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Capire la crisi ucraina

Nella guerra civile a Kiev c’è una terapia choc non riuscita

Sabato 25 gennaio, dieci di sera. Una tv americana trasmette di nuovo dalle strade di Kiev: sono immagini sgranate, si vedono le fiamme, il fumo di un incendio, i copertoni che bruciano e uomini in piedi con le loro bandiere, ma l’unico particolare che non si riesce a distinguere nella notte dell’Ucraina è proprio il colore della stoffa che sventola in cima alle barricate.

27 Gennaio 2014 alle 21:30

Nella guerra civile a Kiev c’è una terapia choc non riuscita

Sabato 25 gennaio, dieci di sera. Una tv americana trasmette di nuovo dalle strade di Kiev: sono immagini sgranate, si vedono le fiamme, il fumo di un incendio, i copertoni che bruciano e uomini in piedi con le loro bandiere, ma l’unico particolare che non si riesce a distinguere nella notte dell’Ucraina è proprio il colore della stoffa che sventola in cima alle barricate. Il paese non è mai stato così vicino alla guerra civile, migliaia di manifestanti bloccano Kiev da due mesi e un “consiglio provvisorio” si è insediato a Leopoli per sostituire le autorità locali. Nel fine settimana i nazionalisti hanno interrotto la tregua con il governo, lo hanno fatto nelle stesse ore in cui il presidente, Viktor Yanukovich, offriva ai leader dell’opposizione la testa del premier, il fedele Mykola Azarov, e la guida dell’esecutivo – una trattativa che ora è dirottata verso il fallimento, così come sono fallite le altre misure studiate da Yanukovich per riportare la normalità, compresa la legge che cancella il diritto di manifestare. In Ucraina, maggioranza e opposizione si scambiano i ruoli da una decina d’anni, si sfidano su ogni terreno per il controllo del potere, ma la lotta non genera alcun vincitore. E oggi a Kiev ci sono gli scontri peggiori capitati in Europa dalla guerra nei Balcani, due eventi distanti per intensità, che sono legati da una radice comune: la fine del socialismo.

Com’è possibile che l’Ucraina affronti oggi le conseguenze di un sistema morto da venticinque anni? Ogni altro paese europeo è riuscito a superare il passato, lo ha fatto la Germania orientale dopo l’unificazione, lo ha fatto la Polonia, ci è riuscita anche la piccola Lettonia, che ha rimpiazzato la sua vecchia moneta con l’euro da poche settimane. Il processo è avvenuto sempre attraverso uno “choc”, e nella maggior parte dei casi si è trattato di uno “choc economico” provocato dalle riforme fiscali o da quelle sul processo produttivo – persino la Russia ha avuto il suo, è accaduto quando Boris Eltsin ha nominato Egor Gaidar al ministero dell’Economia, nel 1991. Ma ci sono stati choc più profondi, basti pensare all’accordo che ha diviso la Repubblica ceca dalla Slovacchia. In Ucraina non è mai avvenuto niente di simile, ogni politico arrivato al governo ha tenuto il paese lontano dalle riforme, ha cancellato la svolta, ha trasformato i rottami del socialismo in una forma di capitalismo illiberale. Nessuno ha avuto il coraggio di portare a termine il lavoro sporco della democrazia – e senza lavoro sporco non si raggiunge la beatitudine, direbbe Tom Wood, il giovane tassista descritto da Paul Auster nel romanzo “Follie di Brooklyn”. I problemi nascono lì.

“Tagliare le catene”
“Tagliare le catene senza la choc therapy” è stato il motto di Leonid Kuchma, l’uomo che ha guidato l’Ucraina dal 1993 al 2004. Il crollo dell’Unione sovietica ha avuto effetti devastanti sull’economia nazionale, all’inizio degli anni Novanta l’inflazione ha toccato punte del 2.000 per cento, ma Kuchma non voleva che il paese diventasse una vittima sacrificale del libero mercato – anche a costo di allentare i rapporti con la Russia di Eltsin e Gaidar. L’Ucraina è entrata nel programma di transizione del Fmi con la rinuncia al rublo (la nuova moneta, la hryvnya, era stampata in Canada all’inizio ed è arrivata nel ’96), ma ha interrotto più volte la collaborazione perché la classe dirigente temeva che le regole del Fondo monetario avrebbero avuto conseguenze “disastrose” sulla stabilità nazionale – c’era anche la tesi del “complotto americano” per annientare definitivamente i vecchi nemici sovietici. In quegli anni l’Ucraina ha avvertito i dolori dello choc, ma non ha accettato la cura delle riforme: il vecchio establishment ha preferito il passaggio delle industrie pubbliche verso cinquanta industriali che hanno occupato militarmente l’85 per cento dell’economia nazionale. Lo stesso sistema ibrido ha modellato la vita politica del paese, con i partiti di opposizione in grado di raccogliere molti consensi fra gli elettori, senza mai riuscire a cambiare gli equilibri di governo.
Nel 2004, anche per entrare nel paese dalla Polonia serviva il visto, un documento che i consolati non concedevano volentieri perché in quei mesi Ucraina significava “rivoluzione”.

