cerca

Londra, correva l’anno 1771

Il puttaniere gentiluomo che inventò la libertà di stampa

“Millesettecentosettantuno-2013: l’èra della stampa libera in Gran Bretagna” è un titolo comparso di recente sull’americana National Review. Negli ultimi mesi, seppur in modo meno stridente, la stessa dichiarazione di morte imminente è stata professata altrove, dal Los Angeles Times al Globe and Mail di Boston. In tutta Europa, addirittura fino a Mosca, si diffonde la condanna per la proposta di legge parlamentare in discussione a Londra che metterebbe l’intera stampa britannica, persino i blog politici, sotto il giogo di regole e multe, come la Bbc; in altre parole, alla mercé dei capricci del Parlamento, con la sua rancorosa minaccia contro una stampa attiva, e che lotta per la vita nell’epoca di internet.

23 Settembre 2013 alle 10:52

Il puttaniere gentiluomo che inventò la libertà di stampa

“Millesettecentosettantuno-2013: l’èra della stampa libera in Gran Bretagna” è un titolo comparso di recente sull’americana National Review. Negli ultimi mesi, seppur in modo meno stridente, la stessa dichiarazione di morte imminente è stata professata altrove, dal Los Angeles Times al Globe and Mail di Boston. In tutta Europa, addirittura fino a Mosca, si diffonde la condanna per la proposta di legge parlamentare in discussione a Londra che metterebbe l’intera stampa britannica, persino i blog politici, sotto il giogo di regole e multe, come la Bbc; in altre parole, alla mercé dei capricci del Parlamento, con la sua rancorosa minaccia contro una stampa attiva, e che lotta per la vita nell’epoca di internet. Non si deve dimenticare che questa è la stessa stampa che ha messo in luce i farraginosi rapporti sulle spese dei parlamentari: un atteggiamento benevolo dei deputati ai Comuni in favore della libertà di stampa non è quindi assicurato. Sia i tabloid sia i giornali tengono d’occhio il governo e l’opposizione; senza paura o favoritismi illuminano gli angoli più bui, e non sono addomesticabili.

I quotidiani affrontano una nuova tornata elettorale ogni giorno: devono essere “eletti” dai loro lettori, per sopravvivere devono essere in grado di capire velocemente da che parte si muove il mercato e agire di conseguenza. Rupert Murdoch ad esempio ha cambiato la linea politica del Sun, che aveva comprato in bancarotta (da 60 mila sterline) e vendeva tre milioni di copie, dal Labour a Mrs. Thatcher, dal sindaco conservatore al Labour di Tony Blair e infine da Gordon Brown a Cameron, perché i suoi lettori avevano cambiato le loro preferenze. E i politici non sempre apprezzano. Ed Miliband, il fratricida leader Labour, che era portaborse di Brown, non può sopportare i “tradimenti” degli altri e ha proposto questa legge, riuscendo a ottenere il supporto persino del tanto deriso leader dei liberal-democratici Nick Clegg.

Cameron è stato ricattato per la sua vicinanza a Rupert Murdoch e al suo consigliere politico per i media Andy Coulson, ex direttore del News of the World accusato di intercettazioni illecite, fino a fargli appoggiare questo nuovo tentativo di distruzione dell’indipendenza del Quarto Potere. E’ però significativo che il voto sia stato fatto slittare da giugno all’autunno. Questo tentativo di insabbiare la questione non è di poco conto, dato che gran parte della stampa rifiuta di dare il suo sostegno a quella che sarebbe una legge di autocastrazione, trattenendo nello stesso tempo gli scheletri nell’armadio della classe politica al loro posto, cioè nella cassaforte di ogni direttore.

Il giornalismo libero, che in Inghilterra risale alle “guerre dei quotidiani” della Rivoluzione degli anni 40 e 50 del Seicento, non è una professione educata; è un lavoro sporco. In quale altro modo altrimenti i “gentlemen della stampa”, paradossali fin dal nome, avrebbero scoperto che la Soca (l’Agenzia per la lotta al crimine organizzato) alla chiusura delle indagini del 2008 sulle intercettazioni illecite operate al News of the World – che per inciso già di per sé rappresentano un reato passibile di arresto – aveva cancellato dal rapporto al “Leveson Judicial Inquiry into the Culture, Practices and Ethics of the Press” un “dettaglio” emerso nelle indagini: che l’80 per cento delle commissioni per intercettazioni illecite richieste a investigatori privati (costo di ogni intercettazione illegale, 7.000 sterline) venivano da grandi multinazionali, inclusi uffici legali, istituti finanziari internazionali, assicuratori e individui benestanti. Che – sorpresa – non sono stati minacciati in alcun modo di essere sottoposti al controllo di alcun Royal Charter. Grazie al classico lavoro di reporting giornalistico, i nomi di 102 aziende coinvolte in intercettazioni illegali sono stati mostrati al Comitato per gli affari interni della House of Commons, a condizione che l’identità di tali aziende restasse segreta, mentre i nomi di altri 200 istituti e aziende sono tuttora sottochiave negli uffici della polizia.

E ora, la stampa libera dovrà violare la legge per dare un nome a questi “criminali”, esponendoli al pubblico giudizio, così come ha fatto il Daily Telegraph quando ha pagato 300.000 sterline per avere il cd rubato del governo che conteneva le richieste di rimborso spese dei parlamentari; un atto illegale giustificato dall’ancora esistente difesa dell’“interesse pubblico”. Anche il “Leveson Report into the Culture, Practices and Ethics of the Press” viene indebolito dal fatto che Leveson, anch’egli ovviamente avvocato, non ha mostrato alcun interesse nella comprovata attività criminale di altri ordini professionali, quali studi di avvocatura e istituti finanziari, giudicandola “irrilevante”. Non ha ritenuto un metro di paragone significativo l’uso delle intercettazioni illegali e l’ottenimento di informazioni private attraverso l’inganno da parte di studi di avvocatura di primo piano, come dimostrato dalla Soca durante le indagini. E improvvisamente il presidente della Soca ha rassegnato le dimissioni il 1° agosto per aver omesso di dichiarare un conflitto di interessi, in quanto sia lui sia la moglie sono direttori presso Abis, un’azienda globale di consulenze legali e di intelligence.

Il Parlamento come sempre non vuole la libertà di stampa, vuole la libertà dalla stampa. Poco tempo fa Mr Justice Leveson aveva mosso i primi passi lungo la sua ripida curva di apprendimento nel tentativo di far sposare carta stampata e social media, entrambi in veloce cambiamento, con un’inflessibilità ormai superata, evocativa della censura del Levitico. Più saggiamente Lord Judge, Lord Chief Justice, ha perorato in modo intelligente la difesa costituzionale della libertà di stampa e della libertà di pensiero, citando il John Wilkes del 1762: “La libertà di stampa è un diritto di nascita di ogni britannico, ed è giustamente ritenuto baluardo delle libertà di questa nazione”. Per il Lord Chief Justice, Wilkes “affermava che la libertà di stampa è un diritto di nascita di ogni cittadino, cioè della comunità nel suo insieme. E’ un diritto di nascita di ogni cittadino che la stampa sia indipendente. Di conseguenza, non è un diritto riservato solo a una parte della comunità, non è un diritto settoriale. E’ il diritto della comunità in quanto tale. Ed ecco perché, se lo si accetta, così come lo accetto io, l’indipendenza della stampa non è solo una necessità costituzionale, è un principio costituzionale”.

