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Il diavolo sia con noi

Il Diavolo non è un omissis, il Diavolo suda, sussurra e sta in mezzo a noi. E non lo dico io. Lo dice Papa Francesco che – a differenza di un mio amico: “Non ho paura della morte, ma del diavolo. Tremo solo a citarne il nome” – lo chiama per nome, in maiuscolo, e mai e poi mai ne fa un eufemismo, un simbolo, una nevrosi da esorcizzare nella notte di Halloween. Anche i preti non ne parlano volentieri ma Papa Francesco sì, e questo è un fatto che apre un abisso di problemi. Celebrando la messa a Santa Marta, l’11 ottobre scorso, il Papa ha ricordato che “la presenza del Demonio è nella prima pagina della Bibbia e la Bibbia finisce anche con la presenza del Demonio, con la vittoria di Dio sul Demonio”.

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3 Novembre 2013 alle 08:00

Il diavolo sia con noi

Il Diavolo non è un omissis, il Diavolo suda, sussurra e sta in mezzo a noi. E non lo dico io. Lo dice Papa Francesco che – a differenza di un mio amico: “Non ho paura della morte, ma del diavolo. Tremo solo a citarne il nome” – lo chiama per nome, in maiuscolo, e mai e poi mai ne fa un eufemismo, un simbolo, una nevrosi da esorcizzare nella notte di Halloween. Anche i preti non ne parlano volentieri ma Papa Francesco sì, e questo è un fatto che apre un abisso di problemi. Celebrando la messa a Santa Marta, l’11 ottobre scorso, il Papa ha ricordato che “la presenza del Demonio è nella prima pagina della Bibbia e la Bibbia finisce anche con la presenza del Demonio, con la vittoria di Dio sul Demonio”. Avviso ai miscredenti, agli atei devoti e ai cattolici adulti: Belzebù per il Papa non è una metafora, ma un dato reale della vita quotidiana.

Parola di Francesco: “Ci sono alcuni preti che quando leggono questo brano del Vangelo, questo e altri, dicono: ‘Ma Gesù ha guarito una persona da una malattia psichica’. Non leggono questo qui, no? E’ vero che in quel tempo si poteva confondere un’epilessia con la possessione del demonio; ma è anche vero che c’era il demonio! E noi non abbiamo diritto di fare tanto semplice la cosa, come per dire: ‘Tutti questi non erano indemoniati; erano malati psichici’. No!”. Di fronte al no, i “nuovi teologi” si ritrovano con un grattacapo imbarazzante. Non possono sbianchettare dal discorso papale quel diavolo che appare come un fastidioso refuso della tradizione e perciò un pericoloso elemento di “continuismo”, un ostacolo da spazzare via al più presto, perché disturba la loro illuminazione: il Papa progressista all’opera nel suo ospedale da campo, privo di distanza, sacro ma non troppo, più padre che santo, ma quanto basta loro per sentirsi unti dal Signore (conviene, ma senza crederci), interpreti autentici del Verbo del Pontefice. Un’operazione terrestre che non prevede l’extra davanti, cioè la presenza dello Spirito Santo (il bene) e del diavolo (il male). Abituati a usare categorie politiche per leggere ciò che invece è divino, i “nuovi teologi” scambiano la fede e la tradizione per un legno storto che si può raddrizzare a loro piacimento. E in Francesco pensano di aver trovato, finalmente, lo strumento per portare a compimento la loro personale rivoluzione teologica, morale e moralistica.

Ci riusciranno? E’ presto per trarre conclusioni, il significato di un papato cambia e si sedimenta nel corso degli anni. Ma a differenza del Don Chisciotte della Mancia, a cui Cervantes fece smarrire la ragione per l’improvvisa assenza di Dio, il nostro caballero sacro venuto dalla Pampa va al galoppo e non sembra sentire i consigli di Sancho Panza. “Don Chisciotte uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo”, scrive Milan Kundera nell’“Arte del romanzo”. Il Papa non ha questo smarrimento, ma cerca una sceneggiatura alternativa, un “nuovo inizio”. Mi viene in mente l’opera di Mel Gibson in due film di grande impatto. Il primo è “Apocalypto”, nella scena finale dove la coppia di indigeni sopravvissuta allo sterminio tribale cerca “il nuovo inizio”, la rinascita, tornando “a casa”, nella foresta amazzonica. Il secondo è “The Passion” nel momento in cui Gesù nell’orto degli ulivi viene tentato dal diavolo e schiaccia il serpente, Satana, che ha anche il volto sensuale di una donna. Tentazione multiforme. Quando vide il film Karol Wojtyla disse: “It is as it was”, è proprio come avvenne in realtà. E’ una scena di agonismo cosmico, tema centrale del pontificato di Giovanni Paolo II.

