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I numeri dicono che la coppia perfetta non è quella che divide i compiti a casa

Zero. Zero evidenze. Anzi, semmai evidenze del tutto contrarie. Per intenderci, la statistica dei paesi occidentali secondo il grado di condivisione dei lavori domestici e dell’allevamento dei bambini tra uomini e donne è positivamente connessa a quella secondo il tasso di divorzialità. In altre parole: c’è da aspettarsi che a una maggiore condivisione di questo tipo aumenti il rischio di divorzio. Sui grandi numeri funziona così: che c’è decisamente una più alta instabilità della coppia, testimoniata dai tassi di divorzio, in tutta l’area dell’Europa continentale e del nord dove la condivisione del lavoro domestico tra uomini e donne è più alta.

8 Settembre 2013 alle 10:30

I numeri dicono che la coppia perfetta non è quella che divide i compiti a casa

Zero. Zero evidenze. Anzi, semmai evidenze del tutto contrarie. Per intenderci, la statistica dei paesi occidentali secondo il grado di condivisione dei lavori domestici e dell’allevamento dei bambini tra uomini e donne è positivamente connessa a quella secondo il tasso di divorzialità. In altre parole: c’è da aspettarsi che a una maggiore condivisione di questo tipo aumenti il rischio di divorzio. Sui grandi numeri funziona così: che c’è decisamente una più alta instabilità della coppia, testimoniata dai tassi di divorzio, in tutta l’area dell’Europa continentale e del nord dove la condivisione del lavoro domestico tra uomini e donne è più alta. La Danimarca, la Finlandia, la Svezia, la Germania sono i campioni di questa condivisione? Benissimo. Ma lo sono anche relativamente alla rottura dei matrimoni e all’instabilità delle coppie. Non ci sono paesi dove si divorzia di più. Un caso? Può essere, anche se è piuttosto difficile. Ma intanto basta questo, sembra a me, per assestare un colpo mica da poco al libro di Sheryl Sandberg, 44enne amministratrice delegata di Facebook, dove si sostiene che il segreto della felicità nella e della coppia è quello di dividersi a metà i lavori domestici e attorno ai figli.

La cultura occidentale che tende a dissolvere ogni differenza di genere come se dietro ciascuna di queste differenze si annidasse la discriminazione sessuale, il machismo, una perversa volontà di supremazia e il superomismo che fa di ogni donna la vittima predestinata, quella cultura sta letteralmente perdendo la bussola. Non è più capace di capire alcunché di quel che succede. Le donne ci stanno, ahimè, mettendo del loro, in tutto questo. Si prenda, altro caso clamoroso, l’apertura della sala parto al marito, partner, compagno, amante della partoriente. Le cose che non si sono dette, quando l’innovazione muoveva, inizio anni Settanta, i primi passi nei più avanzati paesi del mondo (sempre quelli). Rigenererà l’amore, semmai fosse calante, rinsalderà i legami di coppia, semmai si stessero allentando, contribuirà a formare nuclei familiari più numerosi, saldi e solidali. Oggi non c’è più un parto senza accompagnamento. Cento per cento o giù di lì di donne assistite dal compagno all’atto della nascita dei figli. Ed ecco il risultato. Le coppie hanno fatto sempre meno figli, coi quali sono sempre più a malpartito, e in compenso si lasciano a man bassa, non raramente dichiarandosi guerra con fior di avvocati e tribunali. Un caso? Forse, ma la vedo dura. Il politicamente corretto è una sciagura anche dalle parti della coppia, della famiglia, della solidità dell’una, della salute dell’altra.

Sembra una panacea, è un veleno. Il veleno delle cose che “si debbono fare”, il veleno di uno “schiacciamento paritario” che depotenzia le migliori qualità dell’una e dell’altro tutto scaraventando nel calderone di quel che non si può non fare se si vuole essere, ed essere giudicati, buoni compagni, buone coppie, buone famiglie. Con l’apertura indiscriminata delle sale parto è entrata la telecamera del bravo compagno  ed è uscito quel tocco di mistero e intimità che il parto aveva in sé. Fuori dalla sala, il compagno non stava meno in apprensione che dentro, non era meno vicino alla donna alle prese con le doglie. Era semmai un modo diverso, e più discreto, più sofferto, il suo, di stare e sentirsi vicino. Poi sono arrivati i medici e le femministe più esagitate a sovvertire canoni millenari, e il risultato si è visto. Anche la condivisione dei lavori domestici e di accudimento dei figli, oltretutto secondo modelli che fanno del maschio un mammo, una mamma in seconda, un perfetto superfluo in casa e in famiglia proprio quanto più si sbraccia per copiare la compagna, non aggiunge un briciolo di felicità e stabilità ora che, non bastasse, la condivisione è di moda, si porta come non mai. Fate come vi detta il cuore – ma quali invenzioni, son tutte balle –  come vi sentite di fare, come vi sembra giusto fare, com’è nelle cose (vostre) di fare, seguendo accorgimenti e regole che possono variare, e molto, nel corso della vita insieme. E ovviamente da coppia a coppia, da famiglia a famiglia. Ignorate le regole socialmente imposte dal politicamente corretto. Non portano alla perdizione. Ma nelle aule di tribunale. O dalle parti di “Sos tata”. Il che è tutto dire.

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