***
La nobile causa della libertà di stampa, principio che ha anche ispirato il Primo emendamento americano, ora più che mai dalla sua nascita nel 1771 necessita di qualcuno che si sporchi le mani per difenderla. Perché proprio il Primo emendamento, dichiarando che “il Congresso non potrà emettere alcuna legge… che limiti in alcun modo la libertà di parola o di stampa”, enuncia implicitamente la scarsa fiducia nel fatto che la legislatura sostenga la libertà di parola. In effetti, nessuno aveva le mani più sporche dell’uomo che per primo liberò la stampa inglese dalle pastoie parlamentari.

Si chiamava appunto John Wilkes: “Libertà, dall’uccello alla parrucca”, come un trasportatore di birra ebbe modo di descriverlo, con grande ammirazione e fin troppa accuratezza. Questa è la sua storia.
Wilkes nacque a St John’s Square, Clerkenwell, e quando si trovò nel cuore dell’industria editoriale nel 1725, lo stesso anno dell’esilio inglese di Voltaire (causato dal fatto che egli, un borghese, aveva insultato un “nobile” Chevalier a Parigi), fu scioccato dal fatto che ogni inglese che si comportasse e si vestisse come un gentleman venisse trattato da tutti come tale. La nobiltà non era solo questione di nascita, ma anche di immagine. John Wilkes imparò le buone maniere degne di un gentiluomo in modo così fedele da ricevere persino i complimenti di re Giorgio III per la perfetta educazione, nonostante il re continuasse a riferirsi a lui come al “Diabolico Wilkes”. Nonostante ciò, egli non dimenticò mai il lato ordinario delle sue origini, che lo rese una voce radicale su entrambe le sponde dell’Atlantico per quello che riguardava ciò che Edmund Burke ribattezzò la “politica esterna”, cioè l’attivismo extra-parlamentare.
Fu grazie alla battaglia portata avanti per nove anni da Wilkes prima del 1771 se il Parlamento non poté più deliberare e legiferare in splendido isolamento nei confronti dei commenti della stampa e dell’opinione pubblica.

Se l’anglicanesimo, dopo la Rivoluzione e la Repubblica inglesi del 1642-1660, era tornato a essere la religione riconosciuta, così come nel 1660 la monarchia Stuart, le chiese dissidenti – presbiteriani, battisti, quaccheri – rimasero forze influenti fra la popolazione urbana di artigiani, manifatturieri, banchieri e mercanti: specialmente a Londra. Israel Wilkes, di famiglia dissidente, era un distillatore e un agente immobiliare di tale successo che la sua frequenza irregolare alla chiesa anglicana riconosciuta era un semplice contorno alla sua sontuosa carrozza trainata da quattro cavalli, che lo portava sempre più in alto nella scala sociale.
Ciononostante Sarah, la moglie di Israel, figlia di un ricco conciatore di Londra, rimase fedele alla intransigente chiesa presbiteriana, sostenendo in modo veemente il suo spostamento verso l’arianesimo condotto dal reverendo Thomas Newman. La donna infatti scelse un tutore ariano, il reverendo Matthew Leeson, quando il figlio John venne mandato a completare gli studi all’Università presbiteriana di Leida, in Olanda. Così come Milton e Friedman, anch’ella non trovava alcuna giustificazione biblica in una Trinità dove Cristo era allo stesso livello di Dio. Newman divenne famoso per “uno zelante interesse nei confronti di una religione pratica; per la benevolenza diffusa, che lo portò ad aborrire l’intolleranza; e per un attaccamento ardente alla libertà civile e religiosa”. John non acquisì solo il radicalismo bevendolo dal seno materno, fu anche profondamente consapevole del suo elettorato politico, in quanto futuro parlamentare per la Greater London e successivamente eletto Lord Mayor (sindaco) di Londra.

Come parte dei piani elaborati da Israel e Sarah per vedere il loro figliolo, estremamente dotato, farsi strada nel mondo che conta in qualità di gentleman, all’età di vent’anni gli fu data in moglie Mary Mead, di dieci anni più anziana, figlia puritana nonché unica erede della migliore amica (vedova) della madre. La sua dote consisteva in una casa a Londra e nel maniero di Aylesbury, elegantemente situato a metà strada fra Londra e Oxford, con una certa influenza sulla scelta dei parlamentari per i due seggi disponibili per la città. Dal matrimonio nacquero una figlia, Polly, il vero amore di questa vita dissoluta, e una separazione: la goccia che fece traboccare il vaso per Mary non furono le infedeltà del marito, ma il fatto che egli sperperasse tutta la sua ricca dote in politica. Come ebbe a dire John Wilkes in modo succinto: “Amo tutte le donne, eccetto mia moglie”.

Wilkes divenne un sofisticato cittadino londinese, proprietario terriero e giudice di pace, e la vita dedicata al bere e alle prostitute appresa a Leida continuò sotto l’esperta guida del figlio dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Potter: non una vita di povertà, astinenza e castità, ma di lusso, autoindulgenza e fornicazione. Potter, di dieci anni più vecchio, aveva ottime relazioni ed era membro del Parlamento. Presentò Wilkes al suo caro amico Ralph Allen, che aveva ispirato lo Squire Allworthy nel “Tom Jones” di Henry Fielding, a Park Prior, la sua meravigliosa casa di campagna circondata da un parco vicino a Bath. Qui Potter e Wilkes incontrarono l’uomo che divenne poi la loro bête noire. Era il quarantaseienne reverendo William Warburton, sposato con la vivace nipote ed erede di Allen, la diciottenne Gertrude Tucker. Potter e Wilkes non potevano sopportare l’ecclesiastico, untuoso e pieno di sé, che sarebbe riuscito a oliare talmente bene gli ingranaggi da diventare vescovo di Gloucester. La reputazione di Warburton stava tutta nella continua ristampa del “Saggio sull’uomo” del compianto Alexander Pope: ne aveva infatti ereditato i diritti e affogava il saggio in lunghissime interpretazioni e bigotti commenti su Pope.

Come castigo divino, Potter sedusse la deliziosamente condiscendente Gertrude e da lei ebbe un figlio, riconosciuto da tutta la società come suo. Per aggiungere insulto all’ingiuria, Potter e Wilkes composero un’oscena parodia della poesia di Pope “Saggio sull’uomo”, nella quale “lo studio appropriato del genere umano è l’uomo” diventava satiricamente “lo studio appropriato del genere umano è la donna” simboleggiata dalla prostituta d’alto bordo Fanny Murray, la cui carriera spaziò dall’essere in vendita a cinque anni sulle strade di Bath al divenire arbitro della moda londinese e amante di Lord (e di Wilkes). Allo stesso tempo Wilkes, nel suo Commentario alla versione oscena della poesia di Pope, imitava lo stile roboante e untuoso di Warburton alla perfezione. Niente di meglio, per offendere un uomo di chiesa privo di humour e solenne come Warburton, dei versi finali di Wilkes, intitolati “Veni Creator” o “Preghiera della serva in adulazione di Pego” – il pene: “Creatore, Pego, con il tuo aiuto / è stato creato il tuo umile servo; / oh fonte di beatitudine e Dio dell’amore… E uguale adorazione sia / data a ciò che a te si avvicina, / tre volte benedetta Gloriosa Trinità!”.
Di certo non poteva immaginare che questo scherzo privato, creato per il diletto di alcuni amici scelti, venisse poi pubblicato come prova in uno storico dibattito costituzionale alla House of Lords, come vedremo.

