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Sirtaki al Valle

Tutti da (e con) Alexis Tsipras al Teatro Valle Occupato il venerdì sera, con la platea strapiena, la gente che spinge da fuori e la voce stentorea del compagno greco a suggellare il quadro: eccoli, i compagni italiani improvvisamente alleggeriti dal proprio ritorno a casa (altro che il trucido Beppe Grillo), tra vecchi amici e vecchi nemici ex post neo guevaristi-pauperisti-girotondini-bertinottiani e infine benecomunisti, finalmente e di nuovo a proprio agio tra parole come “sovranità popolare”, “lotta dura”, “guerra al capitale”, “lavoro”, “inclusione”, autogoverno”.

8 Febbraio 2014 alle 06:59

Sirtaki al Valle

Tutti da (e con) Alexis Tsipras al Teatro Valle Occupato il venerdì sera, con la platea strapiena, la gente che spinge da fuori e la voce stentorea del compagno greco a suggellare il quadro: eccoli, i compagni italiani improvvisamente alleggeriti dal proprio ritorno a casa (altro che il trucido Beppe Grillo), tra vecchi amici e vecchi nemici ex post neo guevaristi-pauperisti-girotondini-bertinottiani e infine benecomunisti, finalmente e di nuovo a proprio agio tra parole come “sovranità popolare”, “lotta dura”, “guerra al capitale”, “lavoro”, “inclusione”, autogoverno”. Qualcuno ha i capelli bianchi, ma che bello poter dire “sono trent’anni che siamo sempre gli stessi”, e lanciare il cuore oltre l’irrilevanza e la barca verso l’Egeo (dove si veleggia e villeggia bene). Fanno quasi tenerezza, così riuniti e ammassati, i co-firmatari della lista indipendente per Tsipras candidato alla presidenza Ue, lanciata (ancora senza un nome) da Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli e Guido Viale, sotto i buoni auspici di Michele Serra, Carlo Freccero e Gustavo Zagrebelsky (sempre lui). Tsipras, papa per una volta davvero straniero, si dice cupamente “ottimista”, e loro sorridono, rinati dalle ceneri dell’ultima infatuazione (Cinque stelle, lista Ingroia). Tutti a parlar di diritti, esclusi quelli dei cittadini romani che vorrebbero indietro il loro teatro occupato a oltranza, nel silenzio delle istituzioni, dai cosiddetti “comunardi”.

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