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Il lampadina di Renzi

Di là, ovviamente, c’è la tradizione, con le sue regole, la sua memoria, i suoi costumi, i suoi rituali, il suo amore per la ditta, la sua passione per l’usato sicuro, la sua reverenza per il bianco e nero dell’apparato e la sua devozione per i percorsi ordinati. Di qua, invece, ci sono i giubbottini di pelle, le carte d’identità, le provocazioni culturali, le novità, i percorsi veloci, gli aperitivi con Briatore, gli atteggiamenti sfacciati e la devozione per gli schemi che saltano, per i rituali che si infrangono e per le rupture che a tutti i costi bisogna dimostrare.

5 Dicembre 2013 alle 06:59

Il lampadina di Renzi

Di là, ovviamente, c’è la tradizione, con le sue regole, la sua memoria, i suoi costumi, i suoi rituali, il suo amore per la ditta, la sua passione per l’usato sicuro, la sua reverenza per il bianco e nero dell’apparato e la sua devozione per i percorsi ordinati. Di qua, invece, ci sono i giubbottini di pelle, le carte d’identità, le provocazioni culturali, le novità, i percorsi veloci, gli aperitivi con Briatore, gli atteggiamenti sfacciati e la devozione per gli schemi che saltano, per i rituali che si infrangono e per le rupture che a tutti i costi bisogna dimostrare. Ecco. Sulla minacciosissima ruspa con cui da lunedì pomeriggio Matteo Renzi tenterà di spazzare via le macerie del vecchio Partito democratico, la persona che siederà a fianco del sindaco di Firenze, e che con lui proverà a rimettere in sesto il Pd più o meno con lo stesso stile con cui Arthur Fonzarelli provava ogni giorno a far ripartire l’arrugginito jukebox del mitico locale Arnold’s, si chiama Luca Lotti, ha trentuno anni, ha una lunga chioma platinata, un passato da capo segreteria di Renzi, un presente da deputato del Pd, una vita da Richard Cunningham di Palazzo Vecchio (ricordate “Happy days”?) e un futuro che, se le cose vanno come dovrebbero andare e cioè se il Rottamatore batterà alle primarie Gianni Cuperlo e Pippo Civati, gli riserverà un incarico delicato: formalmente il ruolo di coordinatore della segreteria del Pd; sostanzialmente il ruolo di vicesegretario del Pd di Renzi.

Di Luca Lotti si sa che è diventato un personaggio centrale nella vita del Partito democratico dal giorno in cui Matteo Renzi ha cominciato la sua corsa per provare a conquistare la leadership del Pd e si sa che prima di arrivare ai vertici del partito era un semplice e fidato braccio operativo di un sindaco molto vivace e molto ambizioso e che ha sempre avuto un peso importante in tutte le scelte importanti fatte del sindaco di Firenze. Nulla di più. Quello che forse non si sa, però, è come Lotti è diventato il “Gianni Lotti” di Matteo Renzi, come questo deputato alla sua prima legislatura, conosciuto nell’universo del Rottamatore con (guardate i capelli) il soprannome di “Lampadina”, è diventato in poco tempo la persona di cui Renzi semplicemente si fida di più. Già. Ma chi è Lotti? Da dove viene? Cosa fa? Come è arrivato fin qui? E perché Renzi vuole affidare il duplicato delle chiavi della macchina del Pd a questo ragazzo che, anche esteticamente, con tutti quei ricciolini biondi, cozza in modo clamoroso con le cinquanta sfumature di grigio dell’apparato Pd? Ci arriviamo. La prima scena del film sul rapporto tra Matteo Renzi e Luca Lotti comincia un pomeriggio di dicembre del 2005. Renzi, all’epoca presidente della provincia, passa un pomeriggio alla Fiera della ceramica di Montelupo, paesino a ventisei chilometri da Firenze, fa un salto al comune, incontra il sindaco, il sindaco gli presenta un giovane consigliere, quel consigliere – che allora aveva ventitré anni, che militava nell’Azione cattolica, che come Renzi aveva la tessera della Margherita, che nella vita allenava una squadra di calcio di bambini e che alle elezioni comunali era stato eletto, dice lui, anche raccogliendo molti voti di amici di centrodestra – fa subito simpatia al presidente della provincia. I due iniziano a chiacchierare, si scambiano qualche battuta, cominciano a ridere, poi Renzi lascia il comune, Lotti lo accompagna all’uscita, Renzi chiede indicazioni per la Festa della ceramica, Lotti offre qualche indicazione, Renzi ascolta, poi chiede a Lotti se può dargli un passaggio in macchina. Lotti dice di sì, Renzi sale sulla Golf di Lotti, e, mettendo a tutto volume Champagne-Per-Brindare-A-Un-Incontro di Peppino Di Capri, Lotti e Renzi (che nell’universo del Rottamatore, oggi, vengono chiamati “Luca e Matteo” con il tono rispettosodi chi sa di rivolgersi ai due principali apostoli del renzismo) iniziano a parlare e non si fermano più.

