L'ascesa di Omar il ceceno

Daniele Raineri

Febbraio 2013, provincia di Aleppo, Siria. In un video su internet appare per la prima volta un capo dell’opposizione armata con alcuni tratti che lo fanno spiccare fra tutti gli altri. Ha un barbone grande e rossiccio che rende inutile indossare il passamontagna, attaccato sotto un volto pallido, ha un berretto di lana della North Face e parla in russo con la voce di uno che sta riflettendo fra sé e sé piuttosto che che rivolgersi a qualcuno, tutto l’opposto dei proclami in arabo stentoreo degli altri comandanti.

    Febbraio 2013, provincia di Aleppo, Siria. In un video su internet appare per la prima volta un capo dell’opposizione armata con alcuni tratti che lo fanno spiccare fra tutti gli altri. Ha un barbone grande e rossiccio che rende inutile indossare il passamontagna, attaccato sotto un volto pallido, ha un berretto di lana della North Face e parla in russo con la voce di uno che sta riflettendo fra sé e sé piuttosto che che rivolgersi a qualcuno, tutto l’opposto dei proclami in arabo stentoreo degli altri comandanti. Assieme a lui c’è una decina di combattenti muti, tranne uno a fianco che gli fa da traduttore e anche lui è pacato. Quel capo non rivela la sua identità e usa invece un nom de guerre: Omar al Shishani, dove Omar è il nome dei sunniti per eccellenza – il secondo califfo della storia dell’islam – e al Shishani vuol dire “il ceceno” in arabo. Il nome vero è Umar Gorgashvili, georgiano di etnia cecena – in Georgia vive una grande comunità di ceceni espatriati. Ha combattuto in Cecenia contro i russi e ha fatto parte delle forze speciali georgiane durante la guerra del 2008 – sempre contro la Russia.

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    Quel video con addosso i vestiti invernali serve a Omar il ceceno per presentare al mondo la sua unità, la Katiba al Muhajirin, il battaglione dei migranti, dove muhajirin è il nome che indica chi arriva in Siria dall’estero per combattere contro il governo del presidente Bashar el Assad, ma è anche un richiamo mistico all’Egira fatta da Maometto, la migrazione del primo, sparuto gruppo di fedeli attorno al Profeta. E’ la prova che certifica la presenza dei ceceni in mezzo ai ribelli in Siria. Dall’11 settembre in poi si era parlato di loro su molti campi di battaglia in Iraq e in Afghanistan, perché è il tipo di dettaglio a effetto che i giornalisti amano infilare nei pezzi senza avere davvero la possibilità di verificare – “C’erano pure i ceceni!”. Hanno fama di essere combattenti feroci, tignosi, furtivi e sarebbe stata una notizia se avessero davvero abbandonato la guerriglia contro gli Spetsnaz di Putin nelle foreste del Caucaso per quella contro i marine di George W. Bush nei vicoli di Fallujah. Non si è mai trovata una prova concreta. Invano alcuni analisti avvertivano che in Cecenia c’era già abbastanza da combattere e che quella è una lotta di pochi, non hanno le forze di andare a menare il jihad in giro per il mondo. Era un’analisi ragionevole ma inascoltata. Questa volta invece eccoli in video, a dire: “Ci siamo anche noi in Siria”.

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    Marzo. Il messaggio di Omar ha così successo che altre katiba di ribelli decidono di confluire nella sua e continuano ad arrivare volontari stranieri un po’ da ovunque. Il ministro degli Esteri siriano, Walid al Moallem, dice di aver contato 81 nazionalità diverse dentro i gruppi armati dell’opposizione. Esperti esterni stimano che il gruppo del ceceno in particolare ha circa millecinquecento uomini. Arriva un altro video per annunciare il passaggio di grado: il battaglione (katiba) dei migranti-muhajirin di Omar diventa un esercito, un jaysh: Jaysh al Muhajirin.

