Giancarlo Galan (foto LaPresse)

Il servo inchino

Manette al deputato per compiacere i pm, atto vile

Redazione

Un arresto che sarebbe fuorilegge anche per un cittadino non parlamentare. Aveva chiesto di essere sentito dai magistrati, che hanno rifiutato di incontrarlo in stato di libertà, vogliono interrogarlo in carcere come detenuto, situazione che consente un condizionamento psicologico determinato dallo stato di cattività palesemente illegale

L’Assemblea di Montecitorio si è pronunciata, dopo avere in mattinata nuovamente bocciato una richiesta di rinvio del voto per motivi di salute, accettando la richiesta avanzata dalla magistratura di arrestare Giancarlo Galan, in relazione all’inchiesta sul Mose veneziano. La Giunta delle autorizzazioni si era espressa a favore dell’arresto, e il voto dell’Aula ha seguito lo stesso copione di ennesima resa senza resistenza dell’istituzione politica ai pm. Che è un copione inaccettabile.

 

L’inchiesta è basata su testimonianze e qualche riscontro (che peraltro non pare incriminino personalmente Galan) ed è ragionevole che si sviluppi nel modo più rigoroso possibile. Quello che non sta né in cielo né in terra in uno stato di diritto è l’arresto preventivo e sistematico degli inquisiti, parlamentari o no che siano. Secondo la legge si può chiedere la custodia cautelare, che è una misura estrema che priva della libertà personale un indagato presunto innocente, solo se si determinano tre circostanze. Il pericolo di fuga non può essere ipotizzato in astratto, richiede prove di un intento di latitanza, e Galan, dimesso proprio ieri dall’ospedale in cui era ricoverato per le conseguenze di un incidente domestico, non ha dato adito ad alcun sospetto di questo genere. L’inquinamento delle prove, su una vicenda che riguarda una funzione, quella di presidente della regione Veneto, che Galan  non esercita più da tempo, non può ovviamente essere messo in atto da chi non ha più accesso ai documenti e agli atti. Resta il pericolo di reiterazione del reato che, sempre che sia stato commesso, era connesso alla funzione precedente di Galan e in ogni caso non potrebbe in nessun caso essere nuovamente commesso dopo che sulla vicenda Mose si è aperta l’inchiesta della magistratura.

 

Però per la procura di Venezia e per la maggioranza pavida di un’Assemblea priva di autonomia di giudizio Galan deve andare in galera (i suoi avvocati chiederanno la detenzione domiciliare), non in applicazione di una norma – che invece viene palesemente aggirata se non esplicitamente violata – ma a dimostrazione dell’onnipotenza della magistratura e della sua capacità di tenere in scacco la politica. L’ex governatore aveva chiesto di essere sentito dai magistrati, che hanno rifiutato di incontrarlo in stato di libertà, vogliono interrogarlo in carcere come detenuto, situazione che consente un condizionamento psicologico determinato dallo stato di cattività palesemente illegale. E’ un modo moderno di esercitare l’arte della tortura. Se si aggiunge il clima creato dalla gogna mediatico-giudiziaria, che ha fatto passare come luogo comune l’idea che l’applicazione a un parlamentare di una norma del codice di procedura penale che vale per tutti i cittadini sarebbe un intollerabile privilegio, si ha il quadro completo di una situazione in cui il principio dell’innocenza dell’imputato fino alla sentenza, viene capovolto.

 

Galan deve essere giudicato, se le prove a suo carico saranno sufficienti sarà condannato e sconterà la sua pena, ma questo dovrebbe avvenire dopo, non prima del processo. Invece i suoi colleghi deputati hanno deciso sulla sua sorte, cioè sul carattere persecutorio di una richiesta di arresto totalmente ingiustificata, senza nemmeno sentire le sue ragioni, perché non hanno voluto concedergli il tempo per rimettersi in salute e per presentare i suoi argomenti in Aula. Un comportamento che si commenta da sé e una violazione delle norme di garanzia in base a una sottomissione a un potere illecitamente debordante. Un fatto inaccettabile, che invece viene considerato poco meno che ovvio in un paese che ha perso la coscienza dell’inalienabilità dei diritti della persona.

 

Il Foglio

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