Potreste anche chiedervi cosa abbia a che fare questa blasfemia scurrile con le nobili campagne in difesa della libertà di stampa. Ebbene, l’idea che nell’antropologia del credo ogni religione fosse basata sul principio fallico, e che il sesso dovesse essere celebrato e non proibito, era il concetto radicale e indubbiamente rivoluzionario che stava prendendo piede fra l’élite anglosassone, educata al Grand Tour e occupata a conquistare e governare un impero globale.
Invero, lo studio più appropriato del genere umano era l’uomo, e i suoi usi e credo dovevano essere sistematizzati e comparati, in una sorta di emulazione del Kew Garden, che intendeva possedere un esemplare di ogni pianta al mondo. Il suo direttore, il botanico Sir Joseph Banks, presidente della Royal Society, che accompagnò il capitano Cook nel suo viaggio di circumnavigazione terrestre verso il Pacifico e l’Australasia, fu fortemente impressionato dall’innocente libertà dei legami sessuali fra i tahitiani, e ne approfittò. La cristianità, piuttosto che essere “rivelata”, iniziò a essere aperta a uno studio critico e comparativo – come quello fatto pubblicamente dal magistrale “Declino e caduta dell’Impero romano” di Edward Gibbon, che nel 1776 affermava che la cristianità aveva demonizzato e perseguitato i suoi predecessori e che “la chiesa di Roma difendeva con la violenza l’impero che aveva acquisito con la frode e che fu subito funestato da proscrizioni, guerre, massacri, e istituzioni del santo funzionario… Ed è una verità davvero mesta il dover riconoscere che i cristiani abbiano inflitto molta più intransigenza verso se stessi, di quella che avevano subito dal fervore degli infedeli”.

La Print Culture, alla metà del secolo, era un’impresa commerciale, come Google, che ogni artigiano poteva permettersi: erano 53 i quotidiani pubblicati a Londra, la “Cyclopaedia” di Ephraim Chambers del 1728 costava 4 sterline, l’“Encyclopaedia Britannica” (1768) veniva venduta in uscite settimanali a 6 penny ciascuna. Si aveva quindi a disposizione ogni informazione atta a formarsi un’opinione propria, e a criticare, se necessario. Perché quindi il privilegio parlamentare avrebbe avuto il diritto di proibire i resoconti parlamentari? L’opinione pubblica di certo era convinta, così come Wilkes, che tale rappresentanza dovesse essere ampliata, perché ciascuno potesse formarsi un’opinione propria piuttosto che sottomettersi umilmente ai “migliori”. John Wilkes fu il primo, su entrambe le sponde dell’Atlantico, a porsi questo obiettivo. Mentre un artigiano dell’epoca aveva solo un certo numero di libri, inclusa la Bibbia, da poter leggere e analizzare, egli aveva un’ampia gamma di punti di vista da poter comparare, così come al giorno d’oggi internet ci offre la possibilità di mettere in discussione la diagnosi di ogni dottore, avvocato o politico.

***
Lo charme e l’arguzia di Wilkes – che affermava di poter far dimenticare la sua brutta faccia in mezz’ora solo chiacchierando – lo portarono all’attenzione del suo vicinato ad Aylesbury. Prima Potter lo presentò all’autorevole Earl Temple, nel suo palazzo neoclassico nei dintorni di Stowe. E la sorella di Temple aveva sposato il grande William Pitt, il primo ministro che grazie alla sua strategia e abilità organizzativa fu in grado di cacciare i francesi dal Nordamerica e dall’India, mentre pagava Federico il Grande per tenere Luigi XV ben saldo sul continente durante la Guerra dei sette anni del 1756-’63. Tutto questo nell’annus mirabilis 1759.
Con il suo background che gli dava un’impronta da gentleman pur mantenendone la sostanza “commerciale”, Wilkes sarebbe stato perfetto per attrarre i voti della middle class, specialmente in città come Aylesbury dove egli già deteneva il diritto di nominare il presidente del seggio elettorale (cioè colui che contava i voti).

Nel 1757 Potter, che Wilkes aveva aiutato nel venire eletto nel 1754, lasciò vacante il seggio di Aylesbury per occupare il seggio della famiglia Pitt ad Okehampton, dato che il primo ministro Pitt era stato eletto per acclamazione a Bath. Essere eletto costò a Wilkes 7.000 sterline, una volta conteggiati cibo, bevande e bustarelle offerti durante una campagna per le elezioni parlamentari degna dei dipinti di Hogarth. Wilkes si trasferì quindi al più distinto numero 13 di Great George Street, a Westminster.
Il Militia Act del 1757, promulgato da Pitt, intendeva creare un esercito domestico che difendesse la nazione in caso di un’invasione a sorpresa da parte della Francia, mentre esercito e Royal Navy erano impegnati in una guerra globale. Grazie a tale legge Wilkes, che dimostrò di essere un ufficiale di valore, divenne secondo in comando alla milizia del Buckinghamshire, agli ordini del vicino parlamentare Sir Francis Dashwood. Succedette poi a Dashwood come colonnello quando questi divenne cancelliere dello Scacchiere nel 1763.

“Con la resistenza di uno stallone e l’impetuosità di un toro” – come scrisse Horace Walpole – Dashwood fu non solo il fondatore dell’elitaria Società dei dilettanti (per quelli che avevano fatto il loro Grand Tour in Italia e specialmente a Pompei) ma anche del Divan Club (per quelli che si erano avventurati fino agli harem e ai templi greci nella musulmana Asia minore). Questa unione delle dimensioni apollinea e dionisiaca dell’impresa libertaria trovò la sua apoteosi nei suoi Cavalieri di St Francis e successivamente nei Monaci di Medmenham, un sodalizio noto a tutti come Hellfire Club, dove al motto di “Peni tento, non penitenti” (che funziona anche in inglese: “A tense penis, not penitence”) molti componenti dell’élite politica potevano rinchiudersi in “celle” in compagnia delle “suore” portate da Fanny Murray dai monasteri, come venivano chiamati i bordelli più eleganti di Covent Garden. Wilkes era il “bibliotecario” di questo ordine selezionato. Il governatore del Bengala Vansittart ad esempio donò una copia del “Karma Sutra” e una di un libro sul sesso tantrico hindu; nella biblioteca c’era anche una copia del “Saggio sulla donna” di Wilkes e Potter.
Il dissoluto e dissimulatore segretario di stato Lord Sandwich non perdonò mai a Wilkes di aver fatto entrare un babbuino vestito da cardinale/diavolo nella sua cella al momento culmine con la sua suora, quando nel panico confessò al diavolo che “non aveva mai commesso i peccati di cui si vantava, che la sua era solo vanità e desiderio di appartenere all’élite”.