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    Aprile.
    Omar il ceceno ordina a un altro comandante caucasico e ai suoi uomini di lasciare la Siria, perché considera il loro comportamento dannoso per la causa dei combattenti del Caucaso del nord tra gli arabi. Questo è il poco che si sa: in un villaggio siriano vicino al confine con la Turchia c’è un gruppo di stranieri comandati da un mastodonte con i capelli raccolti in trecce, una figura imponente arrivata dal Daghestan che si fa chiamare “Abu al banat”, il padre delle ragazze. La gente del posto si lamenta perché lui e la banda non vanno a combattere contro le truppe di Assad, ma piuttosto sono concentrati sull’esercitare il loro potere di uomini armati su quella piccola area. Un giorno Abu al Banat e i suoi uccidono due siriani accusati di collaborare con il governo; li decapitano con un coltellaccio poco fuori dal villaggio, in mezzo a una folla che riprende la scena con i telefonini. E’ il video che un paio di mesi più tardi, alla fine di giugno, i siti d’informazione italiani spareranno in homepage come “I ribelli decapitano due frati francescani”. Poco dopo il gruppo di Abu al Banat si scioglie e lascia il paese. A settembre Omar ha espulso dal gruppo un altro comandante, l’emiro Seyfullah assieme ai suoi 28 uomini. Sono stati a lungo compagni di guerra, ma Seyfullah teneva per sé soldi e macchine presi in combattimento. Lui ha risposto all’espulsione con un video in pessimo russo in cui tenta di spiegare le sue ragioni e ora vaga ancora sul fronte in Siria, assieme ai suoi ostracizzati.

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    Maggio.
    Omar il ceceno incontra Abu Bakr al Baghdadi ad Aleppo. Al Baghdadi è il capo di al Qaida in Siria e Iraq, prima di entrare in clandestinità era un professore universitario a Baghdad e ora ha sulla testa una taglia da dieci milioni di dollari messa dal dipartimento di stato americano. Al Qaida in quell’area del medio oriente si è data un nome più ambizioso: lo Stato islamico in Iraq e Siria, che dichiara l’obiettivo del gruppo di creare un territorio governato da al Qaida. Omar giura fedeltà a Baghdadi, facendo del suo gruppo una subunità – anche se enorme – di al Qaida. L’iracheno nomina il ceceno comandante – o meglio, Emiro – delle operazioni nel nord della Siria, nelle tre regioni di Aleppo, Idlib e Latakia. Alcune fonti dicono che l’incontro e il giuramento di Aleppo sono avvenuti prima, ad aprile.

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    In realtà i ceceni di Siria non arrivano direttamente dalla Cecenia, almeno per quanto riguarda i primi due anni di guerra.
    Appartengono invece alla diaspora cecena sparpagliata per il mondo dalla brutalità di dieci anni di conflitti contro l’esercito russo. I primi a rispondere al richiamo della guerra siriana erano già nei paesi vicini, in Turchia – che ne ospita molti – oppure in Egitto, Giordania e altri paesi arabi, dove alcuni soggiornavano per studiare la lingua del Corano. Molti altri volontari ceceni arrivano dai paesi europei dove godono dello status di rifugiati politici e soprattutto dall’Austria, che era stata generosa e dopo la guerra del 1999 ne aveva accolti 25 mila – una fonte non confermata dice 42 mila. La maggior parte dei combattenti ceceni “europei” proviene da lì, tanto che a Vienna alcuni parlamentari chiesero conto al ministro dell’Interno austriaco dell’esodo verso la Siria. Il viaggio verso le katiba è facile perché a luglio del 2012 l’esercito siriano si è ritirato dal confine con la Turchia e non riesce più a controllarlo. Ai ceceni basta prendere un aereo per Istanbul e viaggiare verso il confine sud del paese fino a raggiungere i valichi di Antakya o di Gaziantep. Questo traffico non sfugge agli occhi del governo russo. Quando nell’ottobre 2012 gli F-16 turchi intercettano e fanno atterrare un aereo che da Mosca va a Damasco passando per lo spazio aereo turco, si scopre che a bordo non ci sono armi o missili come si sospettava, ma un gruppo di agenti dei servizi segreti russi che va a “identificare i 300 combattenti ceceni in Siria”. Più tardi cominciano ad arrivare anche i ceceni dal Caucaso, anche se il leader del gruppo, Doku Umarov, è scontento e ricorda ai suoi combattenti che il jihad va prima combattuto in Cecenia e non altrove. La Russia e il governo Kadyrov a Grozny, capitale della Cecenia, non pongono particolari restrizioni, non c’è bisogno di chiedere il visto per andare in Turchia e c’è un volo quotidiano per Istanbul – i voli quotidiani sono tre, se si conta tutto il Caucaso del nord. Ci vanno persino alcune donne e tra loro la figlia ribelle di un membro del governo Kadyrov. Potrebbe essere un’applicazione di quella teoria della carta moschicida saltata fuori ai tempi dell’Iraq che diceva: ogni terrorista combattuto in Iraq è un terrorista in meno da affrontare su campi più pericolosi e più vicini a casa. Lasciate che i ceceni vadano in Siria.

