La cancelliera tedesca Angela Merkel (Foto La Presse)

Nomine & austerity

Sul debito si può essere flessibili? Merkel, Renzi e il “partito argentino”

Marco Valerio Lo Prete

Ristrutturare il debito: l’idea che infastidisce Padoan ma alletta un numero crescente di economisti.

Roma. Oggi appuntamento a Ypres e domani a Bruxelles: nella due giorni belga, i capi di governo dell’Unione europea puntano ad approvare la nomina del nuovo presidente della Commissione Ue e il piano per rafforzare l’unione economica e monetaria che Herman Van Rompuy, presidente uscente del Consiglio Ue, è stato incaricato di abbozzare. Sul primo punto la diplomazia inglese è quella più allarmata: l’opposizione del premier David Cameron a Jean-Claude Juncker, candidato lussemburghese del Partito popolare europeo, potrebbe essere stata troppo plateale, al punto di rivelarsi un boomerang. Ieri infatti la cancelliera tedesca Angela Merkel ha ripetuto di voler sostenere Juncker e ha aggiunto – quasi per svelare il bluff di Cameron – che non sarebbe un dramma decidere “a maggioranza qualificata”. In quel caso Londra potrà finire in minoranza, costringendo tra l’altro Cameron a reagire per non perdere troppi consensi in patria e a proporre forse una modifica dei trattati comunitari dall’esito incerto.

 

Sempre ieri, la Merkel è intervenuta davanti al Bundestag per chiarire la linea del governo sul nuovo corso della politica economica europea. Ha ribadito quanto anticipato dal suo portavoce due giorni fa, e prim’ancora dai partner socialdemocratici della Grande coalizione, cioè che il Patto di stabilità “offre una molteplicità di strumenti che consentono flessibilità”. Una risposta a chi nei giorni scorsi, dalla Bundesbank a settori del mondo produttivo tedesco, aveva sollevato forti obiezioni alle richieste provenienti da Roma e Parigi per un ammorbidimento dell’austerity fiscale. Tuttavia la tecnica del “poliziotto buono vs. poliziotto cattivo” in materia di politiche comunitarie non è certo una novità per l’establishment tedesco. Tutto dipenderà dal [**Video_box_2**]significato che al termine “flessibilità” attribuiranno Merkel, Matteo Renzi e François Hollande. Il documento da approvare tra oggi e domani sarà eminentemente politico: dovrà essere sufficientemente innovativo per non creare attriti con Renzi, rafforzato dal risultato delle elezioni europee e considerato come l’assicurazione migliore per far avanzare oggi le riforme in Italia, e sufficientemente vago per lasciare margini di controllo a Bruxelles e Berlino in caso di abusi da parte dei paesi più indebitati. Essendo caduti in disgrazia i “contratti per le riforme” – spiegano da Bruxelles fonti italiane – l’approccio dei prossimi mesi sarà perlopiù bilaterale: le singole capitali “scambieranno” riforme strutturali in patria con ragionevolezza sui conti e sui richiami da parte dell’Ue, come da schema-Renzi presentato in Parlamento due giorni fa.

 

Teste d’uovo a Via Solferino

 

Il premier italiano ha detto che “il rispetto delle regole non è in discussione”, così come il tetto del 3 per cento al rapporto deficit/pil. Nell’esecutivo, infatti, si ragiona piuttosto su come guadagnare “flessibilità” nella tempistica necessaria per avvicinarsi al pareggio di bilancio e nel ritmo di riduzione del debito pubblico a partire dal 2015 in ragione del Fiscal compact. Secondo l’esecutivo, dal prossimo anno il rapporto debito pubblico/pil – oggi al 135 per cento – inizierà a scendere. Ma l’allentamento della tensione finanziaria sul mercato dei bond sovrani testimoniato dal calo degli spread, assieme all’interruzione della discesa del pil, non assicurano un calo sufficientemente rapido. Non è solo questione di rispetto del Fiscal compact. Se il debito non scende velocemente, continueranno a essere ingenti le risorse pubbliche drenate per pagare gli interessi sul debito (pari al 5 per cento del pil, ogni anno, tra 2011 e 2015), così come l’effetto “spiazzamento” esercitato sui capitali privati che altrimenti potrebbero riversarsi nell’economia reale. E’ anche per queste ragioni che un numero crescente di economisti suggerisce manovre straordinarie per la riduzione dello stock di debito. Manovre non più fatte di solo rigore fiscale e di sacrifici per i paesi debitori, ma di perdite da infliggere ai creditori privati che a quegli stati hanno fatto finora fiducia. Oggi, a Milano, ne parlerà un gruppo assortito di autorevoli addetti al settore. E’ il “partito” della flessibilità in stile argentino, verrebbe da dire riferendosi al paese che fece crac nel 2001, un partito che invoca forme di “default controllato” per l’Italia.

