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Il nostro non è (più) un paese per morsicatori. Perché Phelps studia il caso del “corporativismo italiano”

Inutile scomodare fantomatiche leggi di natura sulla traiettoria autodistruttiva del capitalismo per spiegare il rallentamento delle economie occidentali. Meglio piuttosto indagare attorno a un virus a lungo incubato proprio qui, in Italia, e che si chiama “corporativismo”, suggerisce il premio Nobe

28 Giugno 2014 alle 06:27

Il nostro non è (più) un paese per morsicatori. Perché Phelps studia  il caso del “corporativismo italiano”

Inutile scomodare fantomatiche leggi di natura sulla traiettoria autodistruttiva del capitalismo per spiegare il rallentamento delle economie occidentali. Meglio piuttosto indagare attorno a un virus a lungo incubato proprio qui, in Italia, e che si chiama “corporativismo”, suggerisce il premio Nobel statunitense Edmund Phelps nel suo ultimo libro, “Mass Flourishing”. Politici e analisti di tutto il mondo battagliano sul livello di spesa pubblica ottimale o sull’ampiezza del deficit consentito, sulle tasse da alzare o abbassare, ma così si condannano a imprimere mutamenti marginali. Meglio sarebbe confrontarsi col problema di fondo, non solo ciclico o istituzionale, che investe le nostre società occidentali: alla capacità di ghignare, mordere ed essere morsi in campo – per usare una metafora calcistica ancora fresca nell’immaginario degli italiani – l’occidente preferisce da qualche decennio le geometrie stanche e il catenaccio prudente che  dovrebbero tutelarlo dalle “prospettive altamente incerte”, sia nella buona sia nella cattiva sorte, che caratterizzano i processi di mercato. Così però l’occidente ha finito per sopire, seppure con gradazioni diverse da paese a paese, il “dinamismo” culturale che animò la crescita straordinaria sbocciata nel Diciannovesimo secolo.

 

Socialismo e corporativismo, per il Nobel, sono state le due trincee ideologiche scavate nel tempo per accogliere gli scontenti della distruzione creatrice. Il primo è fallito non appena ha tentato di trasformarsi in realtà, il secondo no, anche grazie alla sua capacità attrattiva verso i nemici del capitalismo così come del socialismo. Nel Diciannovesimo secolo, il corporativismo iniziò a essere teorizzato in Germania, poi venne istituzionalizzato per la prima volta nell’Italia di Mussolini. Secondo Phelps il battesimo ufficiale avvenne nell’ottobre del 1925 a Palazzo Vidoni (che oggi ospita il ministero della Funzione pubblica), con Confindustria e sindacati che firmarono un patto per riconoscersi come gli unici legittimi rappresentanti di capitale e lavoro. Cos’è la “concertazione” tra governo e “parti sociali” – si chiede l’autore – se non il tentativo di anestetizzare il senso di “mancato coordinamento” e di “disordine” proprio del capitalismo innovativo? L’Italia non era stata nel gruppo di testa della Grande trasformazione (1820-1930) del “capitalismo mercantile” in “capitalismo moderno”, ma almeno era stata al passo di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania grazie a una notevole ricettività. Dagli anni 30 in poi è l’Italia a contaminare, seppure lentamente, il resto del mondo. In quel momento, nonostante la fascinazione di molti leader stranieri per lo stato che indirizzava e sussidiava, così come per industriali e sindacati che garantivano la pace sociale tenendo ai margini nuovi eventuali outsider scalpitanti, gli Stati Uniti attraversarono un boom di produttività industriale che contribuì alla vittoria militare e alla fine della fascinazione corporativa. D’altronde, come dimostrano vari studi demoscopici e statistici di Phelps, gli Stati Uniti rimangono il paese in cui i “valori” associati al capitalismo moderno sono tenuti in maggiore considerazione dall’opinione pubblica: l’interesse del proprio lavoro, l’accettazione di nuove idee e la disponibilità al cambiamento, la competizione.

 

Valori più diffusi in America, Canada e Regno Unito che in paesi come Francia, Italia, Belgio e altri. A “valori moderni”, osserva Phelps, corrispondono performance migliori in termini d’innovazione e crescita. Tuttavia il corporativismo è tutt’altro che scomparso, al massimo ha cambiato pelle. In Italia, per esempio, ha preso una triplice forma. In primis, una Pubblica amministrazione sempre più pervasiva che, dietro lo schermo della neutralità burocratica, ha perseguito in realtà una propria agenda per ottenere più risorse e potere, spiazzando l’innovazione diffusa tra imprenditori e consumatori che si addice al capitalismo moderno. Inoltre Phelps, che nel nostro paese ha fatto ricerca a lungo, già negli anni 90 individuò un aumento della ricchezza privata e sociale (sussidi pubblici e welfare inclusi) a fronte di una reticenza della classe imprenditoriale: pochi investimenti, mercato finanziario asfittico e quindi bassa produttività di tutti i fattori. Infine la solita “concertazione” Confindustria-sindacati ha ostacolato ogni meccanismo di concorrenza tra i produttori o di retribuzione legata a merito e produttività tra i lavoratori. Sono i tre pilastri di una società a crescita lenta e poco inclusiva, scriveva Phelps negli anni 90. Profezia avverata, non c’è che dire.

 

Il corporativismo, “una vecchia idea che molti trovavano più rassicurante e confortevole” della “modernità imprevedibile”, dal secondo Dopoguerra è tornato intanto a varcare i confini italiani ed europei, risultando più consono a valori pre-moderni nel frattempo tornati in auge come comunitarismo, solidarismo e desiderio d’ordine. Per immunizzarsi non basteranno meno tasse. Secondo Phelps occorrerà, se lo vorremo, tornare a interpretare “cambiamento, sfida e ricerca dell’originalità” come “elementi di fioritura” e non invece di “dolore”. Occorrerà tornare a mordere e farsi mordere.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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