Risultato: due giorni dopo Lotti riceve una telefonata dal presidente della provincia e ascolta la seguente domanda. “Oh Luca, senti, sto rimettendo a posto il mio staff. Perché non vieni a lavorare con me in provincia?”. “Non so Matteo, non so proprio, ci devo pensare”. “Certo. Non ti preoccupare. Hai tutto il tempo che vuoi. Fammi sapere entro dopodomani”. Clic. Lotti, che si era da poco laureato a Firenze in Scienze di governo e amministrazione e gestione delle risorse umane e che aveva da pochi giorni ricevuto un’offerta per lavorare in un’importante banca toscana, ci pensa un po’, ne parla con i genitori, i genitori gli suggeriscono di no e lui decide di sì. Renzi gli propone di farsi per qualche settimana le ossa a Bruxelles con Lapo Pistelli (Renzi, per chi non lo sapesse, ha cominciato a fare politica con l’attuale viceministro degli Esteri, e anche Lotti ha passato un po’ di tempo con lui). Poi Lotti torna in Italia, il 17 luglio del 2006 entra nello staff alla provincia di Renzi e tre mesi dopo, a ottobre, Renzi lo nomina, a sorpresa, capo dello staff. “A quei tempi, ricorda Lotti, non capivo nulla di politica, ma proprio nulla, e mai avrei immaginato che nella testa di Matteo ci fosse un percorso simile a quello che abbiamo visto in questi anni. A Matteo però non importava che capissi poco di politica. A lui andava bene così. Cercava qualcuno che in un certo senso fosse estraneo a questo mondo. E se ricordo bene, durante il colloquio, mi fece più domande di sport che di politica”.

Dopo la provincia, per Lotti, arriva il comune, dopo il comune arriva il ruolo di capo di gabinetto del sindaco, dopo il capo di gabinetto del sindaco arriva il ruolo di coordinatore ombra delle primarie del 2012 e in questi anni, Lotti, pur avendo sette anni meno di Renzi, diventa in un certo senso il fratello maggiore del Rottamatore. E non solo l’unico di cui Renzi si fida, ma anche l’unico da cui Renzi, che ha il carattere che ha, accetta di sentirsi dire qualche “no”. (Gli altri che, accanto a Lotti, hanno acquisito il diritto di dire di “no” al sindaco sono Maria Elena Boschi, deputato del Pd, Marco Carrai, consigliere di Renzi e uomo chiave delle relazioni extra politiche del segretario in pectore del Pd, e, in buona misura, Graziano Delrio, ministro degli Affari regionali e unico renziano della seconda ora ad avere un posto d’onore nel pantheon del Rottamatore). I no, a Matteo, Lotti li ha detti soprattutto dopo la sconfitta alle primarie con Bersani, esattamente un anno fa, e li ha detti quando Luca, ragionando sugli errori fatti nella sfida con l’ex segretario del Pd, forse ha colto il punto. “Io ci credevo un anno fa. Credevo che avremmo potuto vincere noi. Quando abbiamo perso ho sofferto. Ho pensato agli errori commessi. Ne ho parlato con Matteo. Gli ho detto che forse avevamo sbagliato a guardare solo alle piazze che riempivamo senza preoccupparci che il problema vero era dentro il partito, era che la macchina che volevamo guidare era guidata da qualcun altro, e a quel punto Matteo ha capito, credo, che per guidare la sinistra prima bisognava prendere il possesso della macchina, e bisognava averle noi le chiavi in tasca, non altri”.

