cerca

La luce d’America

Non si è mai una sola persona alla volta, ma è difficile che si vivano le proprie tante vite tutte insieme, e sempre arrivando al grado massimo di successo (e di dolore). C’è riuscita Clare Boothe Luce, ambasciatrice americana in Italia in piena Guerra fredda (tra il 1953 e il 1957), giornalista e drammaturga, attrice e regina della vita mondana capace di scomparire senza chiasso nel 1987, dopo un’esistenza avventurosa e una malattia accolta come niente fosse, lavorando all’uncinetto e scattando foto ai fiori tra le Hawaii e l’edificio dello scandalo Watergate, sua ultima dimora a Washington (lì l’aveva mandata infine Ronald Reagan, a occuparsi di servizi segreti esteri).

28 Aprile 2014 alle 00:00

La luce d’America

Non si è mai una sola persona alla volta, ma è difficile che si vivano le proprie tante vite tutte insieme, e sempre arrivando al grado massimo di successo (e di dolore). C’è riuscita Clare Boothe Luce, ambasciatrice americana in Italia in piena Guerra fredda (tra il 1953 e il 1957), giornalista e drammaturga, attrice e regina della vita mondana capace di scomparire senza chiasso nel 1987, dopo un’esistenza avventurosa e una malattia accolta come niente fosse, lavorando all’uncinetto e scattando foto ai fiori tra le Hawaii e l’edificio dello scandalo Watergate, sua ultima dimora a Washington (lì l’aveva mandata infine Ronald Reagan, a occuparsi di servizi segreti esteri). Quando qualcuno riparla di Clare Boothe Luce, come fa ora la regista Alessandra Bonavina nel documentario “Clare, un’ambasciatrice a Roma” (prodotto da Pinup e Diplomacy chan., in concorso al prossimo Biografilm festival di Bologna, invitato per fine primavera all’ambasciata italiana a Washington e da giugno visibile su Rai cinema channel), non è mai per parlarne soltanto bene o soltanto male, ché è impossibile catturare di Clare Boothe la dimensione prevalente: le sue identità multiple si intrecciano dentro e fuori le varie carriere, i viaggi, i drammi, le vittorie, gli amori incapaci di imporsi sul suo sangue freddo. Lo scrittore Gore Vidal, sul New Yorker, nel 1997, aveva non a caso commentato con ammirazione, ma anche mettendoci il carico da undici di malizia, una biografia politica e scandalistica su di lei – “Rage for fame” di Sylvia Jukes Morris – definendo Clare Boothe Luce “il guerriero di Dio e dei ricchi che da sola salvò l’Italia, serenamente inconsapevole del fatto che il Pci, in realtà, non fosse interessato all’abolizione delle classi”, ma poi lodandone il coraggio di donna-reporter che denuncia, isolata e tra i primi, l’antisemitismo nazista. Clare Boothe aveva visto, nei suoi viaggi in Europa, la Germania trasformarsi in “Giardino delle bestie”, per dirla con il titolo del formidabile libro scritto due anni fa da Erik Larson, romanzo-saggio che racconta la storia vera dell’ambasciatore americano William E. Dodd e di sua figlia Martha, giunti a Berlino nel 1933, inizialmente spensierati e ignari, poi consapevoli e raggelati in mezzo a un bel mondo cittadino che precipita lentamente nella follia senza mai ammetterlo, anzi intestardendosi a non voler vedere l’incubo che avanza sotto i balconi con i gerani rossi e dietro i tavoli dei caffè a due passi dal Tiergarten. Clare Boothe, che di Martha e William Dodd ha lo sguardo senza averne l’apparente momentanea leggerezza, visitò Berlino e si rifiutò di incontrare Adolf Hitler, liquidando la sua premonizione di orrore con una battuta vera o leggendaria, comunque plausibile (“non volevo scoppiare in una risata isterica davanti a quell’omuncolo”). Poi però Clare Boothe Luce, da ambasciatrice, sarà anche eccessiva nel prevedere pericoli non sempre reali, come raccontano gli storici e gli ex diplomatici intervistati nel documentario: c’è chi descrive Clare talmente angosciata per la sopravvivenza dell’occidente “nell’equilibrio del terrore”, e talmente ossessionata dal nemico russo, da non ascoltare neppure l’agente segreto della Cia a Roma William Colby che cercava di tranquillizzarla sulla non immediata minacciosità del Partito comunista italiano. Molti amici, molti nemici e molto onore, riconosceva a Clare Gore Vidal, dandole la patente bifronte di “Rossella O’Hara ante litteram”, un po’ “mangiatrice d’uomini” un po’ “carrierista”, odiata dalle donne per il suo potere e idolatrata dagli uomini che cadevano vittime di un fascino androgino “da bambola di Dresden” che “si era fatta fare la chirurgia plastica” e “non si rompeva mai”.

