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Com’è fatta l’Italia pataccara

Il termine “definitivo” si adatta al dottore Antonio Esposito, il presidente di sezione della Cassazione intorno al quale dal primo agosto scorso girano i destini della nazione, gettata in un caos da guerricciola civile non guerreggiata per via della sua aurea sentenza “definitiva” contro Berlusconi. Esposito ha scritto la prefazione a un libro di Ferdinando Imposimato sul caso Moro, in cui si sostiene che nuove fonti dimostrano come il covo in cui lo statista fu prigioniero era presidiato da servizi italiani e stranieri, che abbandonarono la postazione il giorno prima del suo assassinio, il 9 maggio del 1978.

Rizzini Moro e le verità sepolte (dal ridicolo)

7 Novembre 2013 alle 06:59

Com’è fatta l’Italia pataccara

Il termine “definitivo” si adatta al dottore Antonio Esposito, il presidente di sezione della Cassazione intorno al quale dal primo agosto scorso girano i destini della nazione, gettata in un caos da guerricciola civile non guerreggiata per via della sua aurea sentenza “definitiva” contro Berlusconi. Esposito ha scritto la prefazione a un libro di Ferdinando Imposimato sul caso Moro, in cui si sostiene che nuove fonti dimostrano come il covo in cui lo statista fu prigioniero era presidiato da servizi italiani e stranieri, che abbandonarono la postazione il giorno prima del suo assassinio, il 9 maggio del 1978. Il dottore della famosa sentenza avvalora le asserzioni demenziali del libro che “trovano oggi definitiva conferma e certezza” grazie alle “dirompenti dichiarazioni di due dei numerosi militari” coinvolti nell’operazione. Certezza, conferma, sopra tutto definitiva, dirompenti eccetera: il lessico della sentenza contro il Cav. era anticipato intatto nella prefazione alla patacca. Già. I carabinieri, interessati alla cosa da Luca Palamara, pm nella capitale, hanno scoperto che il primo dichiarante al quale hanno tenuto bordone Imposimato e Esposito, Giovanni Ladu, era un pover’uomo senza il minimo indizio a suffragio delle sue accuse, e che il secondo dichiarante, che era valso a Imposimato un best seller, la coglionatura forse involontaria ma ben delineata dell’opinione pubblica più inesperta, e dei media corrivi alla congiurite, al complottismo, e a tutta la paccottiglia già vista nelle produzioni intorno all’undici settembre 2001, era un interlocutore via mail con il nome Oscar Puddu, ma in realtà non era, perché trattavasi dello stesso Ladu, brigadiere della Finanza che era ormai archiviato e cancellato come fonte dalle inchieste della magistratura e dalle indagini dei Ros. E voleva insistere.

Questa che con sussiego viene venduta come la Repubblica della Costituzione e della legge uguale per tutti, un paese in cui una sentenza Esposito può ribaltare il ruolo parlamentare attribuito da milioni di elettori a un uomo di stato di due decenni, in realtà è una Repubblica delle patacche. Esposito deposita le motivazioni della sentenza a un amico giornalista del Mattino, e ancora non conosciamo il testo integrale della conversazione tra i due. Esposito aveva detto che Berlusconi era pressappoco un bandito in convivi beneventani precedenti il pensoso giudizio. E giudica “definitiva”, il firmatario della condanna “definitiva”, una palla colossale sul caso più grave e doloroso della storia repubblicana.
Avranno un trasalimento gli elegantoni della legge uguale per tutti, che già furono beccati con le mani nel sacco della più stupida credulità nel caso di Massimo Ciancimino, il figlio del boss mafioso portato in giro da Ingroia e da Santoro come icona dell’antimafia e rivelatosi ricettatore di un arsenale dinamitardo, calunniatore e falsificatore di documenti processuali a carico del dottor Gianni De Gennaro, accusatore farlocco nei processoni della trattativa stato-mafia, il primo dei quali si è concluso con l’assoluzione del generale Mori, il secondo è un cabaret ancora aperto per la gioia degli allocchi. Trasaliranno ma eviteranno di commentare la vicenda prefatoria di un alto magistrato di bassa scuola campana (ché da Napoli vennero i migliori giuristi e garantisti d’Italia) che offre il suo timbro di definitività alle bufale raccontate da un pm fattosi avvocato e alla ricerca di una notorietà cospiratoria che ha fatto la fine che ha fatto.

Non so se è chiaro. Neanche un grammo di polvere sospetta può depositarsi sul bavero della giacca dei giudici veri e seri, che in tutto il mondo, specie quando sono chiamati a pronunciarsi su fatti della storia del loro paese, ma anche nella vita ordinaria del diritto, sono tenuti a un comportamento irreprensibile. Qui un confermatore di definitività delle fregnacce scritte con dappocaggine in un libro di rivelazioni, uno che non tiene un cecio in bocca, è il giudice definitivo della nostra storia riscritta. E noi dobbiamo credergli perché la legge è uguale per tutti.

Rizzini Moro e le verità sepolte (dal ridicolo)

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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