Il “nuovo inizio” di Bergoglio qual è? Di certo lui esce dalla foresta, cioè dalla tradizione, per andare altrove. Ma dove? Nonostante gli scambi epistolari, le interviste e le omelie, l’uso del social networking e del coup de théâtre, la meta non è chiara. Il Papa assicura, ironizzandoci sopra, di non voler “fare proseliti” (ma si rivolge ai “Cari Follower” su Twitter) e nel frattempo fa correre la sua rivoluzione del linguaggio, del corpo, della parola, dei simboli e dei significati, fino ad annullare la distanza tra lui, il Pontefice, e tutto il resto, rendendo la figura del capo supremo della chiesa “accessibile” e “connessa”. Sua Santità è online, ma alla fine l’unica certezza, in quest’opera digitale dove la preghiera si dissolve in pixel e il modem rischia di essere il messaggio, è che per il Papa la scena di Gesù che calpesta il serpente è il presente e il suo nemico è il diavolo. Certo, Bergoglio dice anche che “senza Gesù la chiesa è morta”, ma con forza inaudita richiama nei suoi interventi la presenza tra noi del “principe del mondo”, Satana.

Perché Bergoglio ricorda con così grande intensità e tenacia il diavolo? Perché l’efficacia di quell’arma retorica è ineguagliabile, muove un sentimento profondo e rivoluzionario: la paura. Dice il Santo Padre: “Con il principe di questo mondo non si può dialogare”. Quale altra sua dichiarazione è apparsa finora così netta, senza appelli, priva di nuance e porte aperte, non negoziabile con alcuno dei suoi vecchi e nuovi interlocutori? Su tutto il resto si discute, si fanno concessioni, strappi e mondani accordi, ma su Satana no.

Papa Francesco ha una chiara visione del diavolo, per lui non è un mito o una metafora, non è un sottobosco esoterico, è qualcosa di reale, e lo ricorda ogni volta che se ne presenta l’occasione. E quando lo evoca nei suoi discorsi lo spiazzante “chi sono io per giudicare?” miracolosamente sparisce per lasciare il posto all’Assoluto e, sorpresa, alla tradizione. Quando? Quando qualcosa si frappone tra lui, il Papa, e il disegno che persegue. Egli è relativista e accogliente con il Pensiero Debole perché in fondo pensa di poterlo piegare e spiegare, usare e plasmare, ma stringe il bastone assolutista contro tutto ciò che per lui è un pericolo, un freno, un canone irreversibile. Anche la tradizione, in questo rally teologico finisce per essere stravolta e travolta e infatti vediamo i guard-rail del dogma cedere a ogni sbandata non controllata. E’ una corsa in cui Gesù è in pista, ma il diavolo è ai box che si diverte a bruciare carburante e gettare chiodi sul tracciato. Per Bergoglio il dragone è una presenza che ha corpo e sostanza, un’entità precisa che vive tra noi e ha un odio infinito per noi.