[**Video_box_2**]

E però oggi di Clare Boothe Luce, a distanza di quasi tre decenni dalla morte, si può anche parlare con distacco divertito, come fa nel documentario la moglie dell’ex corrispondente Cbs in Italia e scultrice Beverly Pepper, amica di Clare nonostante la loro diversità (“Clare io non sono repubblicana e neanche cattolica”, le diceva Beverly durante i primi incontri, e Clare rispondeva che se tutti i suoi amici avessero dovuto avere la sua stessa fede politica e religiosa allora non ne avrebbe avuto neppure uno, tanto erano meravigliosamente male assortiti). Chi la osservava allora, appena arrivata a Roma, vedeva un’ambasciatrice severa ma sorridente che voleva imparare a dipingere e si faceva consigliare colori e pennelli da Winston Churchill, e scendeva dal piroscafo in una bella mattina d’inverno, con il triplo filo di perle, il cappello a calotta, gli occhiali d’avanguardia e il cappotto di sartoria, per presentarsi con l’esclamazione “bella, bellissima Italia!” e iniziare così il lavoro da braccio destro (e lontano) del presidente repubblicano Dwight Eisenhower nella propaggine d’occidente e negli anni duri dei blocchi contrapposti. Il risentimento italiano per Trieste ancora bruciava e Clare Boothe Luce mise tra i suoi obiettivi la soluzione del problema (nel 1954 Trieste tornò italiana). La povertà del Dopoguerra stentava a trasformarsi in boom e Clare Boothe Luce si convinse che l’applicazione estensiva del Piano Marshall fosse anche uno strumento di consenso sociale per l’America “benefattrice” in giorni in cui il richiamo del comunismo era ancora molto forte nelle classi operaie e contadine (secondo la leggenda, Clare fu tra quelli che contribuirono a idearlo, il Piano Marshall). Quasi fragile appare, la dura Clare, nel fotogramma d’epoca che la immortala mentre scende dalla nave a inizio mandato, futura nemica delle vere o presunte minacce per l’ovest e neo ambasciatrice dal look spigoloso e molto criticato da Fernanda Gattinoni (“lei si veste male e ha delle brutte scarpe, signora”, le disse la direttrice del famoso atelier dopo essersene andata indispettita da Villa Taverna per l’eccessivo ritardo dell’ambasciatrice che l’aveva convocata). Naturalmente finì bene, con Clare Boothe Luce vestita Gattinoni dalla testa ai piedi e con le attrici americane della Hollywood sul Tevere vestite Gattinoni come lei, da Ava Gardner a Lana Turner a Audrey Hepburn. Clare aveva un debole per il cinema e il teatro, e scriveva con l’idea di portare al cinema il suo teatro – fu un successo la sua pièce “Donne”, affresco cinico di un gruppo di mogli ricche e annoiate che Alberto Arbasino incoronò su Repubblica: “Non si è più riusciti a creare uno spettacolo di donne così riuscito come ‘Donne’, che è del 1939 ed è della A. B. I. C. R. (ambasciatrice bianca imperialista capitalista reazionaria)”. Clare, che considerava Greta Garbo “un cervo nel corpo di una donna, che vive con risentimento nello zoo di Hollywood”, si era anche messa in testa di esportare il neorealismo negli Stati Uniti e di far trionfare oltreoceano Anna Magnani (fu la sua maggiore sponsor negli uffici dei cinematografari di New York e di Los Angeles). Visitava i set, l’ambasciatrice, andava al Festival di Venezia e si innamorava anche del Festival di Spoleto, parlandone in modo talmente entusiastico ad Eisenhower che il presidente americano, dopo aver ricevuto una lettera del maestro Menotti, staccò personalmente un assegno da cinquecento dollari (per l’epoca, non una cifra da poco).

