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Christie si scusa e licenzia chi ha creato il (surreale) “bridgegate”

Chris Christie ci ha messo una vita a raffinare la sua immagine di politico atipico, affrancato dalla protervia che sempre accompagna le dispute locali e avulso dalle misere partigianerie della bassa politica. Il governatore repubblicano del New Jersey rivendica il parlare forte e chiaro come tratto distintivo del suo carattere e lasciapassare verso un proscenio nazionale che in tempi recenti non è stato propriamente accogliente per i conservatori vecchia maniera. Christie non cede ai sotterfugi che sono la regola di un modo antico di amministrare la cosa pubblica.

9 Gennaio 2014 alle 21:30

Christie si scusa e licenzia chi ha creato il (surreale) “bridgegate”

New York. Chris Christie ci ha messo una vita a raffinare la sua immagine di politico atipico, affrancato dalla protervia che sempre accompagna le dispute locali e avulso dalle misere partigianerie della bassa politica. Il governatore repubblicano del New Jersey rivendica il parlare forte e chiaro come tratto distintivo del suo carattere e lasciapassare verso un proscenio nazionale che in tempi recenti non è stato propriamente accogliente per i conservatori vecchia maniera. Christie non cede ai sotterfugi che sono la regola di un modo antico di amministrare la cosa pubblica. La sua bussola è la realtà, il sigillo del suo buon governo è il compromesso. Non bloccherebbe mai il traffico in prossimità di uno dei ponti più trafficati d’America soltanto per fare un dispetto al sindaco di una cittadina che gli ha rifiutato l’endorsement alle elezioni. Elezioni che peraltro ha vinto, una volta ancora, con percentuali bulgare.

Quando gli è piovuta addosso l’accusa – a prima vista surreale – di avere inscenato uno studio sul traffico sul George Washington Bridge (collegamento fondamentale fra Manhattan e il New Jersey) soltanto per creare disagi agli abitanti di Fort Lee e al suo sindaco infido, Mark Sokolich, lui ha rimbalzato l’accusa con il suo solito sarcasmo siculo-irlandese: “Sì, ero io quello sul ponte che muoveva i coni stradali. Non mi avete riconosciuto perché avevo l’elmetto e la pettorina, ma ero io”, diceva ai giornalisti. I lavori, presunti o reali, sul ponte avevano effettivamente causato la chiusura di alcune corsie con relativi ingorghi epici per i “commuters” del New Jersey, ma Christie ha seppellito il caso con una risata sarcastica.

Mercoledì però il sarcasmo ha lasciato il posto all’apprensione. Sui giornali locali sono comparsi stralci di email e messaggi scambiati da un membro dello staff di Christie e un funzionario di Port Authority, l’autorità che gestisce i ponti dell’area metropolitana di New York. La vicecapo di gabinetto del governatore, Bridget Kelly, scriveva a David Wildestein, vecchio compagno di classe di Christie, che era “tempo per alcuni problemi di traffico a Fort Lee”, incassando un “ricevuto” dal funzionario ingaggiato informalmente per la campagna elettorale. Qualche settimana più tardi il George Washington Bridge è diventato un incubo di quattro giorni per gli automobilisti della zona e in particolare per i pendolari di Fort Lee, prime vittime di una vendetta da palazzo di periferia. Una lettera del coordinatore dei servizi sanitari d’emergenza, Paul Favia, testimonia che in almeno quattro casi il tempo di risposta dei soccorritori è raddoppiato a causa del traffico. Probabilmente la 91enne colta da infarto e soccorsa in sette minuti dall’ambulanza – invece che nei quattro di media – sarebbe comunque morta poco dopo l’arrivo in ospedale, ma il semplice evocare l’episodio agganciandolo a motivazioni politiche, nel senso più micragnoso del termine, è un’insopportabile infamia per Christie, il governatore che ha costruito la sua immagine attorno all’estraneità a queste logiche piccine.

