Girone H

Redazione

Belgio, Russia, Algeria, Corea del Sud

Belgio

 

Provate a inserire su Google le parole chiave “re dimissioni Spagna”: il motore di ricerca vi offrirà 6 milioni di risposte possibili in lingua italiana. Provate poi a inserire su Google le parole “re dimissioni Belgio”: i risultati in italiano saranno soltanto 150 mila. Alberto II ha lasciato il suo posto a Filippo del Belgio nell’estate del 2013, insomma, e quasi nessuno se n’è accorto fuori dai confini del paese. Meglio: a quasi nessuno interessa. Male, molto male. Perché la parabola del Belgio – dicono al Foglio autorevoli sociologi e futurologi che chiedono di poter rimanere anonimi – non fa altro che anticipare la parabola dell’Italia. Federalismo riuscito male che manda in tilt i poteri pubblici, legge elettorale proporzionale che genera l’aumento esponenziale del numero dei partiti politici, immigrazione di massa e sgovernata che annacqua l’ethos nazionale e crea sacche diffuse di alienazione. Moltiplicate tutti questi mali italiani all’ennesima potenza e vi sarete fatti un’idea di come funziona il Belgio. A Bruxelles però – assicurano i bene informati – a differenza che in Italia la pioggerella è continua, estenuante. Anche per questo, dopo 12 anni di assenza dalle fasi finali dei mondiali, i “diavoli rossi” faranno di tutto per prolungare il loro soggiorno carioca. Da non sottovalutare.

 

 

Russia

 

L’economia russa ha ripreso a crescere prima ancora dei Mondiali del Sudafrica, prova di forza notevole dopo il precipizio della recessione. Non ci è voluto molto prima che l’allora presidente della federazione, Dmitri Medvedev, proponesse, per dir così, la ricandidatura di Vladimir Putin alle elezioni, assecondando il proverbio russo apocrifo: “Squadra che vince non si cambia”. Così la Russia di Putin è tornata a Putin. Non che fosse andata troppo lontano nei quattro anni precedenti, ma si preparava una nuova fase, espressa in modo sintetico nei “decreti di maggio” firmati dal presidente il giorno dopo il suo re-insediamento su economia, educazione, glorificazione postuma della storia sovietica, ritorno ai valori tradizionali in tema di famiglia e sessualità, in solido con la chiesa ortodossa. E’ stato l’inizio della rottura con l’occidente, sospinta da venti di Guerra fredda, con le proteste in piazza, le Pussy Riot, i propositi di Reset disattesi, le facce contrariate da “studente dell’ultimo banco” negli incontri con Obama, e poi la strenua protezione dell’alleato Bashar el Assad, l’asilo concesso alla spia americana Edward Snowden, le Olimpiadi invernali di Sochi con molte polemiche e poca neve. E’ arrivato anche il divorzio di Putin con la sua Ludmila. Infine, l’annessione della Crimea e l’aggressività d’ispirazione imperiale dopo le rivolte dell’Ucraina che cercava una sponda a occidente.

 

 

Algeria

 

In Algeria i giocatori della nazionale sono chiamati le volpi del deserto e partono con molte ambizioni, ma le somiglianze con il diabolico stratega tedesco Erwin Rommel finiscono qui. Piuttosto, nel sottofondo della loro coscienza sportiva si sentono come una specie di nazionale B della Francia. I giocatori dell’Algeria sono per due terzi nati in Francia e 8 su 23 hanno rappresentato la Francia in competizioni giovanili internazionali. Il Washington Post che ha studiato la faccenda la spiega così: se sei nato in Francia da genitori algerini e sei molto bravo – come Samir Nasri del Manchester United, Karim Benzema del Real Madrid e il più grande calciatore francese di tutti i tempi, Zinédine Zidane – allora giochi in Francia. Se sei soltanto bravino, giochi in Algeria. Resta che sulle volpi cade una responsabilità pesante: il paese ha la stessa vitalità economica di una carcassa di animale abbandonata a seccare sul ciglio della strada e il governo spera che qualche buon colpo della star Sofiane Feghouli e o del cattivo ragazzo Hilal Soudani distraggano gli algerini dai problemi quotidiani.

 

 

Corea del Sud

 

La storia della Corea del sud ha sempre a che fare anche con la Corea del nord. E con il mare. Nel marzo del 2010 c’è stato l’affondamento da parte dei nordcoreani della nave Cheonan (46 morti), nel novembre dello stesso anno il bombardamento dell’isola sudcoreana di Yeonpyeong, nel mar Giallo. All’epoca il presidente sudcoreano era il conservatore ex sindaco di Seul Lee Myung-bak, quello della “dottrina MB”, ovvero cooperiamo con Pyongyang e rafforziamo l’alleanza con Washington. Nel 2013 termina il suo quinquennio e viene eletta la collega di partito (che nel frattempo ha cambiato nome, da Grand National Party a Saenuri) la 60enne Park Geun-hye, prima donna presidente ma soprattutto figlia dell’ex dittatore Park Chung-hee che guidò il paese asiatico per 18 anni dopo un colpo di stato. Nel frattempo la Corea cresce da pazzi, nel 2012 il pil è arrivato a +2 per cento, nel 2013 a +2,8 e le previsioni per il 2014 sono +3,8 per cento. A minare la stabilità politica una tragedia molto recente: il naufragio del traghetto Sewol, che il 16 aprile scorso ha provocato almeno 300 tra morti e feriti, causati in gran parte dalla inadeguata gestione dell’emergenza.
Ps. La Nazionale di calcio nordcoreana, che aveva partecipato agli scorsi Mondiali in Sudafrica, non si è qualificata per i prossimi in Brasile. Purtroppo.