 

Oggi a Milano, riuniti su iniziativa di AcomeA (società di gestione del risparmio presieduta da Alberto Foà) e della Fondazione Corriere della Sera, si riuniranno economisti tutt’altro che di nicchia per discutere della “sostenibilità del debito pubblico” (qui lo streaming a partire dalle 18). Sostenibilità che evidentemente non è più possibile dare per scontata in ogni evenienza. Interverranno Paolo Manasse (macroeconomista dell’Università di Bologna), Charles Wyplosz (del Graduate institute of International development studies di Ginevra, ascoltatissimo a Bruxelles e autore del progetto Padre, Politically acceptable debt restructuring in the eurozone), George Papaconstantinou (all’apice della crisi ministro dell’Economia della Grecia che nel 2012 fu il primo paese dell’Ue a dichiarare un parziale default), Guido Tabellini (già rettore della Bocconi) e Lucrezia Reichlin. Quest’ultima, già capoeconomista della Banca centrale europea, poi fino al febbraio scorso candidata al ruolo di ministro dell’Economia nel governo Renzi e successivamente in lizza per i vertici della Bank of England, è stata una delle prime personalità a rompere il tabù del “default controllato” sulle colonne del Corriere della Sera. A maggio scrisse che la calma dei mercati finanziari e i primi segnali di ripresa congiunturale non dovevano ingannare il governo. Perciò l’esecutivo, pur senza prendere la strada di una “semplice rinuncia unilaterale agli obblighi di pagamento del debito perché una mossa del genere porterebbe solo alla perdita di accesso al mercato”, avrebbe dovuto proporre a Bruxelles “un meccanismo di risoluzione a livello federale che renda legittima la ristrutturazione”. Non sarebbe un crac in stile argentino, certo, ma comunque un capovolgimento delle politiche adottate finora nell’Eurozona per risanare i conti pubblici: non sono soltanto i debitori sovrani a dover stringere la cinghia, ma anche i creditori che hanno acquistato bond sovrani di stati troppo indebitati. Dopo quell’intervento sul Corriere, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sentì il bisogno di replicare con inusitata durezza: “Non è mia abitudine fare polemiche – disse il 18 maggio al Messaggero che gli chiedeva di commentare la proposta Reichlin – Mi limito a osservare che mi sembra una proposta del tutto fuori luogo, impraticabile e soprattutto pericolosa”. Eppure oggi, di quella proposta pericolosa, Reichlin e altri torneranno a ragionare a Milano, moderati dal direttore del quotidiano di Via Solferino, Ferruccio de Bortoli.

 

La discussione sarà aperta da una panoramica complessiva sul debito pubblico italiano: entità (negli ultimi 7 anni il rapporto debito pubblico/pil è passato dal 103 al 133 per cento), peso sui bilanci delle banche italiane (quasi raddoppiato dal 2008), esposizione internazionale (creditori tedeschi e francesi in primis). Come alleggerire questo fardello? Si potrà continuare con “un ampio consolidamento fiscale”, anche se per rispettare il Fiscal compact secondo Manasse occorre un avanzo primario (differenza tra spese e entrate, al netto degli interessi sul debito pregresso) superiore al 5,5 per cento e il governo stima che riusciremo a superare il 4 per cento solo nel 2016. Così si va incontro a forti rischi: una repentina impennata dei tassi d’interesse pure per eventi che non dipendano da Roma, una resistenza sempre più diffusa nella politica e nell’opinione pubblica, la possibilità che la Bce debba dispiegare lo scudo anti spread (Omt) finora solo progettato. Ergo, conviene prendere in considerazione altre strade per ridurre lo stock del debito: una ristrutturazione decisa in maniera unilaterale dall’Italia, per esempio, o una forma di mutualizzazione a livello europeo in stile Eurobond. Si tratta di percorsi nuovi verso la tanta agognata “flessibilità” sul debito, mai perseguiti nell’occidente contemporaneo (se non in casi limite come quello greco), con annessi rischi non tutti facilmente prevedibili.

 

L’austero Rogoff e l’interesse tedesco

 

Fino a qualche anno fa, soltanto a parlarne, in Italia si rischiava d’essere associati a certe uscite raffazzonate di Beppe Grillo. Oggi però il partito del “default controllato”, che ha decine di sfaccettature teoriche e operative, è diventato più trasversale. Nelle sue fila molto composite militano intellettuali di sinistra, come Luciano Gallino, sostenitore della Lista Tsipras, che di recente ha evocato l’ipotesi di una ristrutturazione del debito pubblico su Repubblica. Ma perfino il Fondo monetario internazionale da mesi sta lavorando per rendere meno difficile e drammatico un eventuale coinvolgimento del settore privato in caso di stati superindebitati (vedi l’articolo di Domenico Lombardi qui a fianco). E proprio ieri Kenneth Rogoff, economista di Harvard passato alle cronache come alfiere teorico dell’“austerity espansiva”, è tornato sul tema. Lo ha fatto intervenendo alla Ludwig-Erhard Lecture a Berlino, dove parlava a fianco dell’ex falco rigorista della Bce Jürgen Stark, e sul quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung. Secondo Rogoff, è inutile che i leader dei paesi dell’Europa periferica insistano col chiedere a Berlino di fare di più per sostenere la domanda interna e aiutare così la ripresa in tutta l’area, ed è inutile insistere sulla sola imposizione di tagli di spesa e aumenti di tasse. “Una drastica riduzione dei livelli del debito, magari costringendo i creditori privati ad accettare un allungamento della maturità (o durata) dei bond statali” sarebbe una soluzione molto migliore. Anche “per i paesi nordici che nel lungo termine saranno ricompensati” dal fatto di avere a che fare con economie periferiche “più produttive e in condizioni migliori”. Quando “flessibilità” vuol dire, insomma, che ora tocca pure ai creditorii.