Dunque anche Bergoglio, come Wojtyla, racconta l’agonismo cosmico. Che cosa è? Sulla mia libreria è appollaiato come una civetta “Il Maestro e Margherita”, capolavoro di Michail Bulgakov. Cedo al verso notturno di quelle pagine e tra i protagonisti ritrovo Woland, il diavolo. La mamma premurosa, quando ero bambino, prima di uscire di casa, mi ammoniva: “Non ti fermare a parlare con gli sconosciuti”. Regolarmente facevo il contrario. Così anche oggi non seguo quel consiglio materno e scorro il primo capitolo del libro che si intitola “Non conversate mai con gli sconosciuti”. Eccolo qui, il diavolo, in scena. Compare mentre due letterati, Michail Aleksandrovic Berljoz e Nikolaevic Ponyrev, passeggiano nei giardini pubblici e discutono animatamente sull’esistenza di Gesù. O meglio, sulla sua non esistenza e sul come dimostrarla in un poema antireligioso. Tra loro, improvvisamente, si siede sulla panchina un tipo curioso, una sagoma d’uomo, un non troppo umano. Ha un perfetto accento tedesco, si definisce “professore”, parla tutte le lingue. Fa un lungo discorso, arzigogola, punta dritto, torna indietro nel suo argomentare, annuncia la morte per decapitazione di Berljoz (che poco dopo, puntualmente, avverrà sotto la sua perfida direzione) e trancia così la discussione sull’esistenza di Gesù: “Tenete presente che Gesù è esistito”. Il diavolo dice che “non occorrono neppure testimonianze”.

E Gesù? Arriva subito dopo il diavolo, nel secondo capitolo, insieme a Ponzio Pilato. La figura del rude uomo d’armi di Roma, che il nostro tempo liquida con la formula “se ne lavò le mani”, nella raffinata tela di Bulgakov diventa un personaggio sorprendente e sorpreso da Gesù che gli dice con dolcezza, “esseri cattivi non ce ne sono al mondo”, guarendolo dal mal di testa: “Le tue sofferenze ora finiranno, il male di testa passerà”.

Bulgakov ci restituisce una storia d’agonismo cosmico, dove Gesù e Woland sono il soprannaturale, capaci entrambi di pre-vedere e de-terminare. Il figlio di Dio vede, racconta e guarisce Ponzio Pilato. Satana, vede, racconta, ma non salva Berljoz dalla decapitazione, anzi lo accompagna alla sua orribile fine. Bulgakov presenta i due necessari-opposti, il Male e il Bene, con un’epigrafe al suo romanzo, una frase del Faust di Goethe: “... E allora, dunque, chi sei? Io sono una parte di quella forza che eternamente vuole il Male ed eternamente compie il Bene”. Forze avversarie e inscindibili l’una dall’altra, fino al trionfo di Dio, quello ricordato da Papa Francesco: “La presenza del Demonio è nella prima pagina della Bibbia e la Bibbia finisce anche con la presenza del Demonio, con la vittoria di Dio sul Demonio”. Che forza, la Tradizione. Alla fine della fiera, non può farne a meno neppure il Papa venuto da lontano.

A questo punto, di fronte alla complessa (e contraddittoria) trama dello storytelling di Bergoglio, sorge un problema con il quale i “nuovi teologi” non si sono furbescamente confrontati: “L’esistenza del diavolo come dato di fatto attuale”. Il virgolettato è di nobile conio, promana da Eugenio Scalfari.
Il 2 aprile del 2005 muore Giovanni Paolo II e su Repubblica, il 3 aprile, Scalfari dopo aver decretato che “la chiesa è morta con lui”, si inerpica come un rocciatore barbuto per le vie maestose della teologia e scrive, sicuro di sé, l’epigrafe sulla tomba di Wojtyla: “… la sua religiosità contadina prevale sulla modernità della nuova teologia, ma la disputa va bene al di là d’una questione teologica, assume il rilievo della primazia del magistero papale su ogni altra ipotesi di assetto della struttura gerarchica nella chiesa e si dispiega sul simbolismo religioso, sul ruolo della Madonna, dei Santi, dei Beati, sull’esistenza del Diavolo come dato di fatto attuale, sul gelo che cala tra l’alto clero sudamericano e i movimenti di liberazione contadina di quei paesi”.

“L’esistenza del Diavolo come dato di fatto attuale”. Notevole. Riepiloghiamo: Wojtyla aveva una “religiosità contadina” perché, tra i tanti difetti che elencava Scalfari, credeva anche nell’esistenza di Belzebù. Bergoglio che del diavolo evoca i pericoli e lo cita ogni volta che lo ritiene utile al suo disegno pontificale di che religiosità sarà mai? Contadino anch’egli? Postmoderno? Metropolitano? Amazzonico? Tendenza Scalfari? Sarà anche un Papa “venuto dalla fine del mondo” e con questo dobbiamo in qualche maniera misurarci, ma è conciliabile questa presenza centrale di Satana come dato di fatto attuale nella narrazione del Santo Padre con la gioiosa macchina teologica della nouvelle vague di interpreti che stanno edificando il tempio del bergoglianamente corretto? Omissis.

