Gli yazidi sui monti del Sinjar sono come gli armeni del Mussa Dagh

Nicoletta Tiliacos

Capita che la storia torni con precisione geometrica su certi luoghi del delitto. Capita per esempio che nella vicenda degli yazidi assediati dalle milizie del Califfato sulle montagne che sovrastano Sinjar, riecheggi quella dei cinquemila abitanti di sette villaggi armeni che trovarono rifugio sul Mussa Dagh.

Capita che la storia, se non riesce a essere maestra di vita, si accontenti di tornare con precisione geometrica su certi luoghi del delitto. Capita per esempio che nella vicenda degli yazidi assediati dalle milizie del Califfato sulle montagne che sovrastano Sinjar, riecheggi quella dei cinquemila abitanti di sette villaggi armeni che trovarono rifugio sul Mussa Dagh – il “monte di Mosè”, a nord della baia di Antiochia – tra la fine di luglio e l’inizio di settembre del 1915.

 

Novantanove anni fa, nello stesso periodo torrido, tra fine luglio e metà settembre, si consumò uno dei pochi atti di resistenza all’ordine di deportazione riservato dal governo ultranazionalista ottomano – già in mano ai Giovani turchi – ai due milioni di armeni che vivevano nei confini dell’impero. Gli armeni erano considerati, anche in quanto minoranza cristiana in terra islamica, il nemico interno da eliminare. L’ordine di deportazione era una condanna a morte: “Non sia usata pietà per nessuno, tanto meno per le donne, i bambini, gli invalidi… ”, si legge in un dispaccio inviato dal ministro Taalat Pascià al governatore turco di Aleppo il 15 settembre 1915. E già nel 1911 il leader dei Giovani turchi, Enver Pascià, aveva scritto a Taalat: “Non dobbiamo preoccuparci di quanto ci verrà chiesto fra tre o quattro anni. Se agiamo con raziocinio e decisione fra tre o quattro anni un problema armeno non ci sarà. Non ci saranno più armeni”.

 

La soluzione finale preparata per gli armeni, oltre che sulle armi, faceva affidamento sulle condizioni impossibili che attendevano i deportati. Un milione e duecentomila persone, con scorte minime di acqua e cibo, nell’aprile del 1915 furono avviate verso il deserto a sud dell’Iraq. Destinazione: il nulla. Solo in pochissimi ne uscirono vivi, e i cinquemila del Mussa Dagh, tra gli ultimi a ricevere l’ordine di abbandonare i loro villaggi, nel luglio di quell’anno già sapevano che cosa li aspettava. Lo scrittore ebreo praghese Franz Werfel, nel suo celeberrimo “I quaranta giorni del Mussa Dagh” (Corbaccio), pubblicato nel 1933, fa dire a un personaggio: “Beati i morti, che hanno già tutto dietro di sé”.

 

Ma la storia del Mussa Dagh sarà per sempre  quella di chi non volle rassegnarsi. La fuga sulla montagna imprendibile, la speranza di essere soccorsi da navi europee (come alla fine, per i superstiti, accadrà davvero), i contrasti, le ostilità e gli amori che nascono tra i rifugiati, a mano a mano che i giorni passano e che acqua e cibo si consumano, mentre le circostanze estreme stringono o spezzano legami, sono raccontati nel romanzo di Werfel con una partecipazione che ha il sapore di una premonizione. Lo scrittore, consapevole delle caratteristiche tragicamente “moderne” di quella che oggi appare come una prima assoluta sul palcoscenico genocidario del Novecento, e prima che l’avanzata del nazismo facesse anche di lui un profugo e degli ebrei d’Europa il nemico da sterminare, scrive che l’opera fu concepita nel 1929, durante un soggiorno a Damasco: “La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l’inconcepibile destino del popolo armeno”.

 

Nelle donne armene raccontate da Werfel, che a centinaia, per la centesima volta, percorrono il territorio saccheggiato del Mussa Dagh nel quale hanno trovato riparo, alla ricerca di una ghianda o di una bacca commestibile da dare ai figli che si lamentano per la fame, non possiamo fare a meno di riconoscere le stesse donne yazide che le cronache di questi giorni ci mostrano, grazie ai potenti mezzi della comunicazione globalizzata, in fuga dai loro villaggi con i figli in braccio, un secolo dopo i quaranta giorni del Mussa Dagh. Donne in fuga da quei generi particolari ed eterni di saccheggio bellico che sono lo stupro e il rapimento, in èra ottomana come di neocaliffato. Le stesse cronache tuttavia ci rassicurano: gli yazidi sui monti del Sinjar attualmente non corrono il rischio di morire di fame o di sete. Un efficace ponte aereo ha sostituito le navi francesi sulle quali i sopravvissuti del Mussa Dagh, come raccontano Mario Tosatti e Flavia Amabile nel libro “La vera storia del Mussa Dagh” (Guerini e associati), giunsero a Porto Said, in Egitto, il 14 settembre del 1915. Per il resto, la storia si ripete.

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