Nella foto da sinistra Lupi, Alfano, Lorenzin e Quagliariello (foto LaPresse)

Presunti ministri

Stefano Di Michele

I ministri dell’Ndc, che nell’immaginario del premier figurano come i giovani in quello di Cetto La Qualunque: “Sono un problema e non una risorsa”. Non che tutti e tre diano da pensare come il discolo Alfano, che lasciato incustodito, appena a un tuìt a portata di dita ti apre un casino con una procura ma insomma, ecco, di gloria non si coprono

“Ambarabà ciccì coccò / tre civette sul comò…”. E’ stata fulminante la definizione del leghista Salvini per il ministro Alfano: “E’ un soprammobile in casa Renzi”. Fulminante ma limitata. Perché per la verità, di soprammobili sulla consolle nell’anticamera di Palazzo Chigi – un po’ abbandonati alla polvere, un po’ ricordo di vecchie zie, un principio gozzaniano di “scatole senza confetti” – Renzi se ne ritrova ben tre: i ministri dell’Ndc, che nell’immaginario del premier figurano come i giovani in quello di Cetto La Qualunque: “Sono un problema e non una risorsa”. Non che tutti e tre diano da pensare come il discolo Alfano, che lasciato incustodito, appena a un tuìt a portata di dita ti apre un casino con una procura – perché la gente deve sapere; perché il ministro, soprattutto, deve far sapere – ma insomma, ecco, di gloria non si coprono. Senza contare il fatto che uno può pure mettersi il giubotto di pelle, fare il figo da “Amici”, selfie come nemmeno il Papa, stare scamiciato tutto il giorno e persino ridere con Lapo Elkann – se poi ti associano all’Ndc c’è il rischio di farsi immediatamente evocativo del gettone telefonico, del borsello di cuoio e di Mariano Rumor: niente di male, ovviamente, ma è come prendere a modello della modernità “Giochi senza frontiere”. Matteo è furbo, si sa (e si è visto), e dunque questo lascito governativo che si è ritrovato, dopo il fallimento della mezzadria con Letta nipote,  con cautela lo gestisce e con parsimonia lo esibisce. Più esattamente: con parsimonia insieme ad esso si esibisce. Sfugge, gira l’angolo, passa fischiettando. Così, colpisce non poco la scarsità di foto del presidente del Consiglio – che praticamente appare ovunque e con chiunque, persino con D’Alema, per dire – insieme al suo ministro più importante, al leader del partito alleato, all’uomo che vorrebbe essere la salda colonna del suo impianto maggioritario. Se ne trovano poche – giusto l’essenziale – di foto della coppia. Niente rottamazione, per carità, ma cauta rimozione. Senza contare che, in un modo o nell’altro, i tre ministri del neo-centrodestra un po’ sulla graticola adesso si trovano.

 

Di Alfano, “presunto ministro” secondo l’Unità, le cronache traboccano. L’altro ieri per una mal gestita familiarità con i kazacchi, poi per faccende di ordine pubblico (il borbottìo felpato prefettizio nei saloni del Viminale, il rumoreggiare acceso degli sbirri in piazza), adesso pure questa storia dell’arresto per l’assassinio della povera Yara. “Lui è il ministro di polizia e a noi ci tocca difenderlo”, ridacchiano quelli del Pd, un po’ esasperati e un po’ rassegnati. Insomma, non c’è Scelba, al Viminale. “Neanche Maroni, bisogna riconoscerlo”. Di suo, poi, alle elezioni, ha rimediato quello stitico 4, 3 per cento che fa il paio con la lista del compagno greco caro ai radical chic. Non un’esaltante prestazione, di quelle che “di loro non possiamo fare a meno”.

 

[**Video_box_2**]Più solido appare Maurizio Lupi – almeno col tuìt più controllato. Ma pure lui, assiso sulla vetta di un ministero di rara potenza economica (appalti e infrastrutture: oasi nell’arsura della crisi), ha dovuto ripetutamente difendersi dai sospetti che certi arrestati per le storiacce dell’Expo e del Mose hanno lasciato filtrare – quello che lo ricordava su una barca di trenta metri, quello che diceva di avergli mandato un biglietto con un nome non gradito, quello che gli affibbiava un vecchio berlusconiano quasi come suggeritore ombra, sottosegretario in pectore, pure champagne e aragoste, ombra di formigoniano trastullo su di lui. Ha sfidato l’uragano Sandy, il Lupi che non perde mai la maratona di New York, ma il venticello di queste dicerie (“nelle intercettazioni sull’Expo viene nominato 33 volte”, ha tenuto contabilità Repubblica) è persino più fastidioso. Non è indagato, Lupi, dicono le carte – e anzi con ardore respinge i sospetti, intravede millanterie e spacconate, “questi signori non li ho mai visti”, “la circostanza più spiacevole è doversi giustificare per cose che non sono minimamente accadute”, “una cosa pazzesca”, “ci mancava solo questa!”, e pure il solito carico di Cl gli viene rovesciato addosso. Non c’entra, il ministro, che ha sfiorato la possibilità di una mozione di sfiducia, ma di sicuro Renzi non si è speso e non si è esposto. Terzo soprammobile sulla consolle di Palazzo Chigi, Beatrice Lorenzin, forse la più filorenziana dei tre. Ma che proprio ieri è finita nell’occhio del ciclone, per la mozione di sfiducia presentata dai grillini con pesanti accuse per la vicenda Avastin-Lucentis e per l’altra sconcertante del “metodo Stamina”. Verrà difesa – pure lei (e tre). Ma che fatica – e poco ardore. Come il gioco, pensano gli alleati piddì, ministri che non valgono la candela. Per ora lì stanno – sulla consolle, un po’ impolverati, gli unfits sbiaditi di Matteo. (sdm)