Archiviato il compasso degli illuministi e indossato il mantello dei templari, i “nuovi teologi” hanno sorvolato con nonchalance sui discorsi del Papa intorno a Satana. Omissis. Eppure vi sarebbe molto da dire e – nel loro caso – da ridire. Concentrati sul sottosopra liturgico e impegnati a dare modestamente un colpo di spugna su almeno due pontificati – quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – considerati un ostacolo alle progressive sorti, è loro sfuggito non solo il Papa che discute dell’esistenza del “principe di questo mondo” ma anche il testo e sottotesto che gira perfino nell’ovattata curia romana intorno a questa costruzione retorica e pastorale. Troppo impegnati a cucire addosso al Papa nuovi paramenti, non hanno fatto caso a un articolo di Inos Biffi pubblicato il 4 maggio scorso dall’Osservatore Romano. L’autore è professore emerito della facoltà di Teologia di Lugano, membro della Pontificia accademia di San Tommaso d’Aquino e della Pontificia accademia teologica, studioso della filosofia monastica. Insomma, un’autorità sulla materia incandescente dello spirito santo e i suoi nemici. Biffi nell’articolo ricorda l’assidua frequentazione del diavolo nell’Antico e nel Nuovo Testamento, poi fa tre considerazioni finali e sull’ultima, la torcida che oggi fa la ola per Papa Francesco dovrebbe forse riflettere. Cosa scrive Biffi? “Una terza considerazione è per manifestare la sorpresa di fronte all’assenza nella predicazione e nella catechesi della verità relativa al demonio. Per non dire di quei teologi, che, per un verso, applaudono che finalmente il Vaticano II abbia dichiarato la Scrittura ‘anima della sacra teologia’ (Dei Verbum, 24) e, per l’altro, non esitano – se non a deciderne l’inesistenza (come fanno per gli angeli) – comunque a trascurare come marginale un dato chiarissimo e largamente attestato nella stessa Scrittura, com’è quello relativo al demonio, ritenendolo la personificazione di un’oscura e primordiale idea di male, ormai demitizzabile e inaccettabile. Una simile concezione è un capolavoro di ideologia e soprattutto equivale a banalizzare la stessa opera di Cristo e la sua redenzione”. Capolavoro d

Il Diavolo veniva evocato anche dal “contadino” Giovanni Paolo II ma, a differenza di Bergoglio, questa figura ogni volta che si materializzava nei discorsi di Wojtyla suscitava negli spiriti razionalisti un fastidio acuto, un prurito malefico, un oggetto di scherno. Oggi no. E’ tutta un’altra storia, solo che questa narrazione a uso e consumo dei relativisti in cerca di indulgenze quotidiane mal si concilia con tutto l’apparato teo-ideologico che si sta costruendo intorno al Papa. Quindi, omissis. A dire il vero, è lo stesso Bergoglio ad alimentare la contraddizione e, forse, ha ragione l’Elefantino quando generosamente avverte Scalfari di “tenere a mente, nelle prossime conversazioni con il Papa, che è per natura difficile sapere che cosa pensi un gesuita, com’è universalmente noto, e che i Reverendi Padri sono i principi della dissimulazione onesta”.

Il moderato sacro e svagato culto pop non sono le armi dell’agonismo cosmico. Il gioco di mondanità e sciccheria da salotto teologico a cui stiamo assistendo evapora al contatto con questa frase arroventata: “In girum imus nocte et consumimur igni”, andiamo vagando nelle tenebre della notte e siamo divorati dal fuoco. E’ l’urlo del demonio in un palindromo. Si legge da destra a sinistra. E da sinistra a destra. Ha il clangore del metallo colpito dal martello del fabbro, esce dal fuoco. Altro che i “nuovisti” con le citazioni colte delle interviste-enciclica, i brunch filosofici della domenica con l’Angelus che al massimo va dove ti porta il cuore e le cinguettate del Pontifex digitale con i “Cari Follower”. C’è odore di zolfo, si spenga il falò delle vanità. E’ la notte di Halloween. Omissis.

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Mario Sechi

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