Un ex premier, Viktor Yushenko, aveva portato migliaia di studenti a Kiev alla vigilia delle elezioni presidenziali: Yushenko era una figura leggendaria per i giovani ucraini, era sopravvissuto a un avvelenamento (lui stesso aveva attribuito la responsabilità ai Servizi russi) ed era riuscito a convincere una generazione di connazionali che il paese avrebbe potuto raggiungere l’Europa, proprio come i vicini polacchi, tagliando i legami con la Russia. Naturalmente il suo programma aveva molti sostenitori a Varsavia, gli studenti passeggiavano con un nastro arancione al bavero del cappotto (l’arancione era il colore scelto da Yushenko e dai suoi), organizzavano proteste ai cancelli dell’ambasciata russa e viaggi in pullman verso Kiev. La prova di forza durò per tutto l’inverno, una prova di forza che non sarebbe stata possibile senza “spirito della nazione”, anche se allora pareva che l’unica spinta fosse il desiderio di entrare in Europa. Una volta vinte le elezioni contro Yanukovich, Yushenko ha lentamente cambiato piani, lasciando cadere il processo di adesione all’Ue: i suoi elettori aspettavano le riforme, ma le riforme non sono venute. Kiev è legata a doppio filo a Mosca, tutti quelli che hanno governato l’Ucraina dal ’91 a oggi hanno affrontato il problema senza riuscire a risolverlo. La Russia è il primo partner dell’Ucraina negli scambi commerciali, è il suo primo creditore ed è il primo fornitore di gas e di petrolio. Ma i due paesi hanno interessi comuni anche sul piano della difesa, come dimostra la grande base della flotta russa sulle coste della Crimea. Persino il braccio destro di Yushenko, Yulia Timoshenko, ha dovuto firmare accordi con Vladimir Putin per la fornitura di energia – gli stessi accordi che poi le sono costati il carcere per corruzione e tradimento.

Nel 2010, durante la campagna per le presidenziali che ha sancito la fine della rivolta arancione e la rivincita di Yanukovich, pochi pensavano che il futuro del paese si giocasse nella contrapposizione fra l’alleanza con la Russia e quella con l’Unione europea. Yanukovich ha cercato un accordo con il Fmi per risollevare il paese dalla crisi, ha chiesto un prestito da 15 miliardi di dollari, il Fondo monetario ha aperto le trattative ma ha vincolato il finanziamento alle riforme, in particolare nel settore dell’energia: niente soldi se non sospendete i sussidi pubblici per il gas. Come Kuchma ai tempi dello “choc”, come Yushenko nei negoziati con l’Ue, Yanukovich ha evitato il problema, ha scansato le riforme, ha accettato un prestito senza condizioni dalla Russia, mantenendo l’Ucraina nella melma della stagnazione.

La rivoluzione (economica) che non c’è
Ora Kiev è un campo di battaglia in mano agli ultras e alle squadre speciali del ministero dell’Interno, una terra obliqua in cui s’insinuano gli interessi di gruppi sovversivi e dei clan mafiosi. Questo sistema a economia (e democrazia) “controllata” rende l’Ucraina un paese diverso rispetto ai suoi vicini europei: le voci politiche primitive come il nazionalismo hanno maggiori possibilità di emergere dalla lotta contro il governo, ma diventa impossibile trovare un equilibrio. Negli ultimi dieci anni la città ha visto scontri, proteste, sommosse e rivolte, ma non ha ancora assistito alla vera rivoluzione, ovvero alle riforme che possono sbloccare l’economia e il sistema politico: è quello lo choc che serve per rinascere. “Siamo alla vigilia di un periodo doloroso”, dice Vitali Klitschko, ex pugile e leader della nuova opposizione. “Dobbiamo essere onesti, la nostra industria è ferma ai tempi dell’Unione sovietica e i nostri prodotti sono sempre meno competitivi. Guardate alla Polonia – prosegue – Considerate il prodotto interno lordo, la qualità delle infrastrutture e il salario medio dei cittadini. Stanno molto meglio di noi, eppure quindici anni fa si poteva dire l’esatto opposto”. Ora bisogna comprendere se Klitschko e i suoi alleati avranno davvero il coraggio di portare a termine il lavoro sporco, di guidare l’Ucraina lungo la strada della resurrezione.

Luigi De Biase

Giornalista, trentadue anni, si occupa di cose russe e cose turche. Da quando scrive per il Foglio ha dormito in alcuni degli alberghi peggiori d’oriente, come l’Absheron di Baku (Azerbaijan), il Samegrelo di Zugdidi (Georgia), il Saray di Antakya (Turchia) e il Sarawi di Karachi (Pakistan). Nel dicembre del 2012 è uscito il suo libro pachistano, "Il cuore nero di Islamabad", per Silvy Edizioni.

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