Il Parlamento aveva a quel tempo ben pochi segreti per Wilkes. Se il grande parco panoramico di Stowe doveva essere osservato attraverso lenti gialle per poter ottenere l’effetto del sole italiano in imitazione di un paesaggio di Salvator Rosa, il parco della West Wycombe di Dashwood, visto dalla chiesa che aveva fatto costruire sulla collina dietro la classica casa con colonne, era stato progettato per mostrare una donna nuda stesa lì, il cui pezzo forte era il monte di Venere con sopra un tempio a Venere, con una vesica piscis dalla quale si accedeva al salotto di Venere, con Leda e il Cigno e una copia della Venere dei Medici. Per Benjamin Franklin, in visita dall’America, i giardini erano “un paradiso”.
Ma proprio quando sembrava che la carriera parlamentare di Wilkes stesse per decollare, il panorama politico cambiò drasticamente: George III salì al trono succedendo al nonno. Suo padre infatti, il principe di Galles, fra l’altro membro dell’ordine di Medmenham, era stato ucciso da una palla da cricket nel 1751. La linea di successione protestante al trono era stata stabilita nel 1707 ed escludeva la linea cattolica Stuart: i regni degli elettori di Hannover George I e George II, il primo che non parlava inglese e il secondo che lo parlava a malapena, dimostrarono che essi erano interessati più al loro elettorato assoluto di Hannover, e diedero a un’oligarchia di aristocratici conservatori la possibilità di gestire una nazione sempre più ricca, negli interessi della City e dell’espansione imperialista.
Potendo contare sul patrocinio reale e su onori e sinecure che si auto-attribuiva, questa oligarchia conservatrice aveva mantenuto la maggioranza parlamentare attraverso la distribuzione di favori e di posti di lavoro. Inoltre, essendo i nobili i proprietari terrieri che controllavano i due terzi dell’intero territorio, essi avevano davvero il controllo della maggioranza durante le elezioni – a patto di aver pagato abbastanza gli elettori con denaro e posti di lavoro.

Sostanzialmente, dopo l’istituzione della monarchia costituzionale con la Rivoluzione gloriosa del 1688, il modello della nuova rivoluzione finanziaria e commerciale della Banca d’Inghilterra e dello Stock Exchange era stato esteso al sistema politico, con il monarca come presidente non esecutivo, il primo ministro come amministratore delegato, il governo come consiglio di amministrazione e i parlamentari come gli agenti di cambio che incanalano i voti degli azionisti/elettori.
Ebbene, seguendo il consiglio della madre, la principessa Augusta del Galles, “George, sii un re”, e gli insegnamenti del suo tutore scozzese Edward Stuart, Lord Bute, sul fatto che avrebbe dovuto essere un despota continentale illuminato, ponendo fine alla “lotta” fra i partiti, il giovane re si riappropriò del patrocinio reale togliendolo all’oligarchia conservatrice, creò un suo partito affinché partecipasse alle elezioni generali e costrinse Pitt a dimettersi impedendo la conquista dei territori dell’Impero spagnolo nelle Filippine e a Hispaniola, entrambe alla mercé della Royal Navy. Nominò poi Lord Bute primo ministro, e insistette sulla necessità di concordare un’immediata pace “generosa” che “estraesse con forza la sconfitta dal morso della vittoria” (Wilkes) con una Francia già ampiamente sconfitta, cosa che ovviamente scatenò lo sdegno sia dei conservatori sia della City.
Come ebbe a scrivere Wilkes, “il potere della Corona è cresciuto, sta crescendo e deve necessariamente essere diminuito”. La sola opposizione fu quella della stampa e di Wilkes che, sostenuto economicamente dall’Earl Temple, dimostrò di essere un giornalista d’assalto nato.

