David Bratt, candidato sostenuto dal Tea Party

Un Tea Party di traverso

Mattia Ferraresi

In Virginia un oscuro candidato in quota “intransigenti” manda a casa Eric Cantor, repubblicano d’establishment. Con lui perdono Ryan, Jeb Bush, Rubio e l’ancora fragile galassia dei conservatori moderati

Gli stregoni dei big data sanno sempre i risultati elettorali in anticipo, tranne quando l’esito è imprevedibile. “E’ molto difficile fare previsioni, specialmente quelle che riguardano il futuro”, recita il detto attribuito a Yogi Berra, molto calzante in questo caso per la pattuglia di data journalist che non ha visto arrivare la devastante sconfitta alle primarie di Eric Cantor, capogruppo della maggioranza repubblicana alla Camera eletto in un distretto della Virginia ad altissima intensità conservatrice. E’ il primo leader della Camera nella storia a perdere le primarie. Il rappresentante dell’establishment repubblicano è stato spazzato via da un oscuro professore di Economia di nome David Brat che ha speso per l’intera campagna elettorale più o meno quanto Cantor ha speso in bistecche al ristorante. Brat era sostenuto dal Tea Party e da una coalizione di intransigenti capace di infliggere all’incravattato uomo di partito oltre dieci punti di distacco, percentuale che esclude si sia trattato soltanto di interferenze democratiche alle urne (in Virginia ci sono le primarie aperte, può votare chiunque). Con una sconfitta del genere sul groppone è improbabile che Cantor si presenti alle elezioni di novembre come candidato indipendente. Fonti vicine allo sconfitto dicono che abdicherà già a fine luglio.

 

Nessuno l’aveva previsto. I sondaggisti del leader repubblicano parlavano di 34 punti di vantaggio. I conservatori in quota intransigente del giornale online Daily Caller riducevano il distacco a una dozzina di punti, e già così passavano per faziosi antisistema. Quattro anni fa alle primarie repubblicane del distretto nessuno aveva osato sfidare il repubblicano di governo. Due anni fa la musica è cambiata, ma nemmeno poi troppo: Cantor ha vinto con il 58 per cento dei voti, prestazione più che rispettabile in termini assoluti, ma la sua peggiore da quando è stato eletto al Congresso. Questa tornata non ha retto, e il modo in cui è arrivata la sconfitta è una dura lezione per i conservatori d’establishment, per i moderati, per i pragmatici, per i fautori del compromesso e per i teorici della “nuova destra” – raccontata nell’articolo qui sotto – più orientati alle soluzioni praticabili che all’annientamento del big government. Cantor è rimasto incastrato sul delicato tema dell’immigrazione, che è un po’ il barometro dell’ortodossia conservatrice in un’epoca in cui il vento nel partito tira a destra ma tutto questo tirare non sembra portare frutti elettorali nelle sfide che contano. Nella foga della campagna, le aperture a un accordo con i democratici su una riforma sono state trasformate in generalizzata “amnistia”, concetto indigesto per i conservatori, e Cantor ha dovuto riparare con un finale di campagna di segno opposto, una specie di “ero a favore prima di essere contrario” di kerryana memoria. “Il risultato di stasera sposterà il partito ancora più a destra, il che ci marginalizzerà ancora di più a livello nazionale”, ha detto il deputato Peter King, moderato dello stato di New York, dando voce ai sentimenti crepuscolari dei centristi.

 

Se c’era una certezza all’interno della leadership repubblicana, merce rara di questi tempi, era che Cantor sarebbe diventato speaker della Camera una volta che John Boehner, logorato da anni di battaglie interne ed esterne, avesse lasciato lo scranno, forse già dopo le elezioni di novembre. Anche quella piccola certezza è svanita. Naturale che ora i rappresentanti della corrente più intransigente del partito chiedano di riformulare la struttura immettendo sangue libertario in un organismo troppo logorato dalla logica venefica di Washington. Lo stesso establishment è insabbiato, e ieri è stata convocata una riunione d’urgenza fra i repubblicani della Camera. Il successore naturale di Cantor sarebbe il suo secondo, Kevin McCarthy, eletto nella democratica California, ma lo scenario sta rapidamente cambiando e ci sono almeno tre rappresentanti dell’ala intransigente già in fila per strapazzare il giovane virgulto. Di certo la turbolenta serata di martedì ha dato uno scossone al vacillante mondo della destra moderata. E’ stata la sconfitta di Cantor, ma con lui hanno perso anche Paul Ryan e McCarthy – le “young guns” del partito – ha perso Jeb Bush, che ambisce a diventare il federatore dei conservatori moderati proprio a partire dalla riforma dell’immigrazione; in misura minore ha perso anche il senatore Marco Rubio, aperto a una soluzione di compromesso con l’Amministrazione, e con lui perde tutta la frangia che si è opposta alla “teapartyzzazione” del Partito repubblicano. A ben vedere ha perso anche Barack Obama. Lo stratega David Axelrod ha subito colto il potenziale negativo del risultato elettorale: “Nella misura in cui dà una mano all’ideologia anti-tutto, e mette a rischio le soluzioni a problemi come l’immigrazione, è una sconfitta per il paese”. E’ un modo tinto di senso del bene comune per dire che da qui a fine mandato Obama ha bisogno dei voti repubblicani per fare le riforme che desidera, prima fra tutte quella sull’immigrazione. Non saranno certo i David Brat e gli irriducibili nemici dello stato centrale con parrucca da Sam Adams a scendere a patti con l’Amministrazione democratica. Il calcolo suggerisce a Obama di desiderare un Partito repubblicano con una forte anima moderata, tendenza che si stava anche riscontrando nelle primarie in giro per il paese, ma la pazzesca nottata della Virginia ha fatto saltare il conto. Non che Cantor abbia teso la mano in modo particolare alla Casa Bianca – è stato fra i più duri sullo shutdown del governo – ma rappresenta il tipo politico con il quale i democratici possono imbastire una trattativa. Un ribilanciamento della leadership del Gop verso il Tea Party lega le mani alla Casa Bianca. A meno che i democratici non riconquistino la Camera a novembre, cosa che gli stregoni dei big data tendono a escludere.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.