All'armi son stranieri! Anzi no

Redazione

L’investitore estero in Italia genera sospetti. Poi provincialismo  e interessamento s’alternano nella copertura offerta dai giornaloni.

Il piagnisteo sulle aziende italiane in mani estere – ultimi casi Alitalia e Indesit – non segue la par condicio. A cominciare dai giornali che pure del cerchiobottismo hanno fatto la ragion d’essere, e che sull’universo aziendale dovrebbero saperla lunga. Tipo Corriere della Sera e Sole 24 Ore. Dal quotidiano della Confindustria sono arrivati commenti tiepidi se non irridenti sull’ingresso di Etihad in Alitalia che, dopo l’intesa con le banche creditrici, pare questione di ore. “Come chiamarla? Alihad? Forse sarebbe meglio Alì Babà”, ironizzava il 24 Ore. Trattamento ben diverso riservato alla Indesit, ceduta all’americana Whirlpool dai figli di Vittorio Merloni, ex presidente di Confindustria e da tempo malato.

 

[**Video_box_2**]“Fatta la scelta migliore”, ha titolato senz’altro lo stesso quotidiano confindustriale. Quanto alla Borsa, sì, “serpeggia qualche mal di pancia” visto che l’Opa (offerta di pubblico acquisto) sarà di 11 euro ad azione, appena sopra il prezzo di listino. “Filerà via liscia? Gli americani saranno costretti ad alzare il prezzo?”, si domanda il Sole 24 Ore, rispondendosi: “Fonti vicine al colosso Usa li descrivono come assolutamente non intenzionati a bracci di ferro”. Tutto bene dunque. Anche perché “artefice dell’accordo è stato Luigi Abete, presidente di Bnl”, incidentalmente altro ex presidente di Viale dell’Astronomia. Anche il Corriere ha dedicato spazio alla vendita agli americani: con due articoli sulla bontà dell’operazione e la saga famigliare dei Merloni, e un terzo, di critica al “paradosso del paese industriale che ha perso il controllo delle grandi imprese”. In altri termini: la famiglia ha fatto bene a vendere. Il paese invece ha perso il controllo.

 

Altri esempi? Fiat-Chrysler e Lucchini. Sergio Marchionne, che ha conquistato la casa di Detroit e rivoluzionato le relazioni industriali in Italia, sbattendo la porta in faccia alla Confindustria e senza licenziare un solo dipendente, non ha mai riscosso gli applausi dei giornaloni della classe dirigente. Non è stato profeta sul Corriere, ancor meno sul 24 Ore. Che nel 2010 suonò l’allarme generale dopo che il manager aveva detto, in una prima serata tv, che le perdite del gruppo derivavano dalla scarsa produttività delle fabbriche in Italia. Titolo: “Marchionne divide la politica”. Incipit: “C’è il no comment da Pechino di Giorgio Napolitano e c’è la reazione piccata del presidente della Camera Gianfranco Fini”. A parte i distinguo di un paio di esponenti dell’allora Pdl, una collezione di levate di scudi. E dunque: “Ha dimostrato di essere più canadese che italiano!” (Fini), “Se fossi al governo chiamerei la Fiat e i sindacati perché vorrei vederci chiaro” (Pier Luigi Bersani). Sul Corriere il critico più puntuto è stato l’allora vicedirettore Massimo Mucchetti, oggi senatore del Pd. Sua una lettera aperta del 2011 nella quale definiva l’operazione Chrysler “un grande paravento”. In quegli stessi mesi anche Eugenio Scalfari mostrò di considerare Marchionne un bluff: “Chi è il padrone di Marchionne? Il proprietario è il sindacato dei lavoratori Chrysler che possiede la quota di controllo del capitale”. Il fondatore di Repubblica si riferiva al 41,4 per cento del fondo sanitario Veba. Solo che Fiat-Chrysler l’ha ricomprato interamente sette mesi fa. Zero polemiche invece per la Lucchini, il gruppo siderurgico di un altro scomparso presidente di Confindustria, Luigi. Dopo una crisi di anni, simboleggiata dallo stabilimento di Piombino, siamo ormai alla cessione con l’offerta maggiore della indiana Jsw e l’interesse del gruppo italiano B&S per costruirvi una centrale a carbone. Ma, nonostante un libro vincitore del premio Campiello (“Acciaio” di Silvia Avallone) e un film di successo, la storia non ha fatto alzare le sopracciglia della grande stampa. Che sia anche qui per deferenza verso un simbolo confindustriale, in un milieu giornalistico nostalgico di riti concertativi?

 

Lo dimostrerebbero i toni soft riservati alla cessione di Poltrona Frau all’americana Haworth da parte del fondo Charme, controllato da un altro ex numero uno di Confindustria, Luca di Montezemolo. Mentre quando la Parmalat passò alla francese Lactalis si invocò lo sbarramento della Cassa depositi e prestiti. Ma alla fine ci si può anche chiedere: quanto made in Italy finisce in mani straniere, e quanto vale quel che comprano all’estero i nostri imprenditori? Nel libero mercato dovrebbe essere un dato degno di curiosità. L’Eurispes ha appena sfornato uno studio – titolo “Outlet Italia, cronaca di un paese in (s)vendita” – che inanella circa 500 cessioni per 55 miliardi di euro. Ma il fenomeno inverso non ha finora meritato un simile onore. Eppure, sorpresa, siamo lì: 340 acquisizioni per 65 miliardi. Avvertire i direttori.

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