In Francia si celebra la figura di Foucault a trent’anni dalla morte con libri, articoli e documentari

Il cattivo maestro

Giulio Meotti

Memorie di Michel Foucault, il filosofo che predicava la “morte dell’uomo” e negava la libertà. Ma che era anche un profeta gay

    In un famoso libro del 1992 che in copertina ritraeva Michel Foucault con il kimono, “The Passion of Foucault”, lo studioso James Miller descriveva l’intellettuale francese come “il filosofo che ha oscurato il cielo intellettuale di Parigi”. Foucault come “sfinge postmoderna”, “Eraserhead metafisico”, colui che passa e fa tabula rasa. Foucault è morto trent’anni fa. E a Parigi è festa: libri, seminari, articoli di giornale, documentari televisivi, la pubblicazione del suo corso “Subjectivité et vérité”, ritratti inediti dello storico della follia, della prigione, della psichiatria, della sessualità. E’ il momento di Foucault. I dettagli più radicali della sua vita (il tentativo di suicidio, l’attivismo nell’estrema sinistra, il sesso con sconosciuti nelle saune e nei club di San Francisco) hanno portato a nuova gloria la sua figura e opera. Un destino oscuro che accomuna Foucault a quello di altri intellettuali francesi. Come Gilles Deleuze, che si lanciò dalla finestra del suo appartamento nel 17esimo arrondissement. Come Louis Althusser, che uccise la moglie e finì i suoi giorni in manicomio. Come Guy Debord, il situazionista che si tolse la vita in un freddo novembre con un colpo di fucile al cuore in una cascina nell’Auvergne. Anche Foucault vedeva nel suicidio una vittoria personale. Aveva tentato di togliersi la vita nel 1948, e secondo Miller, ci è riuscito nel 1984 con il virus dell’Aids. Paul Veyne descrive così Foucault: “Il nostro presunto gauchiste, che non era freudiano, né marxista, né socialista, né progressista, né terzomondista, né heideggeriano…”.Verboso con una tendenza all’oracolare, volutamente esoterico, Foucault non era un moralista ortodosso come Jean-Paul Sartre, quanto un libertario estremo, un negazionista della verità, e in questo è stato molto più attuale di tutti gli altri intellettuali francesi. Michael Walzer, per citare uno dei critici più duri e onesti del filosofo francese, ha visto in lui il massimo esponente di un nuovo nichilismo europeo, ovvero “la convinzione che tutta l’esistenza è priva di senso, non vi è alcuna possibilità di una verità”. In questa prospettiva, Foucault non credeva ci fosse uno scopo per la società e che tutte le leggi fossero inutili.
    Foucault suscita sentimenti opposti. Di ammirazione, ma anche di avversione viscerale. La femminista Camille Paglia ha scritto “Perché odio Foucault”, dove lo accusa di essere “paranoico” e di essere al centro di un “culto secolare” da “nuova Geova”. E anche il filosofo Richard Mohr ha attaccato “la devozione al santo Foucault”, mentre per David Halperin ha avviato la rivoluzione gay in occidente, affermando l’idea che la sessualità non sia biologia o psicologia, ma cultura e conoscenza.

     

    Le sue conferenze, a Berkeley, alla New York University e in tutti i maggiori campus degli Stati Uniti, si svolgevano davanti a vere e proprie folle. Almeno duemila persone assistevano alle sue lezioni. Scriveva Emile Cioran, a proposito del libro di Foucault, “Le parole e le cose”: “Parla di ‘finitudine antropologica’. Immagino l’effetto che tali formule possono avere sui giovani. Certo, suonano più complicate che non ‘miseria dell’uomo’ o ‘durata infima’. Di tutte le imposture, la peggiore è il linguaggio, perché meno avvertibile dagli idioti di oggi”. Il suo successo consisteva nell’affabulazione misterica. L’ideologia dell’antipsichiatria di Foucault, che si risolve con il riconoscimento delle sue radici sociali, nei rapporti alienati e alienanti del capitalismo, e con la trasformazione rivoluzionaria di tali rapporti (“dove c’è potere c’è resistenza”), è considerata oggi superata e legata al periodo delle contestazioni degli anni Sessanta e Settanta. Foucault si atteggiava ad anatomista intellettuale, a colui che in maniera spietata mette a nudo i rapporti di potere nascosti, le motivazioni oscure e i segreti ideologici che “infettano la società borghese”. “Infantile sinistrismo”, dirà Michael Walzer. Ma il metodo Foucault è diventato vangelo nelle accademie e nei circoli occidentali.

