L'allegra matematica del prof. Flamigni sulla Ru486, atto secondo

Nicoletta Tiliacos

Abbiamo fatto arrabbiare il professor Carlo Flamigni, e sarebbe una bugia dire che ci dispiace. Sul Foglio del 25 aprile scorso, avevamo ricordato al ginecologo bolognese e al suo collega Corrado Melega – che difendevano in tandem la pillola abortiva Ru486 dall’accusa di provocare dieci volte più morti rispetto all’aborto chirurgico – che quel dato non era né tratto dalle “pagine scientifiche di Topolino”, come i due sostenevano, né era costruito su voci “incontrollate”. Quel dato proveniva dal New England Journal of Medicine, la più importante rivista medica del mondo.

    Abbiamo fatto arrabbiare il professor Carlo Flamigni, e sarebbe una bugia dire che ci dispiace. Sul Foglio del 25 aprile scorso, avevamo ricordato al ginecologo bolognese e al suo collega Corrado Melega – che difendevano in tandem la pillola abortiva Ru486 dall’accusa di provocare dieci volte più morti rispetto all’aborto chirurgico – che quel dato non era né tratto dalle “pagine scientifiche di Topolino”, come i due sostenevano, né era costruito su voci “incontrollate”. Quel dato proveniva dal New England Journal of Medicine, la più importante rivista medica del mondo.

    Ma è chiaro che per Flamigni la letteratura scientifica non conta, o conta solo a intermittenza. Sull’Unità di ieri, insiste fieramente nel negare quel dato, e invita addirittura chi lo sostiene a dedicarsi piuttosto alla poesia. Può provare a girare il consiglio a Michael Greene, professore alla Harvard Medical School. Fu lui che sul New England Journal of Medicine del primo dicembre 2005 sostenne esattamente che (repetita iuvant), con i dati disponibili fino a quel momento, i casi di morte per aborto con il metodo chimico (un caso su centomila) erano dieci volte quelli per aborto chirurgico effettuato nello stesso periodo della gravidanza, cioè fino alla settima settimana. La Ru486 può essere usata infatti solo in quei termini temporali, e in quei termini va fatto il confronto.

    Da allora, Greene e i suoi collaboratori, autori con lui dello studio che arrivava a quella inequivocabile conclusione, non sono mai stati smentiti su una rivista scientifica dello stesso calibro e da uno studio altrettanto accreditato. Ci dispiace per il professor Flamigni, il quale dovrebbe sapere che nell’accademia i dati e le tesi si confutano così, non al bar chiacchierando tra amici o nelle pagine dei commenti dell’Unità, con tutto il rispetto per i bar e soprattutto per l’Unità. Non serve, come fa Flamigni, chiamare a raccolta, in difesa della pari pericolosità della Ru486 rispetto ai sistemi chirurgici, “l’Oms, le grandi Associazioni scientifiche, le ricerche epidemiologiche”, senza fornire alcuna coordinata. Così come non dà alcuna coordinata (dove è successo, come, quando?) delle due morti da aborto chirurgico che, secondo lui, si sarebbero verificate quest’anno in Italia. Di quei fantomatici casi aveva scritto anche nell’articolo firmato con Melega, anche lì senza nessuna informazione ulteriore: erano segnalazioni da verificare o casi accertati? La differenza non è da poco. Ma a quei (misteriosi) decessi, dicono i due difensori della pillola abortiva, non sarebbe stato dato lo stesso rilievo mediatico del caso della trentaseienne di Torino, morta qualche settimana fa nel corso della procedura con la Ru486.

    [**Video_box_2**]Un uomo di scienza e di passioni come il professor Flamigni dovrebbe ogni tanto ridimensionare le passioni e ricordarsi della scienza, come peraltro fa nella prima parte dell’intervento sull’Unità di ieri, nel quale spiega il caso Stamina. E un uomo di scienza, non solo di passioni, non dovrebbe ignorare le ventisette morti la cui causa accertata (non ipotizzata) è la procedura abortiva farmacologica, più le altre dodici dovute al mifepristone, principio attivo della Ru486, usato per altri scopi terapeutici. Quanto agli studi epidemiologici sulla pillola abortiva, nell’ultimo rapporto disponibile (2011) sugli Stati Uniti, la Food and drugs administration conta quattordici donne morte – circa una ogni centomila aborti farmacologici, come sostiene Greene – oltre a centinaia di casi di infezioni gravi, di ricoveri d’urgenza, di danni permanenti. Riguardo poi all’invito a poetare, lasciando agli esperti il compito di occuparsi di cifre, vorremmo dire al professor Flamigni che qualche problema con i numeri forse ce l’ha lui. Lo dimostrò anche quando si ostinava a parlare di calo delle nascite dopo la legge 40 (il Foglio del 24/01/2009), mettendo a confronto cose non confrontabili, cosa che gli spiegò anche l’Istituto superiore di sanità. Allora coraggio, professore, lei già scrive romanzi: a quando i sonetti?