La trasformazione di Luca Lotti nel vice ruspa del Pd si è andata a consolidare in alcune tappe precise. La prima è quella dello scorso dicembre: Renzi ha appena perso le primarie, Bersani ha appena deciso di cominciare a ragionare sulle persone da mettere nel listino bloccato, Lotti riceve l’incarico di trattare con il resto del Pd, ovvero con i mitici Maurizio Migliavacca e Vasco Errani, sulla composizione delle liste, e poco prima di inviare Lotti a Roma Renzi lo chiama e gli dice d’aver scelto: “Luca mi piacerebbe che tu andassi in Parlamento, ti va?”. “Immagino che ho due ore per pensarci?”, chiede Lotti con un sorriso. “Più o meno”. Lotti ci pensa un po’, accetta la proposta di Matteo e il quindici dicembre si presenta in un ufficio del Pd a via Tomacelli, a Roma, a discutere con i big del partito, e con tutti i segretari regionali, sulle liste. Sguardi perplessi. Bisbigli. Sussurri. Risatine. Ma chi è questo? Che capelli ha? Che si è messo in testa Renzi? Ma che vuole questo ragazzino? Ci prendono in giro?

Per certi versi, per un partito abituato a veder trattare sulle liste, e sulle cose che contano, persone strutturate, con una lunga storia alle spalle, con una lunga militanza negli organigrammi, con una conoscenza approfondita degli ingranaggi del partito, è più che naturale osservare con diffidenza la scalata di Luca Lotti e il suo essere, al di là del giudizio politico che si può dare su Renzi, il simbolo e l’esempio massimo di quello che Renzi potrebbe fare con il suo Pd: spazzare via le vecchie tradizioni, asfaltare i vecchi rituali, stravolgere i costumi della sinistra e, in buona sostanza, trasformare in una tabula rasa l’ultimo partito d’Italia (non proprio una cattiva idea). Lotti sulle liste sgomita, inizia a costruire rapporti su rapporti, si fa apprezzare, poi arriva in Parlamento, diventa, di fatto, il vero capo corrente dei senatori e dei deputati renziani (è lui che durante le riunioni di corrente, che ci sono state ovviamente, spiega qual è la posizione di Matteo, la linea di Matteo, l’idea di Matteo, ed è lui che spesso, durante le riunioni, prende il telefono e chiede in diretta alcune cose a Matteo). E poi, improvvisamente, quando Bersani si dimette, quando Bindi si dimette, quando Prodi viene respinto, quando Marini viene bocciato, e quando, per alcuni mesi, il Pd si ritrova di fatto senza gruppo dirigente, guadagna una posizione di rilievo nel Partito democratico al punto da essere, nei giorni caldi della selezione del futuro presidente del Consiglio, la persona che per Renzi ha gestito, a Roma, quei momenti delicati, quando ancora sembrava che il sindaco di Firenze avesse possibilità di essere scelto a Palazzo Chigi al posto di Enrico Letta. E poi? Poi arriva Letta, poi arriva il nuovo segretario, poi arriva la nuova segreteria, poi Renzi chiede a Epifani di far entrare Lotti nel gruppo dirigente del Pd e poi, quando il Rottamatore decide di scendere in campo e di prendersi la nuova segreteria, per Lotti inizia una fase nuova. Che non è più solo quella del braccio destro di Renzi. Ma che è quella, in sostanza, del responsabile organizzazione del Pd. Ruolo che formalmente oggi ricopre il bersaniano Davide Zoggia. Ma ruolo che – dopo essere stato occupato nel passato, nei partiti di sinistra, da pezzi da novanta come Massimo D’Alema, Piero Fassino, Giorgio Amendola, Pietro Secchia, Luigi Longo e Giovanni Cervetti – in sostanza da qualche mese ricopre il deputato fiorentino. E già. E’ Lotti che in questi mesi ha lavorato con tutte le anime della mozione di Renzi per stilare le liste per l’assemblea nazionale. E’ Lotti che in questi mesi ha mediato con tutti i dirigenti regionali, provinciali e comunali per trovare la giusta quadra e permettere a Renzi di imporsi tra gli iscritti al congresso. E’ Lotti la persona che Franceschini chiama per parlare della segreteria, per parlare dell’assemblea nazionale, per parlare del futuro Pd (il giorno della chiusura delle liste, poco prima di cena, Lotti, dopo aver compilato le liste, ha mostrato ai suoi collaboratori il suo iPhone con il numero “216” alla voce chiamate perse). E’ Lotti, ancora, la persona che Vasco Errani chiama per discutere di posti alle prossime Europee. E’ Lotti la persona che i bersaniani pentiti chiamano per assicurarsi un posto nel Pd di Renzi. E’ Lotti la persona che i veltroniani chiamano per avere rassicurazioni rispetto alla loro futura rappresentanza. E’ Lotti la persona che i presidenti di regione chiamano quando Renzi, senza pensarci troppo, dice, per esempio, che bisogna privatizzare Ansaldo (e via con la telefonata terrorizzata di Claudio Burlando). E’ Lotti, infine, la persona che i renziani compulsano per sapere quello che vorrebbero sapere su Renzi ma non hanno il coraggio di chiedere a Matteo (che vuole fare? Vuole governare con Enrico? Vuole far saltare tutto? Come ci dobbiamo comportare? Cosa dobbiamo dire?).