***
Il giorno 23 settembre 1762, un giovane capitano della milizia dell’Hampshire trascrisse sul suo diario le seguenti impressioni: “Il colonnello Wilkes della milizia del Buckinghamshire ha cenato con noi… Raramente ho incontrato un compagno migliore: ha un’inesauribile scorta di buonumore, infinita arguzia e humour, e una grande conoscenza delle cose; il suo carattere è notorio, la sua vita punteggiata di ogni possibile vizio, e la sua conversazione densa di blasfemia e licenziosità. Si vanta della sua morale perché la debolezza è qualcosa che ha superato da tempo. Ci ha detto lui stesso che in questo periodo di dissenso pubblico è deciso a creare la sua fortuna. E su questo nobile principio ha deciso di allearsi strettamente con Lord Temple e con Pitt, dichiarandosi pubblicamente nemico di Lord Bute, che settimanalmente dileggia dalle pagine del North Briton e di altri giornali con i quali ha rapporti”.
Il giovane capitano amante delle celebrità era Edward Gibbon, raramente tanto generso con i personaggi eminenti che successivamente infilzò con la sua sardonica ironia in “Declino e caduta dell’Impero romano”.
Con la sua tipica sfrontatezza, Wilkes aveva evitato gli imprevedibili costi elettorali in modo molto semplice: aveva dato ordine al suo fedele agente Dell di pagare 5 sterline ciascuno 300 dei 500 “grandi elettori” di Aylesbury durante le elezioni generali del 1761. Il lancio del North Briton da parte di Wilkes e di un poeta osé, il reverendo Charles Churchill, finanziati dall’Earl Temple, fu fatto in risposta al re, che nell’ottobre del 1761 aveva costretto il mentore di Wilkes e cognato di Temple, William Pitt, a dimettersi da primo ministro, obbligando la nazione a sopportare un governo guidato dal suo ex tutore Lord Bute attraverso la divisione e il regolamento del ruolo dei conservatori. Questo cambio di governo rappresentò la fine delle grandi e ben riposte attese di avanzamento politico che Wilkes aveva grazie a Pitt. Finché Bute fosse rimasto al potere, Wilkes non avrebbe avuto chance, quindi Bute doveva essere cacciato.
L’inesperto e permaloso Bute fu una preda facile. Edward Stuart, conte di Bute, condivideva il nome con il pretendente cattolico Stuart al trono, Charles Edward Stuart che, finanziato dai francesi, aveva guidato un esercito “giacobita” di highlander scozzesi affinché invadessero l’Inghilterra. Gli scozzesi, sia in quanto potenziali guerrafondai invasori sia in quanto migranti a causa della difficile situazione economica, non erano popolari in Inghilterra. Inoltre, Bute aveva raccomandato al suo allievo George una politica estera atta a siglare una pace immediata con la Francia, che la Gran Bretagna aveva appena sconfitto in modo clamoroso nell’annus mirabilis 1759. Non solo era stato annientato il tentativo francese di conquistare le 13 colonie atlantiche della Nuova Inghilterra (tentativo che si sarebbe dovuto attuare risalendo il Mississippi da New Orleans e scendendo il fiume St Lawrence fino al Québec e ai Grandi laghi, per accerchiare le colonie), ora anche il Canada, di lingua francese, era diventato britannico. Non solo le più ricche fra le isole dello zucchero dei Caraibi francesi erano ora in mani inglesi, ma la Francia era stata cacciata dall’India. Era quindi il momento di sconfiggere definitivamente i francesi, e gli spagnoli nelle Filippine e a Hispaniola. Tale infatti era la strategia di Pitt, ampiamente popolare.
 Pitt fu un uomo che nella storia britannica ebbe pari solo in suo figlio, Pitt il Giovane, nella sua lotta contro la Rivoluzione francese e Napoleone, e in Churchill nella sua lotta contro Hitler, eppure fu ignominosamente rimpiazzato da un lacché reale che intratteneva una relazione inappropriata con la madre del re, l’ancora attraente quarantaquattrenne principessa Augusta, famosa per le sue gambe tornite.
Il timido Bute commissionò una rivista settimanale, il Briton, diretta dall’inesperto romanziere scozzese Tobias Smollett. La risposta di Wilkes fu il North Briton – cioè il dispregiativo usato dagli inglesi per indicare gli scozzesi – un settimanale di polemica feroce e spietata contro tutto ciò che era scozzese. Nel primo numero del giugno 1762 Wilkes, che come d’uso al tempo scriveva senza firmarsi, criticò pesantemente la pace con la Francia. Nel quinto attaccò implicitamente la famiglia reale attraverso un paragone con la corte di Edward III (sul trono nel XIV secolo), la cui madre, Isabella, aveva regnato sulla nazione in combutta con il suo amante, Roger de Mortimer. “Oh se solo la Gran Bretagna potesse non vedere mai un altro periodo come quello! Quando il potere acquisito attraverso la dissipazione riusciva a tiranneggiare sul regno; quando le flebili presunzioni di un servo di corte riuscivano a modificare la realtà nel raccontarla ai reali, per ottenerne il supporto; ma se, non voglia il cielo! tale giorno arrivasse, possa un principe che davvero tiene all’onore del suo casato… distruggere il miserabile che cerca di arrivare al potere attraverso mezzi così ignobili”.
In apparente lealtà al re, Wilkes insinuava che sua madre, la principessa Augusta, fosse l’amante del primo ministro, e che i due fossero conniventi nel tentativo di usurpare il potere di governare la nazione. George III ne usciva quindi come uno stupido, sua madre come una sgualdrina e Bute come un pericoloso sovversivo. Eppure nulla accadde. Wilkes non fu né arrestato né assassinato. Che la storia fosse troppo vicina alla verità per essere messa sotto processo in tribunale?
Rinvigorito da tale mancanza di reazioni ufficiali, Wilkes intensificò gli attacchi, che culminarono nel numero 45 del North Briton, pubblicato il 23 aprile 1763. In esso Wilkes attaccava un discorso, preparato dal governo Bute, che George III aveva letto in Parlamento il 16 aprile. Particolarmente feroci le accuse ai passaggi che difendevano la generosissima pace con la Francia, che Wilkes definì “l’esempio più derelitto di sfrontatezza che un governo abbia mai provato a imporre”. Wilkes insinuava che nel leggere il discorso preparatogli dal governo – cosa che la regina fa tuttora – il re avesse tollerato una bugia deliberata, e fosse quindi parte in causa nel piano per defraudare i suoi sudditi della verità.
Il governo si indebolì e l’8 aprile Bute si dimise. Il nuovo governo fu guidato addirittura dal suo vecchio amico nel Buckinghamshire, il fratello di Lord Temple con cui era in rotta, Henry Grenville. Lord Sandwich fu nominato segretario di stato e, con somma sorpresa di tutti, lo scialacquatore edonista Sir Francis Dashwood cancelliere dello Scacchiere (cosa che permise a Wilkes di rimpiazzarlo come colonnello della milizia del Buckinghamshire, addetta alla sorveglianza dei prigionieri di guerra francesi detenuti a Winchester). Per proteggere l’onore del re, ma anche per paura che Wilkes sapesse troppo dei loro scheletri nell’armadio e delle loro suore in cella, e ne facesse futuri soggetti da demolire sul suo North Briton, decisero di distruggere Wilkes e il suo settimanale satirico. Il 30 aprile venne emesso un mandato d’arresto generale, di dubbia legalità, per la cattura di chiunque fosse stato coinvolto nella stampa e nella produzione del numero 45 del settimanale. I messaggeri della Corona arrestarono sommariamente persone in strada, entrarono nelle case con la forza. Vennero fermate 49 persone, incluso Wilkes, che protestò dicendo che un mandato d’arresto privo di accuse specifiche era illegale.
Deportato alla Torre di Londra, ebbe successo nel dichiarare che il suo privilegio di parlamentare lo proteggesse da qualsiasi tipo di accusa. Fu quindi rilasciato per la gioia della folla che urlava “Wilkes, libertà, numero 45”. Dopo il suo rilascio, Wilkes spronò gli altri 48 arrestati a denunciare il governo per arresto illegale. Denunciò lui stesso Lord Halifax, il primo segretario di stato, per aver ordinato il suo arresto senza che ci fosse alcuna prova ammissibile che egli fosse davvero l’autore dell’articolo. Ci vollero sei anni ma alla fine Wilkes ottenne 4.000 sterline come risarcimento danni e durante il processo riuscì a fare in modo che i mandati di arresto generali fossero dichiarati illegali e che il Parlamento li abolisse dallo statuto.
Questa vittoria fu fondamentale: stabiliva il principio per il quale le persone non potevano essere arrestate senza una ragionevole prova addotta contro di loro, e costituiva un precedente di legge per il quale le persone comuni potevano cercare risarcimento in caso di comportamento oppressivo da parte delle autorità, rivolgendosi a un tribunale.
In ogni caso Wilkes dovette patire molto per i successivi sei anni, essendosi lui stesso procurato lo scudiscio col quale essere fustigato.