     

    Per molti anni la sua testa pelata è stata un simbolo del coraggio politico e intellettuale, un emblema di opposizione alle istituzioni che annientano il “diritto alla differenza” dei diversi sessuali e mentali. La sua teoria della repressione sociale è stata affascinante, ma anche il veicolo di un relativismo feroce: per Foucault, ogni riforma di scuole, manicomi, prigioni e in generale della società rappresenta una mera estensione del potere; le relazioni umane sono soltanto “lotte per il controllo” e la verità stessa è una “coercizione”.

     

    Nel 1969 Foucault fonda l’Università sperimentale di Vincennes, come coronamento della sua ideologia antiautoritaria. Duemila studenti di provenienza operaia furono ammessi a quella università, riconosciuta dal ministero dell’Istruzione francese, benché non avessero alcun diploma di scuola superiore. Operai, stranieri, illetterati, Foucault voleva celebrare la vendetta degli esclusi dal panopticon. Jean-François Kahn definì Vincennes “un mondo schizofrenico in un clima di confusione”. Aboliti gli esami tradizionali, a Vincennes tutto si decide dopo aver consultato gli studenti. Un ateneo senza frontiere e senza limiti, dove “tutto è permesso e tutto è possibile”. Nel 1980 il triste epilogo dell’utopia di Foucault. Gli accademici decisero di autorizzare l’ingresso della polizia nel campus per stroncare il traffico di droga. Ormai l’utopia si era trasformata in una surreale distopia.

     

    Foucault fu il più noto intellettuale europeo succube della sbornia khomeinista. “La storia”, scriveva Michel Foucault, “ha posto in fondo alla pagina il sigillo rosso che autentica la rivoluzione. La religione ha svolto il suo ruolo di sollevare il sipario; i mullah ora si disperderanno in un grande volo di abiti neri e bianchi. La scena cambia. L’atto principale sta per cominciare”. Foucault, che definì l’ayatollah Khomeini un “santo”, nell’ottobre del 1978 in occasione dell’ascesa dell’imam si entusiasmò per ciò che accadeva in Iran. Neppure dopo che Khomeini si impadronì del potere e le teste caddero a migliaia, espresse il benché minimo rammarico. D’altronde, il filosofo che si inebriò anche per i massacri della Rivoluzione culturale nella Cina di Mao, elogiò i massacri robespierriani del 1792. In un dibattito televisivo con Noam Chomsky, arrivò a giustificare la violenza di classe: “E’ chiaro che viviamo in un regime dittatoriale, un potere classista che si impone con la violenza”. Quando il proletariato trionferà, “eserciterà un potere violento. Non vedo obiezioni a questo”.

     

    Ma è soprattutto nella sua fine che Foucault suggellò la sua filosofia. L’intellettuale francese omosessuale vedeva nel sesso orgiastico senza protezione, fino alla sua condanna a morte per Aids, una risposta al desiderio di anonimato, al diventare “senza volto”. “Morire per amore dei ragazzi: cosa c’è di più bello?”, furono le parole di Foucault a un collega omosessuale che lo mise in guardia dall’Aids. Il 5 gennaio 1981 il settimanale di un’agenzia epidemiologica americana descrive, senza poter dare un nome alla loro malattia, cinque casi gravi, in osservazione negli ospedali della California, che hanno sintomi comuni, come febbre, perdita di peso, disturbi respiratori, e hanno pure in comune il ricorso a pratiche omosessuali. Durante una cena fra amici, lo scrittore americano Edmund White rivela l’esistenza di questa patologia a Foucault. “Hanno trovato la cosa talmente divertente – ricorda White – che sono scoppiati a ridere. Hanno pensato che fosse l’espressione del mio puritanesimo e, in fondo, non mi hanno creduto”. Attraverso il dionisiaco abbandono, la più punitiva delle pratiche ascetiche, e un’esplorazione disinibita dell’erotismo sadomasochista, Foucault varcò a San Francisco i confini che separano il conscio e l’inconscio, la ragione e l’irrazionalità, il piacere e il dolore e, al limite ultimo, la vita e la morte. In una delle sue ultime interviste, elogiò il sadomaso come “impresa creatrice” che porta a quella che definì “la desessualizzazione del piacere”. E così alla definitiva separazione del sesso e della riproduzione.

