Alfano e Casini (foto LaPresse)

Morire renziani

Salvatore Merlo

Fra ammazzatine e tradimenti, da Scelta civica a Sel, passando per FI, tutto un tramestio verso il Bullo

Mercoledì sono entrati alla spicciolata, uno alla volta, circospetti hanno varcato i cancelli del Viminale e raggiunto lo studio di Angelino Alfano, che, raccontano, pare li abbia ricevuti come un granduca d’operetta, seduto in una poltrona in mezzo alla stanza. “Qua dobbiamo sbrigarci. Bisogna creare un nuovo gruppo parlamentare”. Ed eccoli, dunque, Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa, Gaetano Quagliariello e Gianluca Susta, il capogruppo dei senatori di Scelta civica che nel 2011, per riferirsi a Mario Monti, citava “Via col vento”, e quasi descriveva una deità, un piccolo idolo dorato, Monti uomo del destino: “Grazie a lui domani sarà un’altro giorno”, diceva. Adesso incontra invece Alfano e Casini, Cesa e Quagliariello, addio Monti: “Ci vuole un nuovo gruppo parlamentare”; “sì, un nuovo partito”; “ma i senatori di Forza Italia ci stanno?”. Trame, arabeschi, gorgheggi. E non sussiste in nessuno di loro, nemmeno per un attimo, la nostalgia per un sodalizio scaduto. Ma è tutto il Parlamento a muoversi così, con disinvoltura irrequieta, un ribollire di passioni dentro le fessure del Palazzo, in Scelta civica e in Sel, nei partiti squagliati, tra grillini esagitati, centristi galleggianti e berlusconiani ombrosi. E dunque mezzi tradimenti, ammazzatine, occhiate di desiderio scoccate a Matteo Renzi, sguardi di puro terrore rivolti ai sondaggi.

 

Dice per esempio Andrea Romano, un tempo cantore di Monti, e ancora prima di Montezemolo: “E’ partita una ridefinizione dei perimetri politici. In un anno è cambiato tutto. Serve una grande tenda del riformismo di Renzi”. E così Gennaro Migliore e Claudio Fava abbandonano Nichi Vendola per Renzi, Maurizio Lupi e Mario Mauro parlottano tra loro di un partito per Renzi, mentre Casini, sempre presente e reattivo a tutte le manifestazioni dello spirito politico, raccoglie i cocci di Scelta civica, accarezza il capino di Alfano, e ossessionato com’è dai due forni vorrebbe ricombinare nella betoniera del centro i soliti vecchi ingredienti per offrirli, con fissa pendolarità, a Renzi o al centrodestra che verrà. E insomma il Parlamento, l’intera legislatura, sono un franare di velleità, introspezioni, diffidenze, malinconie, fantasie, torture, speranze e sospetti.

 

[**Video_box_2**]Ma non si muovono con la leggerezza e il silenzio di animali prudenti. E così in Forza Italia tutti spiano le mosse di Saverio Romano, ed è un germogliare inquieto di miasmi: “Guarda che se ne va. E’ tutto pronto”, sussurrano i deputati ai giornalisti che svogliati si aggirano nel cortile di Montecitorio. Il crescendo è parossistico: “Sono almeno trenta senatori”. Boom! E ci sarebbe Raffaele Fitto, ovviamente, che intanto però si arrabbia, smentisce, giura fedeltà al Cavaliere e scuro in volto racconta che “sono i miei nemici interni a inventare queste sciocchezze. Ma io non me ne vado”. E insomma sarebbero Mariarosaria Rossi e Giovanni Toti ad alimentare il gossip del tradimento, e tutto rischia di essere una vicenda disseminata di innocui cadaveri in un gioco elusivo che simula la crudeltà, perché non c’è dramma e non c’è pathos in questo stiracchiarsi di tradimenti che punta alla conquista del cuore matteorenziano. Dice infatti Titti Di Salvo, che ha abbandonato Vendola e che probabilmente lo ha ferito e deluso: “Nichi in questi anni ha rappresentato un punto di riferimento straordinario per la sinistra e per il paese con le sue battaglie e l’impegno per i diritti sociali e del lavoro”. Si tradiscono ma si sorridono, si accoltellano ma si scambiano i cerotti, e il voltafaccia, balletto surreale della legislatura, non ha valore sinistro. Nello zampettare dei ragazzi di Vendola, nel minuetto furbo di Casini e nei mezzi passi degli Andrea Romano e dei Gennaro Migliore c’è qualcosa di naturale, persino di modesto, di ordinario e insieme di commovente, che svela il vertice del desiderio, forse uno strazio sottile. Confessa infatti Migliore: “Penso che bisognerebbe fare una forza unitaria del centrosinistra. Ho sempre pensato che dovevamo avvicinarci all’area di governo”. E le parole dei fuggitivi di centro, di sinistra e di destra sono quasi fotocopie, quelle di Romano e quelle di Migliore, tutti per Renzi, Renzi per tutti. In questo saltellare come tordi sulle siepi, ciascuno accentua infatti carnali e ondulanti lusinghe nei confronti del premier ragazzino, persino nel mondo scombiccherato di Grillo che vorrebbe fare accordi con Renzi dopo averlo chiamato “ebetino”, un impegno laborioso e loquace. Mentre lui, il ragazzo di Firenze, può anche permettersi di rifiutare, o piluccare, un voto qua, un voto là, questo lo prendo e questo no, sfoglia l’album delle figurine. Maria Elena Boschi, per esempio, si esprime con tono freddo e sazio a proposito di Grillo, che si offre per le riforme: “Valuteremo”.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.