Lotti, in buona sostanza, in questa veste di vice ruspa, di vice virtuale di Renzi, di Richard Cunningham dei futuri possibili Happy Days del Pd, è diventato un traduttore simultaneo del renzismo. E oggettivamente in un Pd Lost in translation – che nonostante le molte conversioni sulla via di Firenze fa ancora una fatica bestiale a comprendere la lingua di Renzi – un renziano che spiega ai renziani e agli anti renziani cosa voleva dire veramente Matteo quella volta lì si capisce che possa tornare utile. Davide Zoggia, bersaniano di ferro, attuale responsabile organizzazione del Pd, riconosce che molti nel Pd osservano Lotti come se fosse il sacerdote massimo del renzismo, l’unico in grado di svelare il vero senso del verbo renziano, e riconosce anche che finora, anche durante l’esperienza Bersani, i criteri scelti per selezionare le persone da piazzare alla guida della macchina dei partiti di sinistra sono sempre stati diversi. E dovevi avere una lunga storia di politica alle spalle. E dovevi avere molto esperienza sul campo. E dovevi avere una certa età. E dovevi aver fatto tutta la trafila. E dovevi, insomma, avere pochi capelli in testa e molto pelo sullo stomaco. “Mi trovo su una sponda politica lontana rispetto a quella di Lotti”, dice Zoggia, che Lotti, oltre che in segreteria, lo ha conosciuto giocando sui campi della Cecchignola, a Roma, con la nazionale parlamentari, dove Lotti (che ha un passato in Eccellenza, che tifa da una vita Milan e che sperava che alle ultime elezioni Berlusconi candidasse Paolo Maldini) sgambetta ogni martedì sera con altri venti parlamentari guidati da capitan Daniele Marantelli e da mister Picchio De Sisti. “Effettivamente – continua Zoggia – un ragazzo di trentuno anni a cui viene dato tutto questo potere è una novità. Ma ciò che mi fa ben sperare per il futuro è che con Lotti è successa una cosa che non capitava nemmeno ai tempi di Pier Luigi. Oggi c’è più gerarchia. C’è una gestione quasi militare. Lotti, quando parla, parla per Renzi. I suoi predecessori, invece, quando parlavano erano investiti di un’autorità diversa, più debole. Finiva sempre che alla fine si tornava a parlare con Bersani. Oggi non succede. E un po’ di ordine devo dire che oggi al Pd serve, eccome se serve”.

