Due combattenti dell'Isis davanti a un mezzo sequestrato alle truppe regolari irachene nei pressi della raffineria di Beiji (Foto Ap)

Come abbiamo perso l'Iraq

Daniele Raineri

Obama dice che Maliki ha molte colpe in Iraq, ma il patto con lui è saltato quando ha deciso il ritiro.

Roma. Ieri il Wall Street Journal ha raccontato che l’Amministrazione Obama “sta segnalando” che vuole che il primo ministro iracheno Nouri al Maliki lasci il suo posto. Oltre ai funzionari anonimi, l’articolo cita anche il capo della commissione Intelligence del Senato, Dianne Feinstein, che ha detto: “Il governo Maliki, candidamente, deve andarsene se si vuole una riconciliazione qualsiasi”. Anche il senatore repubblicano John McCain sostiene che Obama deve dire “a Maliki che il suo tempo è scaduto”. Nella conferenza stampa di ieri, il presidente non è stato tanto diretto – “non sta a noi decidere chi guida l’Iraq” – ma ha chiarito che a causa del governo di Maliki e della sua politica d’esclusione i sunniti si sentono sfiduciati. Non c’è mai stato un grande rapporto personale tra i due leader: ufficiali iracheni dicono che Obama non chiama Maliki da due anni e lascia che sia il vice Joe Biden a tenere i rapporti (è lui che parte per una missione tra qualche giorno). Pure gli alleati nel Golfo arabo, soprattutto Arabia Saudita e Emirati arabi uniti, stanno facendo pressione su Washington perché ritiri l’appoggio al leader iracheno – troppo vicino all’Iran. Ieri un portavoce di Maliki ha risposto dicendo che il premier non si dimetterà in cambio di raid americani (Baghdad mercoledì ha chiesto all’America di intervenire).

 

Perché l’Amministrazione Obama chiede al primo ministro sciita di lasciare mentre il paese sta subendo un’offensiva senza precedenti della guerriglia sunnita? Per capirlo è necessario tornare al 2008, quando il generale americano David H. Petraeus conquistò (molti) sunniti iracheni e li fece passare dalla parte degli americani inquadrandoli in milizie locali pagate con soldi americani (300 dollari al mese circa) chiamate Sahwa (Risveglio), con allusione al sonno buio della dominazione estremista. Quando mancò l’appoggio dei sunniti iracheni, lo Stato islamico divenne come il pesce della citazione di Mao, senza più l’acqua in cui nuotare. Nel 2010, il gruppo perse il suo capo Abu Omar al Baghdadi e toccò il suo minimo storico, forse aveva soltanto 300 uomini secondo fonti dall’interno.

 

Gli americani con la loro presenza e i loro soldi facevano da garanti del patto tra il governo sciita e i sunniti. Ma quando si ritirarono, alla fine del 2011, il patto saltò. Maliki in questi anni ha rifiutato di integrare i sunniti nell’esercito e nella polizia, ha tolto loro i posti importanti nel governo e nelle forze di sicurezza – servizi segreti inclusi – non ha perso occasione per reprimerli, fino alla distruzione violenta di un sit-in nel 2013 che costò la vita a decine di manifestanti. Adesso li hanno chiusi, ma a sbirciare sui profili Facebook dei soldati iracheni era tutto un tripudio di odio settario: foto trofeo con cadaveri di sunniti, cadaveri appesi, cadaveri bruciati, bandiere sciite sui mezzi corazzati, foto umilianti per i sunniti (piedi sulle teste, percosse), un disfacimento della politica inclusiva degli anni precedenti. La maggioranza dei sunniti non aderisce all’ideologia dello Stato islamico spontaneamente, ma in contrapposizione a nemici ritenuti più pericolosi. L’esercito di Maliki lo era diventato.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)