***
Nel 1759, lo stesso anno della morte del parlamentare Thomas Potter, avvenuta a Bath come conseguenza di una vita dissoluta, William Warburton, l’ecclesiastico dileggiato da Wilkes nel “Saggio sulla donna”, si unì alla Bishops’ Bench nella House of Lords in quanto vescovo di Gloucester, accompagnato dagli sguardi d’intesa di chi sapeva che suo figlio in realtà era il figlio di Potter.
Incitato dalla nomina a bibliotecario della Fratellanza Medmenham, Wilkes approntò privatamente la stampa di 13 copie di un’edizione del “Saggio sulla donna”, per se stesso e gli altri monaci. La nuova copertina recava l’incisione di un pene eretto di 10 pollici, con la scritta latina “In Recto Decus” e in greco “Salvatore del mondo”. E ancora, beffarda didascalia: “Dall’originale frequentissimamente nel cavallo del reverendissimo George Stone, primate d’Irlanda, più frequentemente ancora nell’ano dell’intrepido George Sackville”. Sackville non era un eroe: fu degradato sul campo nel 1759 durante la battaglia di Minden per codardia in quanto “non idoneo a servire Sua Maestà in qualsiasi ruolo militare” e più tardi, come segretario per l’America, fu ampiamente biasimato per aver perso le 14 colonie americane. Ma ciò non bastava come “Fair Comment” (dichiarazione in buona fede che si può contrapporre alle accuse di calunnia o diffamazione nel sistema legale americano e inglese, ndt) da usare in propria difesa di fronte alla House of Lords.
Sfortunatamente per Wilkes una copia di quella edizione a tiratura limitata del “Saggio sulla donna” fu scoperta quando la sua casa al numero 13 di Great George Street a Westminster fu illegalmente (come venne poi dimostrato) perquisita. Il privilegio parlamentare non proteggeva dai reati di oscenità e blasfemia, e un parlamentare poteva essere processato alla House of Lords per tali accuse.
Il segretario di stato per gli Affari interni, al quale spettava il ruolo dell’accusa contro Wilkes – “Il diavolo che attaccava il vizio”, come opinò un Pari – era nientemeno che Lord Sandwich, che come tutti sapevano era un compagno frate di Medmenham, per lungo tempo amante assieme a Wilkes della stessa cortigiana di Covent Garden e madre superiora delle suore di Medmenham: Fanny Murray, le cui grazie spesso illustrate erano descritte fin negli intimi dettagli nella poesia dedicatoria del “Saggio sulla donna”. I due “fratelli” avevano diversi conti in sospeso. E quando Sandwich accusò Wilkes con le parole: “Sir, morirete, di sifilide o impiccato”, la risposta repentina di Wilkes fu: “Ciò dipende, mio Lord, dal fatto che io scelga di abbracciare la vostra amante o i vostri principi!”.
Sandwich, allo scopo di far condannare Wilkes anche dalla pubblica opinione, aveva stampato parecchie copie del “Saggio sulla donna” trafugato. Il vescovo Warburton, il cui figlio era in realtà frutto della relazione della moglie con Thomas Potter, coautore del “Saggio” – fatto rinomato in tutta la House of Lords – espresse il suo sdegno e rese scuse formali al diavolo per averlo ingiustamente insultato nel comparare Wilkes a sua maestà Satana. Dopodiché Sandwich si mise a leggere il distico lascivo e blasfemo che rappresentava l’elogio di Wilkes alla bella Fanny, che era stata la sua amante dal 1744: “Sveglia, mia Fanny, abbandona tutte le cose mediocri. / Questa mattina dimostrerà cosa porta l’estasi sessuale”.
Ignorando le risate dei suoi colleghi, Sandwich continuò a leggere fra la crescente smodata ilarità. In ogni caso, era la House of Lords che aveva stampato e messo in circolazione in grandi quantità il “Saggio”, e aveva usato prove ottenute con minacce e inganno contro gli editori, quindi in ultima istanza era la House of Lords a essere considerata la vera editrice del “Saggio” dall’opinione pubblica. Lo stesso Wilkes ammise che il poema era “un insulto all’ordine e alla decenza” ma insistette sul fatto che egli non lo avrebbe mai messo alle stampe per il grande pubblico, cosa che invece la House of Lords aveva fatto.
Nel frattempo, il 15 novembre 1763 Wilkes fu convocato davanti alla House of Commons e minacciato di impeachment, della perdita dell’immunità parlamentare e della messa in stato d’accusa, e gli vennero dati due giorni per preparare la difesa. Il giorno seguente però rimase ferito in un duello a Hyde Park, con un proiettile che gli passò attraverso l’addome, mancando tutti gli organi vitali e fermandosi sulla natica destra. Il suo sfidante, il secondo dalla nascita del North Briton, era il parlamentare Samuel Martin, il segretario del Tesoro, che nel Numero 40 era stato definito “il più sleale, rozzo, egoista cattivo, abietto, volgare personaggio che fosse mai riuscito a strisciare fino a un posto da segretario” e che aveva risposto dicendo che Wilkes era un “codardo scandaloso e maligno”. Per cinque settimane Wilkes fu troppo debole per andare in Parlamento, ma il 23 dicembre si decise a partire per Parigi e si ritrovò infine a essere soggetto di idolatria per i successivi quattro anni in esilio in Francia e in Italia.
Il 20 gennaio 1764 la House of Commons decise di espellere Wilkes in absentia, togliendogli quindi il privilegio parlamentare e permettendo che fosse perseguito per diffamazione oscena, sediziosa e blasfema, non solo per il “Saggio sulla donna” ma anche per il Numero 45, e il 21 febbraio fu dichiarato colpevole di diffamazione nei confronti della Corona per aver dato alle stampe il Numero 45 e di calunnia contro il vescovo Warburton per il “Saggio sulla donna”. Non venne invece riconosciuto colpevole di blasfemia. Fu dichiarato fuorilegge quando non si presentò alla lettura della sentenza.
Lord Sandwich subì la condanna della pubblica opinione, come riporta Horace Walpole: “Il tradimento fu così spregevole che, perdendo del tutto di vista lo scandalo contenuto nella poesia, praticamente chiunque si trovò d’accordo nel condannare chi lo aveva reso pubblico”. Quando il boia tentò di bruciare una copia del Numero 45, la calca lo afferrò e bruciò invece uno stivale (boot, per assonanza con Bute) e una sottogonna (la principessa Augusta) per attaccare il “Governo della sottogonna”. Come scrisse l’anonimo Junius nella sua satirica “Lettera a un re” del 1769:
“Questi degni servi [i ministri] hanno sicuramente fornito a voi [il re] numerose prove singolari delle loro abilità. Non contenti di aver fatto di Wilkes un uomo famoso, hanno giudiziosamente trasferito il problema dai diritti e gli interessi di un singolo uomo ai più importanti diritti e interessi del popolo, e costretto i vostri sudditi a passare dalla speranza di salvezza per un singolo a unirsi a lui per proteggere i loro stessi interessi”.
A Parigi la figlia di Wilkes, Polly, stava per finire la scuola. “Mi sono spesso sacrificato alla bellezza, ma non ho mai dato il cuore ad alcuna tranne che a te”, le disse il padre. Nella capitale francese, grazie al salotto del suo antico compagno a Leida, il barone d’Holbach, Wilkes venne idolatrato come un eroe della libertà, riuscendo anche a conquistare un’amante tempestosa come la diciannovenne Gertrude Corradini (con “femore facili, clune agili et manu procace”), che aveva studiato da ballerina professionista a Venezia, dove aveva ricevuto “l’unica istruzione adatta a una cortigiana, nata con poca se non nulla sagacia, l’arte di adornare con grazia la sua persona e la flessibilità del corpo, degna delle ninfe libertine così celebrate in Ionia”. Nel 1765 intrapresero un viaggio che passando per Roma li avrebbe portati a Napoli, dove Wilkes intendeva stabilirsi e scrivere una storia dell’Inghilterra. Gertrude però era incinta, e dilapidò tutto l’argento e tutto il loro denaro. Un filosofico Wilkes se ne andò a Ginevra dove passò due mesi con Voltaire. Da Parigi poi riuscì a vendere la sua casa di Aylesbury per 4.000 sterline e la sua biblioteca per 500, ma il suo agente fallì nel 1767 ed egli ricevette solo 1.000 sterline. Gli appelli al governo conservatore di Rockingham per la grazia e per essere rimborsato non ebbero successo. Diversi ministri gli donarono in forma privata un fondo annuale di 1.000 sterline.
“Cosa diavolo me ne faccio della prudenza? Ho debiti in Francia, in Inghilterra sono un fuorilegge… Devo dare una scossa alla situazione o andare in prigione”. Nel 1768 Wilkes voleva ottenere un seggio parlamentare. Tornò a Londra sotto il nome di Osborn in febbraio e in maggio fece richiesta ufficiale di grazia al re. La richiesta rimase senza risposta, ma non vi fu nemmeno alcun tentativo di fermarlo. Per risolvere quest’impasse Wilkes si costituì presso la Court of the King’s Bench nella prima seduta possibile, il 20 aprile. Il 25 marzo cercò di essere eletto parlamentare per la City di Londra ma arrivò ultimo. Con una campagna elettorale oliata come una perfetta macchina politica sfidò quindi i due parlamentari per il Middlesex – essenzialmente Greater London e la campagna circostante – presso il più grande elettorato in Inghilterra, e il 28 marzo vinse alle urne con un vantaggio di 3.000 voti.

