La vignetta di Vincino

Perdio buttala dentro! Vatican gol

Matteo Matzuzzi

Il Papa, per chi tifa ai Mondiali, non lo dice: “I brasiliani mi hanno chiesto la neutralità”. Da Francesco a B-XVI, la passione pallonara di papi e porporati.

Il Papa, per chi tifa ai Mondiali, non lo dice: “I brasiliani mi hanno chiesto la neutralità”, spiegava con un mezzo sorriso al giornalista della Vanguardia che lo intervistava a Santa Marta, qualche giorno fa. E poi, ha osservato Francesco, è meglio sorvolare sul tema, visto che “il Brasile e l’Argentina sono sempre antagoniste”. Eufemismo per dire che se dovessero per caso incontrarsi in finale, come spera Herr Blatter, ad arbitrare il match la Fifa dovrebbe mandare un reggimento di poliziotti a cavallo. Nel chiuso di Santa Marta, però – al riparo dai vescovi brasiliani che contro il Mondiale carioca hanno lanciato strali e maledizioni perché colpevole di allargare ancora di più le maglie della diseguaglianza economica e sociale – comodamente seduto in poltrona, Francesco qualche occhiata tutt’altro che disinteressata alla Albiceleste la butta. Anche perché si ricorda bene che “la pulce”, Lionel Messi, ha promesso via Twitter di dedicargli il Mondiale 2014. E Bergoglio non è tipo che dimentichi, anche perché di calcio se ne intende – “L’Otra mano de Dios”, titolò il quotidiano Olé il giorno dopo l’elezione, rievocando la celebre mano con cui Diego Armando Maradona fece soffrire l’Inghilterra al Mondiale del 1986. Socio del San Lorenzo de Almagro (tessera numero 88235N-0 rinnovata il 12 marzo 2008), Bergoglio non si perdeva una partita della sua squadra del cuore – andando anche in tribuna – tanto che poco dopo la fumata bianca sul sito del San Lorenzo appariva un commosso comunicato ufficiale in cui il presidente si diceva “oroglioso per l’elezione dell’argentino, azulgrana e socio Jorge Mario Bergoglio”. Un portafortuna ideale per una squadra che poi avrebbe vinto a sorpresa il campionato – ma i miracoli qui non c’entrano, osservano maliziosi gli avversari. Semmai, a contare, sono stati gli arbitri ben disposti verso il club per cui tifa il Papa.

 

Ma Francesco non è il primo Pontefice a seguire i Mondiali. Anche l’insospettabile teologo Benedetto XVI, otto anni fa, non si perse i momenti clou della Coppa del Mondo così cara a noi italiani, quella trionfalmente vinta fra testate di Zinedine Zidane a Marco Materazzi e gol da leggenda di Fabio Grosso. Anche allora, in Vaticano, erano stati allestiti schermi giganti per seguire le partite, complice anche il fuso orario favorevole.

 

Benedetto XVI, Papa da un anno, lasciò da parte per un mese le adorate melodie di Mozart e si gustò – “compatibilmente con i numerosi impegni”, sottolinearono immediatamente segretari e portavoce – la Coppa del mondo seduto in poltrona, al punto da far ritardare l’orario canonico della cena per seguire fino all’ultimo rigore il quarto di finale tra gli argentini e i tedeschi. Poi arrivò la decisiva Italia-Germania, la semifinale finita ai supplementari con l’urlo disumano di Grosso incredulo per quanto fatto, e oltretevere s’affrettarono a dire che “il cuore del Papa è talmente grande che c’è spazio per entrambe le squadre”. Certo, da Ratzinger nessuna esagerazione, niente tifo da curva: “Il gioco ha anche il carattere di esercitazione alla vita”, scriveva nel 1985, pochi mesi prima del Mondiale messicano che vide trionfare l’Argentina (sempre contro la sua Germania).

 

In Vaticano, oggi, il tifo – Francesco a parte – è qualcosa di più sfumato: alla congregazione per le Cause dei santi non c’è più il cardinale portoghese José Saraiva Martins, che nel 2005 confessò di essersi ritirato in preghiera per la salvezza economica della Lazio, in quei mesi scossa dalla fine tumultuosa dell’èra di Sergio Cragnotti. Soprattutto, però, in Segreteria di stato non c’è più lo juventino Tarcisio Bertone, che da cardinale arcivescovo di Genova curò la telecronaca di un Sampdoria-Juventus del 2004 per un’emittente locale. Nessun dubbio sulla sua competenza calcistica: da ragazzo giocava a pallone nelle formazioni dei salesiani, ruolo difensore. Una passione talmente forte che lo vide organizzare anche la Clericus Cup, nel 2007: preti e seminaristi in campo per dimostrare che si può giocare a calcio senza eccedere nel tifo, divertendosi e trasmettendo quel messaggio di festa e gioia che anche il Papa, recentemente, ha raccomandato in vista del Mondiale brasiliano. Esperimento (tuttora in corso) che ha lasciato qualche luce e molte ombre, tra partite sospese per rissa, seminaristi espulsi per entratacce sulle gambe dell’avversario come si vedono solo sui peggiori campi di periferia, insulti agli arbitri e perfino qualche inopportuna bestemmia scappata ai giocatori prima del terzo tempo di preghiera previsto dal regolamento. Forse, servirebbe uno come don Aldo Rabino, storico cappellano del Torino, che a Superga ogni anno mescola brillantemente il sacro col profano, Dio con il calcio.

 

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.