     

    E’ stato profetico in questo Foucault. Profetico nel definire anche l’omosessualità come “una delle forme della sessualità”, una “androginia interiore”, un “ermafroditismo dell’anima”. Si legge in una dichiarazione rilasciata da Foucault in un’intervista del 1982, due anni prima di morire: “Credo che il tipo di piacere che potrei considerare come il vero piacere sarebbe così profondo, così intenso e così travolgente che non potrei sopravvivergli. Il piacere completo, totale per me è legato alla morte”. Nell’ultimo decennio della sua vita il filosofo frequentò con grande assiduità le saune gay, avendo scoperto in quella comunità e in particolare nelle pratiche sadomaso “enormi potenzialità conoscitive e di piacere”. Quando nell’autunno del 1983 era ormai seriamente malato, con la certezza di avere l’Aids, tornò a San Francisco. Divenne uno schiavo del “fistfucking”: da fist, pugno, e fucking, scopata; ovvero l’inserimento di una mano nell’ano o nella vagina. Lo teorizzò anche come “defallicizzazione” del piacere maschile con gravi rischi di infezione negli anni in cui l’Aids era sconosciuta.

     

    Foucault avrebbe scelto sì la propria morte e in un certo senso con voluttà, ma avrebbe anche scelto di darla, quella stessa morte, di trasmetterla. In “Storia della follia”, aveva parlato della tormentata visione di Goya, delle crudeli fantasie erotiche di Sade e della follia di Artaud come di esperienze che spaventano e sconcertano, dalle quali “si esce trasformati”. A suo modo, egli cercò esperienze-limite che potessero trasformarlo.

     

    Foucault “untore”? Una tesi corroborata da Daniel Defert, suo amante per vent’anni, molto irritato da quanto lo scrittore Hervé Guibert aveva scritto nel suo primo romanzo sulla propria sieropositività, “All’amico che non mi ha salvato la vita”. In quel libro, Guibert, che era stato molto vicino a Foucault alla fine dei suoi giorni, riferiva tutto ciò che il filosofo gli aveva rivelato di sé tenendogli la mano dal letto di morte in ospedale. Oltre all’appropriazione del “visibile segreto” (la morte per cause legate all’Aids) e alla sua violazione, a Defert non era piaciuta la maniera “insouciante” che Guibert aveva attribuito a Foucault nell’atteggiarsi rispetto alla malattia. E aveva dichiarato che il professore, al contrario, “prendeva l’Aids con grande serietà. Quando andò a San Francisco per l’ultima volta, lo considerava una ‘esperienza-limite’”.

     

    In questo quadro rientra l’elogio della pedofilia da parte di Foucault. In un’intervista, apparsa in “Dits et écrits” (Gallimard) e poi in “Psichiatria e follia”, J. P. Faye e altri pongono alcuni quesiti al filosofo: “Tutto il problema che si pone, nel caso delle ragazze ma anche dei ragazzi – perché, legalmente, lo stupro nei confronti dei ragazzi non esiste – è il problema del bambino che viene sedotto, o che comincia a sedurre voi”, spiega Foucault. “Si può fare al legislatore la seguente proposta? Con un bambino consenziente, con un bambino che non si rifiuta, si può avere qualunque tipo di rapporto, senza che la cosa rientri nell’ambito legale?… Il problema riguarda i bambini. Ci sono bambini che a dieci anni si gettano su un adulto – e allora? Ci sono bambini che acconsentono, rapiti”. Prosegue Foucault: “Sarei tentato di dire che, se il bambino non si rifiuta, non c’è alcuna ragione di sanzionare il fatto, qualunque esso sia… Inoltre, esiste anche il caso dell’adulto che è in un rapporto di autorità rispetto al bambino. Sia come genitore, sia come tutore, oppure come professore, come medico. Anche qui si sarebbe tentati di dire: non è vero che da un bambino si può ottenere ciò che non vuole veramente, attraverso l’effetto dell’autorità”.

     

    Foucault è rimasto, soprattutto, colui che ha proclamato la morte non di Dio, come Nietzsche, ma dell’uomo, ovvero la necessità di disfarsi dell’umanesimo giudeo-cristiano: “L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra chiaramente la data recente, e forse la fine prossima”, ha scritto Foucault. Come ha spiegato in “All that is Solid Melts Into Air” Marshall Berman, il filosofo americano di sinistra scomparso due anni fa, “Foucault negava la possibilità stessa della libertà”. Secondo Berman, “Foucault ha offerto alla generazione degli anni Sessanta l’alibi per la passività”.

     

    Questo pessimismo ideologico, questa tristezza del pedo-fetish, culminano in una “escatologia”. Un millenarismo laico in cui sesso e morte si mescolano in un ultimo, fatale incontro anonimo. L’angelo caduto.

    • Giulio Meotti
    • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.