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Simon Leys

E’ morto Simon Leys e il mondo ha perso un grande scrittore dall’intelligenza speciale, difficile da riprodurre, da dimenticare. Moralista nella lingua di Pascal, sinologo liberale che smontò Mao, antimoderno d’Europa a Canberra.

14 Agosto 2014 alle 11:28

Simon Leys

E’ morto Simon Leys e il mondo ha perso un grande scrittore dall’intelligenza speciale, difficile da riprodurre, da dimenticare. Era un uomo libero, un moralista, un erudito, un esperto conoscitore della Cina e un animo sensibile all’arte e alle cose di mondo. Soprattutto era uno scrittore abituato a esprimersi nella lingua di Racine e di Pascal con la levità grave dei grandi classici, desideroso di provocare nei lettori la stessa sorpresa di quegli autori, sempre più rari ahimè, consapevoli di cosa significhi pensare, e per questo in grado di farsi leggere e rileggere.

 

Saggista, romanziere, polemista, belga di nascita, francese di formazione e australiano d’elezione, Simon Leys era nato Pierre Ryckmans. Aveva scelto quello pseudonimo leggero come il sospiro per amore della libertà. Voleva dipingere senza remissioni l’impostura della Cina di Mao e lo fece giocando di audacia e di ironia, quando molti gosciste sventolavano per le vie di Parigi,di Roma e persino di Napoli (ricordate la Macciocchi?) il Libretto rosso, giurando sull’impellente necessità di emulare la rivoluzione culturale per “liberare l’occidente”.  Quel libro su Mao rischiò di non farlo più partire come addetto culturale per Pechino e fu così che l’erudito belga, studioso di storia dell’arte, decise di nascondersi dietro quel nome di fringuello, con cui per anni si divertì a distillare le più feroci verità sui nostri errori, sul pregiudizio ostinato, sul trombonismo ambiente dei tanti che pensano di avere spirito mentre si limitano a ripetere idee confuse oltreché false.

 

Era un eccentrico, un grandissimo europeo che aveva scelto Canberra e i canguri per essere libero di dire la sua. Colto, navigato eppure privo di cinismo, di quelli che ci sarebbe piaciuto avere a cena almeno una volta al mese. E infatti era un moralista, un antimoderno post nietzschiano, per il quale la verità non è l’effetto di una riflessione ma la precondizione del pensare, come insegnava il maestro di Tao che vive l’eternità del tempo, la ripetizione dell’identico, lontano anni luce dal tramonto dei giudizi dei valori che ottenebra l’occidente. Colto, misurato, brillante, era una mente prensile, sottile pronta all’irriverenza, al divertimento, all’ironia sublime, come può esserlo uno scrittore felice, in grado di variare tutte le gamme dell’estraniamento e della distanza da sé. “Amo i distratti, segno che hanno idee e sono buoni. La presenza di spirito ce l’hanno solo gli stupidi e i cattivi”, scrisse in un libro delizioso, “Les idées des autres, idiosyncratiquement compilés pour l’amusement des lecteurs oisifs”, pubblicato da Plon nel 2006. Si nutriva del pensiero dei classici, Tocqueville, Pascal, molto Baudelaire, moltissimo Léon Bloy, irregolare cattolico e antimoderno, e poi Chesterton, C. S. Lewis, Paul Claudel, spietati geni corrosivi del luogo comune.

 

Salvare l’uomo dalla servitù di essere figlio del proprio tempo fu la missione che perseguì svagatamente, scrivendo saggi sfolgoranti per Commentaire, la rivista dei liberali francesi, cresciuti alla scuola di Raymond Aron, sfornando un librettino l’anno (molti tradotti da Irradiazione, piccola eroica casa editrice romana), usando l’arma dell’irrisione e una bonomia inespugnabile, anche quando trattava di mostri stupidi e cattivi. La comprensione della vita era ai suoi occhi l’unico antidoto al veleno della pretesa totalitaria dell’intelligenza, sintomo quantomai diffuso dell’abiezione dei tempi in cui visse. Non per niente adorava Proust e Unamuno, Swift e Leopardi, il principe di Ligne e Tomasi di Lampedusa. Aveva la saggezza di un mandarino cinese e l’umiltà di un irregolare, la grazia di un genio epigrammatico ma incapace di scetticismo, tant’è che si divertiva a imbastire allegorie in forma di apologo, forse perché voleva parlare ai suoi lettori senza imporsi, ma facendoli semplicemente ragionare, perché si ravvedessero da soli, senza accorgersene. Per questo, e non solo per questo, ci mancherà.

Marina Valensise

E' stata una delle prime firme del Foglio, dove si occupa di libri e di idee. Ha scritto un libro su Sarkozy (Mondadori, 2007), curato l'edizione italiana di vari saggi di François Furet, pubblicato un libro di viaggi nel Sud d’Italia, "Il sole sorge a Sud. Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento" (Marsilio, 2012), una biografia dell’Hôtel de Galliffet, in edizione bilingue e illustrata (Skira 2015) e un saggio sulla sua esperienza alla direzione a Parigi dell'Istituto italiano di cultura dal 2012 al 2016, "La cultura è come la marmellata. Promuovere il patrimonio con le imprese" (Marsilio 2016).

Nel 2017 ha fondato un'agenzia di consulenza (vale, valorizziamo aziende artisti lavoro, esperienze)  per produrre progetti tagliati su misura per le imprese desiderose di investire nell'arte e nella cultura.

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