Tra fantasmi atomici, missili russi in possibile perenne movimento e pranzi con un incredulo Indro Montanelli (che, come Colby, diceva a Clare Boothe Luce: qui non c’è molto da temere), l’ambasciatrice convocava spie a colazione e si metteva in testa, a un certo punto, di essere stata avvelenata. Cominciò a sentirsi male dopo quasi due anni di soggiorno a Roma, e qualche signora la avvistò a un party cianotica e debolissima: dopo una serie di misteriosi malori si scoprì che un’intossicazione da arsenico c’era stata, in effetti, ma non era colpa di qualche 007 sovietico travestito da domestico, bensì della vecchia pittura dei dipinti sul soffitto di Villa Taverna, un soffitto che cadeva in pezzi e, in minuscole particelle velenose, cadeva persino nella tazza di caffè che Clare beveva ogni mattina a letto (lavorava a letto fino a mezzogiorno). Questo racconta l’ex ambasciatore americano David Thorne nel documentario di Bonavina, ricordando di averla anche vista dal vivo, da bambino, l’ambasciatrice, magica “come una diva”. Il vero veleno, però, per Clare, era la passione impossibile da femme fatale per il tombeur Errol Flynn, confessata tra le lacrime a madama Gattinoni, come a non voler capire che tra due seduttori raramente ci si intende oltre l’attimo della conquista – e meno male che in quell’occasione madama Gattinoni fu meno critica sul grado di bruttezza delle scarpe della sua cliente. Passata la cotta per Flynn, Clare si rimise all’opera contro i nemici dell’ovest, ma in modo parossistico. Sempre Arbasino (seguito da Enzo Biagi) raccontava di una Clare fin troppo sollecita nel dare consigli non richiesti a Papa Pio XII durante l’udienza – con argomenti tipo: l’Italia è minacciata dai comunisti, i comunisti mai dovranno andare al governo, l’anticristo si nasconde ovunque, la chiesa è a rischio. A quel punto il Papa, non si sa se più stupefatto o spazientito, non poté trattenersi dal rispondere: “Signora, non deve convertirmi, sono cattolico anch’io”. Qualsiasi presunto elemento destabilizzante secondo i criteri non sempre elastici di Clare Boothe Luce era da mettere nel mirino, compresi i macchinisti con tessera Cgil sul set di qualche colossal americano (l’ambasciatrice minacciò di bloccare la lavorazione di “Guerra e Pace”, non senza sconcerto dell’amica Audrey Hepburn). Eppure le maestranze di Cinecittà, quanto a pericolosità latente, erano ai suoi occhi nulla in confronto al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, giudicato troppo poco antisovietico. In ogni caso l’Italia del Dopoguerra rimase in soggezione, di fronte a quella donna allo stesso tempo materna e altera, e la amò di amore goffo e ossequioso: a Palermo capitò che il sindaco dc Paolo Bevilacqua, in un sussulto di grande ospitalità siciliana, decidesse di portarla a visitare il santuario di Santa Rosalia di primissima mattina, quando ancora tutto dormiva, turisti in primis. Soltanto una vecchina stazionava davanti al santuario, e fu allora che il sindaco, per evitare la cosiddetta “mala figura”, tirando fuori un’impossibile grandeur, indicò l’anziana signora con la frase “Ambasciatrice… one people!”).