I commenti di contorno fra gli sghignazzanti esecutori del piano non hanno aiutato: chiamare il sindaco “idiota” o “piccolo serbo” è sconveniente anche se non si tiene conto che Sokolich è di origini croate; nemmeno ridere dei “figli di elettori di Barbara Buono”, sfidante di Christie, che rimarranno bloccati sugli School Bus intrappolati nel traffico ha migliorato la posizione del governatore, che mercoledì è passato dalla versione “è tutto falso” a quella “è tutto vero ma io non ne sapevo nulla”. Dopo una giornata di appuntamenti cancellati, messaggi interlocutori e febbrili ricerche sotto i tappeti dei suoi consiglieri – presumibilmente per scoprire se esiste, su qualche server, una prova che collega direttamente il governatore allo “studio sul traffico” motivato politicamente – Christie si è presentato ieri davanti alle telecamere dei giornalisti in uno stato d’animo raramente mostrato da un giocatore che predilige decisamente l’attacco alla difesa. Con il capo cosparso di cenere Christie ha chiesto scusa, ha detto di essere “heartbroken” per quello che è accaduto, si è preso la responsabilità ultima, in quanto governatore, dell’episodio ma ha rivendicato senza mezzi termini il suo ruolo di vittima di un piano concepito e realizzato dai suoi più stretti collaboratori. Bridget Kelly è stata licenziata senza nemmeno essere interpellata dal governatore (“l’ho licenziata perché mi ha mentito, e questo è ovvio, ma non mi interessa sapere perché”). Bill Stepien, manager della campagna elettorale, è stato escluso dalla corsa per il vertice del Partito repubblicano nello stato e sospeso dal ruolo di consigliere dell’associazione nazionale dei governatori, presieduta da Christie. Ieri è andato personalmente a Fort Lee per offrire le sue scuse a Sokolich e nel frattempo il procuratore generale dello stato ha aperto un’inchiesta sul caso.

L’inedita tristezza del governatore
Lo sforzo retorico del governatore era tutto orientato alla separazione fra l’impeccabile stile di governo instaurato nel corso di anni e provato da successi amministrativi indiscutibili, e l’episodica caduta causata da un pugno di consiglieri eccitati alla possibilità di esercitare il loro piccolo potere su qualche avversario reale o percepito. Sulla scena della politica nazionale è salito ieri il Christie inedito della gestione dello scandalo. Non il ribaldo fustigatore delle convenzioni, quello dell’avanspettacolo elettorale e delle ruggenti convention di partito, né il posato realista che accetta senza vergogna i dollari di Barack Obama e del suo big government per rimettere in sesto il Jersey Shore devastato dall’uragano Sandy. Sul podio di Trenton si è presentato un governatore contrito, circondato da iscarioti, “triste” (“tristezza è il sentimento dominante della mia giornata”) alle prese con un “bridgegate” che sta facendo salivare tutti quelli che temono una sua corsa verso la Casa Bianca nel 2016.

Nel panorama conservatore nessuno al momento sembra avere la sua versatilità, la sua capacità inclusiva e suo il carisma, tratti necessari per dare fastidio ai democratici favoriti dai trend demografici e certamente aiutati dal fatto che in rampa di lancio c’è Hillary Clinton, non una matricola senza struttura elettorale. Christie continua a evadere domande e illazioni sul suo futuro politico a livello nazionale, ma non è un segreto che questi mesi, segnati da una rielezione a valanga e dal prezioso lavorìo bipartisan per coordinare i governatori, siano percepiti da Christie come decisivi per raccogliere dati e fare valutazioni sulla credibilità di un eventuale assalto alla Casa Bianca.

Il “bridgegate” getta inevitabilmente un’ombra su questo scenario. E gli avversari non sono soltanto nella fazione democratica. Esiste un sottobosco repubblicano intimamente ostile allo stile trattativista e alla personalità ingombrante di un governatore irriconducibile a dogmatismi di partito, un cavallo scosso del conservatorismo che, in assenza di fantini più esperti, potrebbe essere la wild card di un partito che non aveva bisogno di scandali.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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