Angelino Alfano (foto LaPresse)

“Non ci facciamo smontare”

Alfano alle prese con la maledizione scissionista. Tempi grami, aria magra

Redazione

Ncd è l’84esimo partitino nato per scorporo. Da Mussi a Fini, tutti falliti. Tra il Cav., Casini e la De Girolamo.

Roma. “Non ci facciamo smontare”. E Angelino Alfano s’imbroncia di fronte ai suoi deputati riuniti in assemblea, in centro, a Roma, in vicolo Valdina. Naviga in acque ambigue e perigliose. Il ministro dell’Interno sa che Nunzia De Girolamo vorrebbe tornare dal Cavaliere, e così pare anche Maurizio Lupi, e a giorni alterni lo minaccia persino Renato Schifani. Così lui, Alfano, un po’ li trattiene, un po’ li invita alla ragionevolezza, e un po’ guarda oltre, vorrebbe resistere, si affida all’antica arte del galleggiamento parlamentare di cui Pier Ferdinando Casini, suo nuovo alleato, è maestro: all’idea di fondersi dunque con l’Udc, in Parlamento, con i democristiani che furono attorno a Monti, con Mario Mauro, un grande gruppo di sopravvivenza, un po’ con Renzi un po’ no, un po’ nel centrodestra e un po’ no, un po’ di qua e un po’ di là.

 

E d’altra parte Alfano sa che il centrodestra esploso prima o poi dovrà ricomporsi, con Berlusconi e con La Russa, con la Lega e con Storace. Ma l’ex delfino del Cavaliere non vuole cedere al suo vecchio padrino. Non adesso, non così, non gratis. Le elezioni sembrano, ma chissà, per adesso lontane. E dunque lui resiste, rilancia. E oggi lo dirà anche all’assemblea nazionale del suo affannato partito, cioè la barchetta che molti adesso vorrebbero abbandonare, anche Paolo Bonaiuti, silenzioso, scontento, rinchiuso in qualche stanza buia a rimuginare sullo sbaglio colossale d’aver lasciato Arcore. Dicono che persino Alfano, in privato, ormai ammetta che la scissione dal Pdl è stata un mezzo fallimento, una manovra su cui s’è poggiata l’ombra ingrata dell’insuccesso, la maledizione che ha colpito tutte le scissioni della Seconda Repubblica. Tutte fallite. In principio fu l’esplosione della Dc, con il tragico germogliare di Ccd, Cdu, Udeur, Udr… Poi ci furono le scissioni della sinistra ex comunista e rifondarola: prima Cossutta e Diliberto, poi Mussi e Salvi. Chi si ricorda cos’era Sinistra democratica? Forse nessuno. Lo scissionismo parlamentare italiano è una luttuosa serpentina, una nera teoria di partiti cadavere. Anche Gianfranco Fini è tramontato con una scissione: al Pdl strappò trentatré deputati e dieci senatori per fondare un mostriciattolo di partito chiamato Futuro e libertà. 0,4 per cento.

 

Se si contano, con qualche margine d’errore, soltanto i partiti che dal 1994 a oggi hanno avuto rappresentanza in Parlamento, quasi tutti originati da scissioni, quello di Alfano, il Nuovo centrodestra, è l’ottantaquattresimo. Partiti precipitati tutti nell’oblio più assoluto, nel sottoscala della politica: i Repubblicani europei (scissione dal Pri), l’Unione democratica dei consumatori (scissione dal Pd), Movimento politico dei cittadini (scissione comunista), l’Italia di mezzo (do you remember Follini?), l’Api di Francesco Rutelli… Ciascun partito ha la scissione che si merita. Può essere disinteressata, coraggiosa, nobile, profetica, ma poi invariabilmente, almeno in Italia, finisce male. E Alfano se n’è accorto. Lo sa. Così adesso prova a occultare la sua debolezza sommandola a quella del vecchio Casini. Non si tratta infatti di costruire, di scovare un orizzonte, di trovare una prospettiva, una proposta, un’idea del paese. No. Quella di Alfano adesso è più semplicemente una scelta utilitaristica. I tempi sono incerti, Berlusconi ha il fiato grosso, Renzi è uno strano padrone di casa, e dunque prima di decidere è meglio aspettare, scavarsi una trincea in Parlamento con Casini e ficcarcisi dentro. I due forni. Finché dura, finché è possibile, finché ce n’è.