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Pastorale nera

Pijamose il quartiere, pijamose lo stadio, anzi pijamose Roma e non poniamo freni alla gittata della nostra linea di tiro. Boom. Boom. Boom. Eccolo il vasto programma di un certo neo fascismo dell’ultimo quarantennio, un buco nero sospeso a metà tra la Magliana e il bunker di Berlino.

5 Luglio 2014 alle 06:07

Pastorale nera

Pijamose il quartiere, pijamose lo stadio, anzi pijamose Roma e non poniamo freni alla gittata della nostra linea di tiro. Boom. Boom. Boom. Eccolo il vasto programma di un certo neo fascismo dell’ultimo quarantennio, un buco nero sospeso a metà tra la Magliana e il bunker di Berlino. E’ una specialità tutta romana che poi, come una pandemia, s’irradia dalle sezioni capitoline alle filiali stanziate fuori dal raccordo. La grande ubriachezza catacombale prende spesso avvio con l’illusione di un’avanzata nazional-rivoluzionaria da innescare attraverso la coscrizione della santa teppa periferica. Guardàti a vista dai nonni degli anni Settanta, coccolati dalla convinzione che in caso di estrema difficoltà una copertura di fuoco la assicurassero loro, i movimenti della destra ultra radicale hanno convissuto negli ultimi vent’anni almeno con l’illusione di poter trasformare il veleno dei comuni malacarne in uno strano elisir di lunga vita. Porte girevoli tra noi e loro, i giovani militanti-asceti e i pistoleri per necessità che sono sopravvissuti al crematorio degli Anni di Piombo ma non hanno perso il gusto della sregolatezza. Cugini o fratelli maggiori passati dalle rapine per l’autofinanziamento al colpo in banca per sentire di esistere ancora. O che magari hanno aperto il negozietto anonimo al Trieste-Salario ma sempre con quel reducismo allucinato negli occhi, e quella scacciacani modificata nascosta nel cestino della biancheria sporca, pronta a essere raccolta per un regolamento di conti.

 

All’inizio funzionava. Si affittava uno scantinato, lo si tappezzava di fascisteria sentimentale (Codreanu, Degrelle, le aquile di Salò), si magnetizzavano i delusi missini dalla faccia implume e accanto a loro si coagulava la massa critica dei pischelli problematici sottratti alla ricettazione, alle piccole rapine, talvolta allo smercio del fumo afghano. Succedeva al Pigneto, per esempio, prima che il Pigneto diventasse una grande piazza di spaccio cool. L’operazione aveva perfino un benefico effetto sociale. Il collante era l’idea: testimoniare l’esistenza irriducibile di una gioventù non compromessa con la destra istituzionale (l’adagio jüngeriano “meglio delinquente che borghese” era un tatuaggio dell’anima, prima che dilagassero i tattoo con i simboli dei Germani e quelli tribali), rivestirla di un abito patriottico e gettarla nella mischia delle scuole, delle università, delle piazze calde. Quando i centri sociali erano ancora l’incubatore delle Bierre (molti guai con il Blitz di Mario Galesi), quando i capi storici dell’Autonomia Operaia coltivavano ancora la loro maieutica antifascista, lo scontro era inevitabile e ritenuto formativo: il manico di piccone non è come il “pezzo”, non spara, basta saper usarlo e nessuno si farà troppo male. Intanto l’idea sovrastava ogni altra tentazione, non c’era tempo per frequentare la zona grigia dei “fasci-bar”, i veterani inconsolabili, l’epica dei grandi la si ascoltava la sera al pub, sicuri di non ripetere i loro errori, di non trafficare con la malavita per la malavita: l’autofinanziamento lo si faceva con la paghetta dei genitori o facendo i pony express sullo specialino bianco. Finché c’era l’idea a sorreggerti, andava così.

 

Però poi iniziavano le illusioni: entriamo negli stadi, colonizziamo le curve, politicizziamo il tifo estremo e diamogli uno stile, un progetto, una divisa. A quel punto, sì, le sezioni si riempivano a vista d’occhio, ma la metamorfosi era inevitabile. Invece di politicizzare le curve si finiva per calcistizzare le sezioni politiche. Ma con troppi calci e poco calcio.

 

L’ibrido garantiva una potenza d’urto fenomenale, e tuttavia non era disciplinato e anzi aveva un debole per la discordia interna, con spettacolari baruffe tra fazioni consanguinee. In fondo c’era l’idea a freddare i primi cattivi pensieri: lo si fa per la causa.
Ma quando infine anche la causa esauriva la sua fascinazione? C’è un ritmo fisiologico che scandisce il tempo di ogni esperienza gruppettara. A un certo punto anche la causa va a puttane e si diventa reduci a meno di trent’anni. Colpa delle guardie, dei compagni, delle liti intestine. Fatto sta che si chiude bottega e ci si riversa nei bar, nei pub, accanto ai muretti fasciati di antiche scritte fatte in notturna con la bomboletta spray: lì c’è sempre quel camerata più grande che ha visto “Point Break” e conosce le spiagge giuste dove surfare ma sopra tutto sa come non far suonare l’allarme in banca quando si entra con il taglierino; quello che non ha mai perso il collegamento coi vecchi dai soprannomi spaventosi; quello che ha un nome e un destino scritto nel casellario giudiziale e riesce a imporlo al post fascista rifatto che ha scalato le vette, foss’anche un sindaco da cui farsi assumere. In sottofondo scorrono i titoli di coda di un “Romanzo criminale” (De Cataldo) che per sedurre i più temerari, a Roma, non aveva certo bisogno di un grande libro o di una serie Sky. Bastava incontrare la persona giusta, tendere le orecchie e ascoltare la sua frase totemica pronunciata mimando con pollice e indice il movimento della pistola che spara: “Per sistemare le cose ti basta un dito, ma servono le palle sotto per schiacciare il grilletto”.

 

Succede così che volevi prenderti il quartiere, lo stadio, Roma o la vita intera. E alla fine è la malavita che si è presa te. Non è una legge di natura inderogabile. Non so nemmeno se sia del tutto sbagliato. Succede.

 

 

 

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