Come Renzi, però, Lotti ha sempre avuto una certa e inconfessabile allergia per le stanze del Pd e pur essendo da alcuni mesi già in segreteria di Epifani (che indovinate chi chiama quando vuole chiedere qualcosa a Renzi?) nella sua stanza al secondo piano di Largo del Nazareno ci sarà entrato solo un paio di volte. Come Renzi, poi, anche Lotti, se il Rottamatore dovesse vincere domenica le primarie del Pd, non si limiterà a fare il vicesegretario ombra del Partito democratico ma farà almeno altri due lavori: il deputato del Pd, da un lato, e il consigliere comunale di Montelupo dall’altro. Montelupo, per Lotti, è come Firenze per Renzi e in questi anni, nonostante gli altri incarichi ricevuti, è rimasto nel suo vecchio consiglio comunale e, casi della vita, durante l’ultima seduta cui ha partecipato, quella di lunedì scorso, si è ritrovato a dover illustrare al comune le nuove disposizioni del governo in materia di Imu. E, ovviamente, ha dovuto difendere a spada tratta il governo Letta. “Luca – racconta Marco Pucci, compagno di scuola di Lotti, suo compagno di banco in consiglio comunale a Montelupo, segretario locale del Pd e inventore, insieme ad alcuni vecchi amici di Lotti (“Nocio” e “Ciancio”) del soprannome “Lampadina” – vive con Matteo un rapporto simbiotico e un po’ come Renzi, nel suo piccolo, qui da noi è sempre stato visto dai suoi avversari nel partito, quelli che avevano un colore politico diverso dal suo, come se fosse una specie di bambino che mangiava i comunisti…”.

Il Pd però, naturalmente, non è Montelupo. I comunisti non hanno mai smesso di mostrare i loro denti affilati. E allora “Gianni Lotti”, il Lampadina, il vice ruspa, potrà anche essere il simbolo estremo del matteorenzismo, ovvero di quella voglia irresistibile che potrebbe avere il sindaco di Firenze, alla guida del Pd, di fare come gli pare, di rivoltare il Pd come un calzino, di radere al suolo il vecchio partito, di trasformarlo in una specie di Forza Renzi, o Forza Eataly, come dicono con malizia alcuni bersaniani di spirito. E Lotti potrà essere anche il simbolo estremo della renzizzazione del Pd. Della trasformazione del fiorentino nella prima lingua del Partito democratico. Della leopoldizzazione del Nazareno. Della rottamazione del vecchio apparato. Della fine dell’epoca in cui per guidare il Pd, per guidare la macchina, per avere le chiavi di casa, dovevi essere grigio al cento per cento, possibilmente emiliano, possibilmente di Piacenza, possibilmente di famiglia, possibilmente figlio dell’usato sicuro, possibilmente figlio della vecchia guardia, possibilmente figlio di una dinastia di politici navigati. Lotti potrà essere tutto questo. Ma per farlo servirà anche a lui una grande legittimazione. Un grande risultato di Renzi. Una partecipazione di massa alle primarie. Se le cose non andranno così il bambino che da piccolo ha imparato ad azzannare i comunisti dovrà stare attento e ricordarsi che i canini dell’apparato, in fondo, non hanno mai smesso di mangiare quei mocciosi che ogni tanto si mettono in testa, con i loro ricciolini, di rottamare il vecchio Pd con tutte le sue cinquanta sfumature di grigio.

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