Il governo del duca di Grafton espulse il nuovo membro del Parlamento dalla House of Commons partendo dal presupposto che sarebbe stato arrestato durante la sua prima apparizione in tribunale il 20 aprile, ma alla presenza dell’autorità legale del Lord Justice Mansfield egli definì volontaria la sua presenza davanti alla corte, e il governo temette una rivolta in caso di un suo arresto. Per risolvere la situazione Wilkes, attorniato da una folla impressionante, si presentò spontaneamente alla King’s Bench Prison, dove si sistemò in un confortevole appartamento rifornito di cibo e vino e adorabili damigelle da parte dei suoi sostenitori. In una situazione farsesca, con risvolti drammatici, la folla lo liberò il 10 maggio, ma Wilkes si travestì per tornare inosservato nella sua “cella”.
William Hickey descrisse così gli eventi nelle sue memorie: “Una folla prodigiosa si riunì per diversi giorni di fronte alla prigione, ma non fu commesso alcun atto violento fino al 9 maggio, quando apparvero numerosi marinai, e alcuni di loro iniziarono a scalare le mura come scimmie e arrivarono presso la finestra dell’appartamento di Wilkes, e si offrirono di liberarlo… Wilkes, molto prudentemente, li pregò di desistere, aggiungendo che non aveva alcun dubbio sul fatto che le leggi della nazione gli avrebbero alla fine reso giustizia. Il capo delle guardie, decisamente allarmato da quel manipolo di facinorosi, spedì lì un gruppo di guardie scozzesi che appena arrivate alla prigione iniziarono a picchiare e a maltrattare gli astanti”. Il giorno successivo Hickey ritornò e vide come in nome di una “stupida, troppo zelante giustizia di pace” avesse messo in atto una repressione inutilmente violenta nei confronti della “folla inoffensiva”.

Per Hickey fu quella “violenza mal congegnata e non necessaria che alla fine provocò l’indignazione generale del pubblico, con fischi acuti contro gli abusi dei soldati scozzesi e lancio di pietre. Al che i magistrati ordinarono alle guardie di aprire il fuoco, cosa che quelle canaglie infernali fecero immediatamente, persino sulla strada principale, dove uccisero una povera donna seduta su un carretto di fieno che passava di là in quel momento”. Wilkes dovette assistere dalla sua finestra all’uccisione di sette persone e al ferimento di altre quindici; la lealtà della classe lavoratrice rimase comunque votata a lui.
L’8 giugno il Lord Justice Mansfield revocò la messa al bando di Wilkes per un vizio di forma, ma il 16 giugno lo condannò per le accuse del 1764 a un anno per aver pubblicato il North Briton e a un anno per il “Saggio sulla donna”. Mansfield comunque non era immune al fascino di Wilkes: “E’ stato il compagno più piacevole, il gentleman più educato e il più grande erudito che abbia mai conosciuto”, disse di lui.

***
Mentre infuriava la battaglia sulla possibilità per il Parlamento di porre il veto sui parlamentari eletti, Wilkes viveva in un considerevole comfort nella King’s Bench Prison,
attorniato da libri, nutrimento per il corpo e indulgente compagnia femminile, forniti dai suoi sostenitori e votanti; era sia ricco sia povero.
La saga del voto nel Middlesex iniziò con una morte: quella del sostenitore di Pitt, ora Lord Chatam, George Cooke, che era stato eletto come secondo parlamentare per il Middlesex dopo Wilkes. Nell’elezione del dicembre 1768, indetta appositamente per colmare tale posto vacante, l’avvocato di Wilkes John Glynn vinse per 1.768 voti contro i 1.542 di Proctor. La nascita di un partito wilkista rese il governo di Grafton ancora più determinato a escludere Wilkes stesso, che sulla stampa accusava il governo di aver deliberatamente architettato l’attacco militare contro i suoi sostenitori. L’espulsione di Wilkes dalla House of Commons fu ratificata con 219 voti a favore e 137 contrari, con l’accusa di due calunnie sediziose nel numero 45 del North Briton e nell’articolo di giornale del 10 dicembre, e di tre calunnie oscene nel “Saggio sulla donna”.

Il 16 febbraio 1769 Wilkes vinse di nuovo incontrastato le elezioni in Middlesex. Il giorno dopo il Parlamento lo dichiarò ineleggibile in quanto era stato espulso. Vinse ancora il 16 marzo e il risultato fu nuovamente annullato in modo che il governo potesse piazzare il proprio candidato, il colonnello Henry Luttrell. Al momento dell’insediamento di quest’ultimo alla House of Commons, però, la maggioranza del governo scese a 54 e venne poi sconfitta: Grafton fu sostituito per i successivi 12 anni dal primo ministro Lord North. Wilkes era riuscito a far cadere il primo ministro, ma non il governo del re.
Piuttosto che aspettare la successiva elezione generale, Wilkes si concentrò quindi sulla molto più rappresentativa City of London. Prima di ciò, per non essere arrestato subito all’uscita dalla prigione, doveva però saldare gli enormi debiti personali che ammontavano ormai a 14.000 sterline. Ci pensò la Società dei sostenitori del Bill of Rights (la Costituzione inglese), creata per l’occasione il 25 febbraio.
Londra aveva un elettorato di 7.000 liverymen, membri delle gilde, che eleggevano ogni anno i funzionari della City e il consiglio della Court of Common (la Free City’s House of Commons) e sceglievano gli amministratori locali a vita per ciascuno dei 26 distretti, nel momento in cui si liberava un posto (Wilkes era stato eletto amministratore locale di Farringdon Without nel gennaio 1769).
Il mandato e il governo del re e del suo Parlamento non erano validi nella Free City of London. Fleet Street (sinonimo della stampa) non iniziava a caso a Temple Bar, dove il re doveva chiedere accesso alla City. Le elezioni nel Middlesex avevano visto crescere il ruolo della stampa e l’interesse per il racconto del dibattito parlamentare, che il Parlamento giudicava invece come una violazione dei suoi privilegi. Il governo di North sostenne un tentativo di proibire tali report. Il 7 febbraio venne ordinato a due tipografi di presentarsi presso la House of Commons, e la loro mancata apparizione portò a un ordine d’arresto. Wilkes, realizzando che questo era solo l’inizio di una campagna contro il giornalismo, oppose al potere del Parlamento il privilegio della City of London, accampando l’esclusività del diritto di arresto entro i suoi confini. In questo modo, tutti i tipografi di Londra furono incoraggiati a rifugiarsi nella City.

La bellezza di tutto ciò per Wilkes stava nel fatto che non era necessaria alcuna segretezza, ma un confronto si rivelò inevitabile. Il 12 marzo furono aggiunti alla lista della House of Commons altri 12 tipografi, e tre giorni dopo i tentativi di arrestare John Miller del wilkista London Evening Post furono sventati dai magistrati della City. Il Parlamento imprigionò invano Lord Mayor Brass Crosby e un altro amministratore locale, entrambi wilkisti. Lo stesso Wilkes, terzo funzionario direttamente coinvolto, rifiutò la convocazione del Parlamento, e la House of Commons decise di non approfondire oltre la questione. Lord Chatam fu informato il 27 marzo 1771 che “i ministri riconoscono che Wilkes è troppo pericoloso per mettersi contro di lui. Quindi Sua Maestà dichiara che non avrà più nulla a che fare con quel diabolico Wilkes”. I sostenitori del governo dovettero accettare che era meglio non sfidare il privilegio della City e il governo di Lord North ammise la sconfitta. Quando poi nel 1775 Wilkes, Lord Mayor, chiese la possibilità di riportare i dibattiti che avvenivano nella House of Lords, essi declinarono il confronto, per timore che le conseguenze di imprigionare Wilkes nella Torre di Londra fossero troppo terribili per essere prese in considerazione.