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    Agosto.
    I ribelli siriani hanno cacciato l’esercito quasi da tutto il nord della Siria, ma resiste l’aeroporto militare di Menagh, poco lontano dal confine con la Turchia. Dalle piste si alzano gli elicotteri da guerra che controllano dal cielo e bombardano tutta l’area. Quasi un anno di assedio: non cede, anche grazie a un ponte aereo che porta rifornimenti. “Come farete a far cadere Damasco, se non riuscite nemmeno a prendere una base militare quassù”, chiedono ai ribelli i giornalisti stranieri che passano da quelle parti – il valico di Bab al Salama che va verso Aleppo è vicino. Menagh è una base immensa e attorno ha una steppa erbosa ancora più ampia che non offre riparo a chi cerca di avanzare. I ribelli impiegano un tempo infinito a conquistare il terreno fino al muro perimetrale in cemento, lo forano per far passare le canne dei fucili e sparare dentro, distruggono gli elicotteri, ma i soldati di Assad hanno i carri armati, sparano ad alzo zero, li tengono d’occhio dall’alto della torre di controllo, li inchiodano. Poi i muhajirin di Omar si uniscono alla battaglia e sbloccano la situazione. Cinque o forse sei attentati suicidi con veicoli-bomba contro i cancelli della base in due settimane. L’ultimo è fatto con un Bmp, un mezzo blindato dell’esercito siriano catturato e riempito di esplosivo. Prima di mandarlo contro la base i ceceni e gli altri stranieri rafforzano la blindatura coprendola con tubi da ponteggio saldati fra loro. Creano un mostro corazzato. Quando i soldati siriani all’alba lo vedono avvicinarsi all’aeroporto militare capiscono subito di cosa si tratta, cominciano a sparare, non riescono a fermarlo. L’esplosione apre un varco, i ribelli e i qaidisti entrano dentro, Menagh cade. Il giorno dopo arriva una troupe di al Jazeera con la telecamera, intervista Omar il ceceno, è la prima volta che un leader ceceno di al Qaida va in onda al telegiornale. Indossa una divisa mimetica dell’esercito americano in ottime condizioni, è il modello più recente, quello usato dai soldati in Iraq e in Afghanistan – non è chiaro che giro abbia fatto prima di arrivargli, i patch in velcro dove attaccare le insegne di reparto sono vuoti. La tesi più probabile è che sia stata trafugata ancora nuova da qualche convoglio saccheggiato negli anni passati. Sopra il capo Omar ha una taqiyah nera, la papalina da preghiera. Attorno a lui i suoi uomini: un afghano, un egiziano, un turco, un saudita, un africano. I ribelli siriani abbozzano, accettano la loro presenza. Il comandante dei ribelli di Aleppo, Abdul Jabbar al Okaidi, che non disdegna di trattare con gli americani, arriva nella base per celebrare la vittoria, elogia anche i muhajirin. Lo spezzone di un video con un combattente che cammina con una bandiera nera del jihad agitata dal vento sopra un’altura dentro la base di Menagh diventa iconica, fa parte di tutti i video estremisti di agosto. I soldati della guarnigione siriana da trecento che erano ormai non sono rimasti in più di cinquanta. Alcuni sono riusciti a fuggire durante l’assalto finale, altri sono stati catturati. Almeno uno, un capitano alawita, è decapitato con un colpo di machete (la foto è qui sopra). Un mese dopo la base di Menagh “mille uomini” – fonti loro – di Omar hanno preso un’altra base (della Brigata 66), questa volta più a sud, in provincia di Hama, con radar e missili.

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    Settembre 2012.
    Il primo ad accorgersi di Omar è stato un giornalista inglese di lingua araba per il Guardian, ad Aleppo, un anno fa. I ceceni e gli altri muhajirin si facevano chiamare con vaghezza “i fratelli turchi” e stavano in disparte, senza confondersi con gli altri e anzi disprezzando la disorganizzazione dei ribelli siriani. Erano pochi e ora, dopo un anno soltanto di Siria abbandonata al suo isolamento, sono un jaysh che espugna basi missilistiche.

    • Daniele Raineri
    • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)