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Un tram che si chiama benecomunismo

Lunedì en folies a Milano, Roma, Torino, Napoli, per lo sciopero degli autoferrotranvieri che da quattro anni aspettano il rinnovo del contratto collettivo. I sindacati sono stati convocati per domani mercoledì al ministero dei Trasporti dal sottosegretario Erasmo D’Angelis, soddisfatto per i progressi compiuti, ottimista sull’esito delle trattative e convinto di presentare un piano di modernizzazione con ricadute addirittura sull’occupazione. Come non credere ai miracoli.

16 Dicembre 2013 alle 21:30

Un tram che si chiama benecomunismo

Lunedì en folies a Milano, Roma, Torino, Napoli, per lo sciopero degli autoferrotranvieri che da quattro anni aspettano il rinnovo del contratto collettivo. I sindacati sono stati convocati per domani mercoledì al ministero dei Trasporti dal sottosegretario Erasmo D’Angelis, soddisfatto per i progressi compiuti, ottimista sull’esito delle trattative e convinto di presentare un piano di modernizzazione con ricadute addirittura sull’occupazione. Come non credere ai miracoli. Il trasporto pubblico è indebitato, a parte qualche eccezione in comuni virtuosi e in genere piccoli, è un settore in cui si investe poco, male e senza che si intravedano all’orizzonte salti tecnologici. La rete è spesso fatiscente, i mezzi antiquati. Il trasporto pubblico è per i comuni quello che la Sanità è per le regioni: un pozzo senza fondo. Che misura tutti i limiti e le contraddizioni del cosiddetto benecomunismo, cioè del rifiuto di privatizzare i servizi essenziali di una città ormai radicato come senso comune: si guarda al nord Europa dove i mezzi pubblici sono effettivamente puntuali, frequenti, ben tenuti, confortevoli dimenticando però che in quei paesi c’è la metà degli abitanti della sola Lombardia. L’Italia con le sue mega aree metropolitane e l’alta densità media urbana è altra cosa.

L’ideologia del bene comune ha contribuito a diffonderla proprio i sindaci del demi-monde progressista e dell’estrema sinistra che poi si sono scontrati con la realtà e ora cercano di venirci a patti. L’idea di fare entrare capitali privati nel servizio o darne una parte in subappalto però non passa. A Torino, gli autisti si oppongono alla cessione ai privati del 49 per cento del Gtt, Gruppo trasporti torinese: è vero che la scelta dei tempi è stata infelice, a ridosso del clima dei giorni dei forconi, e non ha certo aiutato il sindaco Fassino che è andato fuori dai gangheri. Ma lo stesso copione era andato in scena a Genova qualche settimana fa, quando ancora di forconi non si parlava, contro un progetto di privatizzazione molto poco neoliberista. A Roma una protesta simile cova sotto la poltrona di Marino e minaccia di allargarsi a macchia d’olio. Doria, Marino, De Magistris e lo stesso Pisapia per calcolo elettorale o per ideologia hanno lasciato credere che si possa costruire il socialismo in una città sola. Nascondendo la verità che è sempre crudele: il prezzo del biglietto copre in media solo una parte dei costi economici del funzionamento di una rete pubblica. Quindi i casi sono tre: o si integrano gestioni private. O si raddoppia e addirittura si triplica il prezzo del biglietto (oltre che fare in modo che venga pagato davvero). Oppure si continua a viaggiare a debito, a prezzo politico, a colpi di deficit da ripianare. Cosa legittima, per carità, ma non chiamiamola benecomunismo.

Redazione

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