Il cosiddetto caso dei tipografi fu un trionfo come politico della City per Wilkes, ma fu ovviamente un guadagno di lungo periodo per la libertà, celebrato su entrambe le sponde dell’Atlantico. Eppure sta per essere scalzato dal Royal Charter for the Press proposto dall’avvocato Leveson, che ha dichiarato di non aver bisogno di lezioni sulla Costituzione inglese.
Tale era la paura che Wilkes faceva agli uomini del governo North, che per due volte, nonostante egli avesse vinto il voto popolare per diventare Lord Mayor, si appellarono alla regola per la quale gli amministratori locali non dovevano obbligatoriamente scegliere il primo nome della lista uscita dal voto dei 7.000 elettori. “Wilkes era sconvolto e per la prima volta sinceramente adirato”, scrisse Horace Walpole. “Questo divieto ai danni di Wilkes, che era arrivato primo alle urne per due anni consecutivi, non fece altro che dare nuova vita alla sua popolarità, per l’ingiustizia arrecatagli”.
Il mandato di Wilkes come Lord Mayor nel 1774 fu uno dei più splendidi nella storia della capitale britannica, contraddistinto dalla sua generosità, popolarità e abilità nel catturare il consenso dei cittadini, mentre sua figlia Polly fu un’elegante Lady Mayoress. Sempre prodigo, Wilkes spese 8.226 sterline, eccedendo l’indennità ufficiale di 3.337. Anche se dal punto di vista personale era uno spendaccione, prese molto seriamente le sue funzioni pubbliche: come magistrato di Aylesbury, colonnello della milizia, Lord Mayor e infine Ciambellano della City. Come Lord Mayor regolò i prezzi del cibo, si adoperò per il welfare all’interno delle prigioni, lanciò una campagna contro le prostitute, atti che gli portarono tanta rispettabilità sociale che persino l’arcivescovo di Canterbury partecipò a una funzione ufficiale. Presentando una rimostranza al tribunale nel 1775, Walpole commentò che “lo stesso re dovette ammettere di non aver mai visto un Lord Mayor così ben educato”.
I tentativi annuali di Wilkes di far revocare la sua espulsione dal Parlamento del 1769 ebbero finalmente successo nel 1782: si stabilì così il diritto dei votanti di eleggere ogni candidato idoneo. Wilkes, non dovrebbe essere dimenticato, fu il primo a proporre, nel marzo 1776, una mozione per una riforma del sistema elettorale, spingendo per il trasferimento dei seggi dai “rotten borough” (i distretti con pochi abitanti, che però avevano lo stesso potere votante di quelli con popolazione maggiore) alle aree più popolose di Londra e alle nuove città industriali. Divenne fermo sostenitore di Pitt il Giovane, non ultimo perché era un sostenitore delle riforme al Parlamento. Oppose la coalizione Fox-North del 1783 contro il re e in modo lungimirante si dichiarò contrario al loro India Bill, dato che “la confisca pavimenta la strada alla corruzione”.
Come il suo illustre contemporaneo Edmund Burke, Wilkes provava simpatia per le richieste dei coloni americani di avere gli stessi diritti dei loro compatrioti dall’altra parte dell’Atlantico (“No taxation without representation”), ma non sostenne l’indipendenza americana finché l’incompentenza altrui non la rese inevitabile, come si legge nel suo discorso del novembre 1778: “Una serie di disgrazie e sconfitte lunga quattro anni è sicuramente sufficiente a convincerci dell’assoluta impossibilità di conquistare l’America con la forza, e temo che i metodi gentili di persuasione abbiano ugualmente fallito”.
Cresciuto come un presbiteriano non trinitario – un dissidente come quelli che si dissociarono dalla restaurazione dell’anglicanesimo – Wilkes fu un anglicano deista nell’età adulta, in realtà un guardiano della chiesa (perché “il deismo è praticamente la religione d’Europa”). Sostenne il Dissenter Relief Act del 1779, che esonerava gli insegnanti non anglicani protestanti dal sottoscrivere i 39 articoli anglicani della fede, specialmente il trinitarismo. Disse che quell’obbligo “dimostrava il desiderio totale di carità, indecenza, stupido pregiudizio e persino insolenza cristiani”. “Io sostengo fermamente la tolleranza più generale e illimitata in tutti i settori e in tutte le religioni… Non sono da perseguire nemmeno gli atei… Sostengo il sublime duomo di St Paul, ma non voglio distruggere il meraviglioso Pantheon. Vorrei vedere nelle vicinanze di una cattedrale cristiana, vicino alle sue torri gotiche, il minareto di una moschea turca, una pagoda cinese, e una sinagoga ebraica; assieme anche a un tempio del sole, se scoprissi che qualche persiano abita quest’isola, e venera nel nostro clima uggioso il dio della sua idolatria”.

Se i dissidenti erano sospetti – in quanto incorreggibili repubblicani cromwelliani – i cattolici erano sospetti in quanto quinta colonna sotterranea dei pretendenti cattolici Stuart che, nel 1715 e 1745, avevano quasi sconfitto la protestante Gran Bretagna con l’aiuto dei francesi. Eppure Wilkes fu l’unico, durante i Gordon Riots anti cattolici del 1780, che come amministratore locale soppresse, a dire in Parlamento che la causa cattolica per l’ottenimento dei pieni diritti civili e per la libertà di culto era quella della “libertà religiosa, del diritto ad avere una coscienza privata, non meno della causa dei dissidenti protestanti”. I motivi personali di Wilkes erano “al di sopra di ogni sospetto”, egli insistette, “perché nessun uomo, che fosse stato così a lungo a Roma e in Italia, era meno sospetto di essere stato contagiato dagli errori del papato”.
“Non ho vizi trascurabili”, confessò John Wilkes, esagerato in ogni suo appetito, dalle donne alla libertà. E il suo “non sono mai stato wilkista” detto a George III equivale alla negazione di Marx di essere marxista. Nessuno dei due poteva essere intrappolato in un “ismo” qualsiasi.
Wilkes, morto nel 1797, sarebbe andato in sollucchero nel demolire il discorso ipocrita di Leveson e il suo Royal Charter for the Press. Avrebbe amato l’imprevedibile libertà di internet. Il mondo deve a Wilkes la libertà dagli arresti arbitrari, il diritto degli elettori di scegliere i propri candidati e la libertà della stampa di criticare il governo e di riportare ciò che accade in Parlamento. Per perseguire questi scopi egli divenne un fuorilegge, dovette andare in esilio, fu colpito dalla rovina finanziara e fu imprigionato. La sua nemesi fu una frase di Lord North: nel 1775 il primo ministro disse che un Wilkes era abbastanza, “anche se, per rendergli giustizia, non è facile trovarne altri di questo genere”.
Affrancando la Gran Bretagna dal semplice triangolo Westminster-Whitehall-Windsor, John Wilkes rese la Costituzione “adatta allo scopo”, mentre era in arrivo quella rivoluzione industriale che avrebbe messo alla prova le istituzioni fino quasi alla distruzione.

(Traduzione di Sarah Marion Tuggey)

Richard Newbury

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi