nel 2001 era di 798 bambine ogni mille maschi, nel 2011 si è risaliti a 846 bambine ogni mille maschi, grazie a politiche di informazione e di incentivi all’accoglienza delle femmine e alla promozione del lavoro per le donne, ma anche grazie alla maggiore sorveglianza – fino alla proibizione – delle attività di ecografisti che di villaggio in villaggio, dotati di un apparecchio portatile, offrono di rivelare il sesso del figlio atteso. Un altro dato impressionante è quello dello stato dell’Haryana (al confine con il Punjab), dove si contano 877 bambine ogni mille maschi. E sia nel Manipur (nord-est) sia nell’Andhra Pradesh (sud-est), dove lo squilibrio era da sempre più contenuto, la sex ratio è ora di 940 bambine ogni mille maschi. Cifre da emergenza, anche dove un tempo non accadeva. Solo nel sud, e in particolare nel Kerala e a Pondicherry, la sex ratio mostra il normale equilibrio tra maschi e femmine. Per il resto, l’India continua a essere un paese dove le donne non hanno diritto a nascere.

 

In origine, lo sappiamo, c’è la tradizionale e ancestrale preferenza per i maschi, che faceva trascurare la cura delle femmine – destinate ad allontanarsi dalla famiglia d’origine con il matrimonio e bisognose di un’onerosa dote – e poteva spesso indurre alla loro soppressione alla nascita. La sparizione delle femmine in India non è una novità. Furono i colonizzatori inglesi a stupirsi per primi dei villaggi senza ragazze nell’India del Diciottesimo secolo. Ma quando nel 1990 l’economista e Nobel indiano Amartya Sen, con un articolo sulla New York Review of Books, per primo parlò di sessanta milioni di femmine scomparse dalle statistiche demografiche indiane, era già intervenuto un nuovo e decisivo fattore a ingigantire il fenomeno. A dare man forte ai metodi “tradizionali” di eliminazione delle bambine, era arrivata infatti la tecnica ecografica, che dagli anni Ottanta in poi ha consentito di “stanare” le femmine nel ventre materno, in tempo per abortirle e sperare nel maschio, la prossima volta. La micidiale mescolanza di antichi pregiudizi, di nuove tecniche e di assetti famigliari aggiornati (anche in India si fanno meno figli e quelli che nascono devono essere maschi, mentre le donne si sposano più tardi e rimangono più a lungo a gravare sul bilancio della famiglia d’origine) sarebbe quindi alla base dell’emergenza segnalata dal rapporto di Un Women, che parla di radiologi aggressivi che “vendono la loro mercanzia nell’entroterra dell’India rurale, incuranti della criminalità di tali azioni”. Questo dal lato dell’offerta. Da quello della domanda, ci sono “le famiglie ‘progettate’ per avere almeno un maschio e al massimo una femmina”, ha spiegato Mary E. John, che firma il rapporto ed è responsabile del New Delhi’s Centre for Women’s Development Studies.

Nicoletta Tiliacos

E' nata a Roma, nel 1954. E' stata per dodici anni, dal 1984 al 1996, redattrice del mensile La Nuova Ecologia. Con un gruppo di femministe e ambientaliste ha fondato, agli inizi degli anni Ottanta, il Gruppo di attenzione sulle tecniche di procreazione artificiale, che organizzò a Bologna, nel 1986, il primo convegno italiano sulla generazione in provetta. Da allora si è occupata, sempre come giornalista, di questioni bioetiche.

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