Tutto poteva allarmare la Clare ambasciatore-donna in epoca non ancora femminista. Un’americana che faceva politica a Roma era non solo eccezione ma pure motivo di apprensione (e gelosia) tra le signore della buona società: Clare a cinquant’anni era già stata deputata repubblicana, giornalista di guerra in Africa e nel sud-est asiatico, firma di costume tra stilisti e artisti, direttrice di Vanity Fair (dopo una rapidissima giovanile carriera da segretaria di redazione e intervistatrice di grido), ed era ovunque nel mondo una padrona di casa raffinata e trasgressiva, pur restando la fervente cattolica convertita che tutti conoscevano, discepola del vescovo Fulton J. Sheen, anche detto “microfono di Dio” per le sue pastorali radiofoniche. Nessuno poteva poi dimenticare, a Roma, che Clare era già due volte moglie, e sempre di buoni partiti. A vent’anni aveva infatti sposato il magnate dell’alta sartoria George Tuttle Brokaw, con un grande matrimonio combinato da amici non si sa se lungimiranti o sprovveduti, visto l’alcolismo incipiente di lui. Non esitò a divorziare, Clare, nonostante fosse diventata madre da poco (sua figlia Ann morirà a diciannove anni in un incidente stradale, sulla via del ritorno all’Università di Stanford dopo un pranzo felice con la madre. Fu questo l’evento di dolore indicibile e impossibile da cui Clare mai si riprese, neppure con la conversione). Ma allora, negli anni d’oro successivi al divorzio, con quella bimba piccola adorata e tutto un mondo da conquistare, non si sentiva sola, Clare, la figlia di un violinista spiantato che si consegnava a una serena vita da single quando ancora le donne single erano malviste in società (non da lei, che da ragazzina, durante un viaggio con sua madre ex ballerina in Europa, era rimasta colpita dalle suffragette e ne aveva ricavato un insegnamento di indipendenza anche sentimentale: meglio sole che mogli di un marito scomodo, fu il motto da imporre con l’esempio nei salotti). Al culmine del successo mondano e della felicità di giovane donna libera incontrò il futuro secondo marito, l’editore Henry Luce, padre delle riviste Time e Life, quest’ultima lanciata con il contributo fondamentale di Clare, una che al primo appuntamento già dava suggerimenti su come dovesse essere un settimanale (servono belle foto anche se si parla di politica o cultura, sennò diventa presto carta straccia, era il concetto). I due si erano visti soltanto un paio di volte per caso, prima che Henry, sposato con figli, le dichiarasse eterno amore. Clare l’aveva notato mentre fendeva la folla in un locale con due bicchieri in mano (“uno è per me, spero”, fu la frase che lo fece innamorare). Al momento della dichiarazione un po’ avventata di Henry, padre di famiglia non si sapeva ancora quanto sincero, Clare si spaventò al punto da scappare ai Caraibi per qualche settimana. Naturalmente vinse chi fuggiva, cioè lei: seguì il divorzio di lui, il matrimonio dei due e la lunga vita insieme.
La tragedia della morte di Ann arrivò in un giorno di gennaio del 1944, a squassare quella che poi Clare definirà “la drammatica inutilità e inconsistenza di tutto quell’affannarmi, correre, lavorare e sperare che aveva caratterizzato la mia esistenza”. Fu disperazione, depressione, quasi suicidio. Poi subentrò una calma apparente, interrotta a intermittenza, e per decenni, da burrasche amorose mai importanti quanto l’affetto per il marito o quanto i prestigiosi incarichi pubblici. Se Eisenhower stimava Clare come pilastro di anticomunismo militante, i vertici del Partito repubblicano la considereranno presto un osso duro. Lei amava descriversi come una ultraconservatrice irriverente che mirava sempre in alto, al massimo livello possibile. E sempre piantò la bandiera in vetta, anche se da quel giorno di gennaio non fu mai più felice.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi